Ci sono concerti che si limitano a riprodurre la musica e concerti che, al contrario, ridisegnano lo spazio attraverso il suono.
Il recital del 26/05 della pianista giapponese Yuki Mihara al Conservatorio di Novara per il festival Pianovara, è appartenuto senza dubbio a questa seconda, rara categoria. Mihara si è presentata sul palcoscenico forte di una personalità pianistica tanto rigorosa quanto visionaria. La sua cifra stilistica non risiede mai nel virtuosismo fine a sé stesso, ma in una straordinaria capacità di controllo dinamico, unita a un uso del pedale millimetrico, che le permette di stratificare il suono come un pittore sulla tela. Il programma della serata, un audace ma riuscitissimo accostamento tra il classicismo formale di Franz Joseph Haydn e il simbolismo ‘orchestrale’ di Maurice Ravel, ha offerto la mappa perfetta per esplorare questa complessa sensibilità interpretativa. L’apertura del concerto è stata affidata alla Sonata per pianoforte n. 50 in Re maggiore Hob. XVI:37 op. 30 n. 3 di Franz Joseph Haydn , un’opera che richiede dita agilissime e un’assoluta chiarezza di fraseggio. Nell’ Allegro con brio iniziale, Mihara ha esibito un tocco perlato e cristallino. Il tema principale, caratterizzato dai celebri passaggi in note ribattute e dalle brillanti scale ascendenti, è stato reso con una precisione geometrica che non ha mai ceduto alla rigidità. La pianista ha saputo cogliere l’ironia e l’elemento sorpresa tipici del classicismo haydniano, evidenziando i contrasti dinamici improvvisi senza mai forzare il suono dello strumento. Il cuore drammatico del pezzo, il breve Largo e sostenuto , ha visto Mihara cambiare radicalmente registro espressivo. In questa pagina, scritta nella forma di una severa sarabanda barocca dal sapore quasi arcaico, la pianista ha steso un tappeto sonoro denso e dolente. La condotta delle voci nel contrappunto è stata esemplare: le dissonanze e le sospensioni armoniche sono state trattenute ed espresse con un pathos nobile, privo di patetismi romantici. Nel conclusivo Finale: Presto ma non troppo , un rondò dal carattere popolaresco e spensierato, Yuki Mihara ha sprigionato una vitalità trascinante. La transizione continua tra i modi maggiore e minore è stata sottolineata con un fraseggio arguto e una spiccata flessibilità ritmica. La sua capacità di mantenere l’indipendenza delle mani in tempi così serrati ha restituito tutta la freschezza intellettuale della scrittura di Haydn. Con l’ingresso nel mondo musicale di Maurice Ravel , la Sonatine ha messo in luce la capacità di Mihara di governare più ampie strutture formali. Questa composizione, un miracolo di neoclassicismo raveliano, esige una trasparenza quasi vitrea. Nel primo movimento, Modéré , la pianista ha dipinto l’andamento ondulatorio delle frasi melodiche con limpida fluidità, mentre la polifonia è apparsa di una nitidezza assoluta: il pubblico ha potuto seguire distintamente ogni singola linea melodica intrecciata nei complessi ricami della pagina. La transizione verso l’espressivo secondo tema è stata gestita con un rubato naturale ed elegante, organico allo sviluppo del discorso musicale. Il Mouvement de Menuet è stato un capolavoro di grazia stilizzata. Mihara ha saputo ricreare quell’atmosfera di arcaica e preziosa danza settecentesca, ma filtrata attraverso la lente della malinconia novecentesca. Il tocco, in questa sezione, si è fatto più asciutto, quasi a voler richiamare il timbro del clavicembalo, per poi aprirsi a improvvise e calde aperture liriche. Nell’esplosivo Animé finale, tecnicamente impervio per via dei continui incroci delle mani e dei ritmi serrati, Mihara ha sfoggiato un’articolazione vigorosa e una spinta propulsiva formidabile. Nonostante la complessità e la densità della scrittura, il suono non è mai risultato impastato, al contrario, ogni arpeggio e ogni accordo spezzato hanno mantenuto una luminosità radiosa. Nel pezzo seguente, la celeberrima Pavane