A Pisogne, sul Treno storico

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Tra le proposte di Trenord per gite domenicali, in Lombardia, su treni storici, è sicuramente interessante quella che prevede un viaggio da Rovato, in Franciacorta, fino a Pisogne, nella bassa Val Camonica, per circa 30 km: si sale a Rovato FN sull’automotrice Aln 668-121 del 1979, perfettamente restaurata e ritornata nel 2025 sui binari della linea Brescia-Iseo-Edolo.

Magnifici i panorami sul lago d’Iseo e su Monte Isola che si possono ammirare dal finestrino, nei punti dove la ferrovia corre a picco sul Sebino. La stazione di Pisogne, sulla sponda nord-orientale del lago, fu inaugurata nel 1907, e vi si arriva dopo un piacevole viaggio di circa 50 minuti.

L’occasione scelta quest’anno, per la fine di settembre, è stata la 76^ Festa del Fungo e della Castagna, che ha visto iniziative di intrattenimento popolare, banchetti gastronomici, concerti in piazza, un grande mercato di prodotti locali, visite guidate e mostre, scientifiche come quella micologica e letterarie-artistiche come “Pinocchio e la musica” (fino al 4 ottobre 2026).

E’ dedicata a Collodi, nel bicentenario della nascita, e al suo celeberrimo burattino; presenta opere di Mimmo Paladino e di altri validi artisti.

Pisogne, in provincia di Brescia, ebbe una certa importanza sia strategica che commerciale soprattutto nel Medioevo, per il fatto di trovarsi lungo la via di transito (via Valeriana) verso le miniere della Val Trompia e i passi alpini.

Feudo vescovile per secoli, fino al 1462, il borgo fu coinvolto nei processi dell’Inquisizione nel XV-XVI secolo contro gli “eretici camuni” e numerose donne accusate di “stregoneria”, sulla base del terribile Malleus Maleficarum del 1487. Erano spesso frati domenicani a presentare denunce al Senato veneziano. A Pisogne e nella più settentrionale Edolo, solo nel 1510, furono bruciate sul rogo insieme ad alcuni “stregoni” sessanta sventurate, dopo atroci torture che le portavano a confessare quello che volevano i sadici inquisitori, ossia incredibili e assurdi rapporti col demonio, sabba, banchetti antropofagi e quant’altro.

Il 17 luglio 1518 la caccia alle streghe in Val Camonica ebbe proprio a Pisogne uno dei momenti più bui: a seguito della condanna decisa dal prete Bernardino Grossi, crudelissimo inquisitore vicario, nella piazza del Mercato arsero insieme sette donne e un uomo. Maddalena la Zoppa, Caterina la Rossa, Marta, Antonia… di queste povere vittime di veri e propri femminicidi sono rimasti pochi nomi. La Torre del Vescovo, risalente al 1250 e alta più di 30 metri, fu la sede del “processo”.

Circa quattordici anni dopo, fu commissionato – forse dalla locale Confraternita dei Disciplini – al pittore bresciano Girolamo Romani detto il Romanino (1484-1566) un ciclo di affreschi dedicato alle Storie di Cristo, per la navata della bella chiesa di Santa Maria della Neve, quattrocentesca, un po’ fuori dal paese. Da tempo sconsacrata, è ora sede di mostre d’arte.

L’artista lavorò all’opera dal 1533 al 1534. Il Romanino, che Pasolini definì “pittore internazionale fiorito nelle valli alpine”, dipinge figure grottesche: in particolare sono rese tali le espressioni di soldati e di carnefici, raffigurati come emblemi di un potere brutale.

Il suo stile anticlassico forse può essere una risposta al clima di repressione che precedette il Concilio di Trento, che diede avvio ufficiale alla Controriforma cattolica.

Il dramma della Passione di Cristo viene calato nella rozza realtà contadina del luogo; perfino Cristo ha il volto segnato di un uomo che ha sofferto fatica e miseria.

Le proporzioni dei corpi e le regole della prospettiva rinascimentale spesso non vengono rispettate. È implicita una polemica nei confronti della rigidità formale, insieme a un invito altrettanto implicito a un ritorno diretto al Vangelo e all’attenzione verso gli ultimi.

Il centro storico del paese è ricco di botteghe, soprattutto di artigiani e di artisti, e presenta vicoli misteriosi, palazzi di origine medioevale e rinascimentale, piazzette, antiche porte che un tempo erano incastonate nelle mura.

Camminando verso sud sul percorso ciclopedonale lungo il lago si arriva – grazie a un sottopassaggio – alla piccola Chiesa della Natività di Maria a Gòvine, costruita nel 1630 come