pour une infante défunte , l’esecuzione di Mihara si è distinta per il ricorso, almeno così ci è parso, a tempi leggermente più rapidi di quelli usualmente prescelti e per un uso delle dinamiche di imperiosa energia nel forte e piuttosto asciutte nel piano , con un controllo assoluto del legato e del bilanciamento degli accordi. Mihara ha dunque tolto alla Pavane ogni tono di marcia funebre con cui è spesso proposta, per farne un sogno di pura grazia, ricamato con la finezza di un haiku: “sobria compostezza” è l’espressione secondo noi più appropriata per definire la cifra stilistica di questa esecuzione. Le fioriture della mano destra e i delicati arabeschi pianistici che avvolgono la melodia principale sono scivolati via con la leggerezza dell’aria, merito di un dosaggio millimetrico del peso del braccio sul tasto. Il vertice assoluto della serata è stato raggiunto con l’esecuzione integrale di Miroirs , la suite in cinque brani in cui Ravel rivoluziona la scrittura pianistica impressionista. Qui Yuki Mihara si è rivelata una vera e propria illusionista della tastiera. In Noctuelles (Farfalle notturne), la pianista ha evocato il volo erratico e imprevedibile degli insetti con una leggerezza aerea.
Il fitto cromatismo e i passaggi rapidissimi sono stati risolti con una fluidità microscopica, mentre la sezione centrale, più calma, ha svelato accordi densi e misteriosi di rara suggestione notturna. Oiseaux tristes (Uccelli tristi) è stato forse il momento più intimo dell’intero concerto. Mihara ha saputo creare un’atmosfera di desolazione assoluta. Il richiamo dell’uccello solitario, sperduto in una foresta opprimente, è risuonato con una purezza timbrica di grande bellezza. I rapidi spunti virtuosistici che interrompono la staticità del brano, sono stati eseguiti con una reattività nervosa, che ha accentuato il senso di angoscia esistenziale della pagina. In Une barque sur l’océan (Una barca sull’oceano), la pianista ha sfruttato appieno le risorse dinamiche del gran coda da concerto. Gli immensi arpeggi che imitano il moto ondoso sono fluiti senza soluzione di continuità. Mihara ha saputo dosare il pedale di risonanza in modo da fondere le armonie senza mai creare confusione, guidando l’ascoltatore attraverso il crescendo che simula la tempesta fino al ritorno alla calma piatta, risolto in un pianissimo di indicibile bellezza. Alborada del gracioso (Serenata mattutina del buffone) ha rappresentato il banco di prova tecnico più severo. Yuki Mihara ha dominato i celebri e temibili accordi ribattuti e le vertiginose scale in doppie terze con una spavalderia tecnica impressionante. Il ritmo spagnoleggiante, secco e percussivo, è stato staccato con una assoluta precisione metronomica, mentre la sezione centrale, affidata al canto dolente del giullare, ha offerto un contrasto quasi teatrale, ricco di sfumature espressive. La suite si è chiusa con La vallée des cloches (La valle delle campane). In questo brano conclusivo, Mihara ha dato prova di una sensibilità acustica straordinaria. I diversi rintocchi delle campane, distribuiti su differenti registri della tastiera, sono stati differenziati grazie a una sapiente varietà di attacco del tasto. Il sovrapporsi delle risonanze ha creato un’architettura sonora fluttuante, un addio meditativo che si è spento in un silenzio carico di tensione emotiva. Yuki Mihara ha dimostrato non solo di possedere una tecnica d’acciaio, ma soprattutto una profonda intelligenza interpretativa. La sua capacità di legare la nitidezza architettonica di Haydn alla complessa tavolozza timbrica di Ravel ha rivelato un filo conduttore preciso: la ricerca della massima chiarezza espressiva attraverso il controllo assoluto del mezzo pianistico. Un concerto memorabile, che consacra la Mihara come una interprete lucida e affascinante, riscuotendo il pieno consenso del pubblico, cui la pianista di Osaka ha concesso un fuori programma: una Sonata di Scarlatti , ci è parso.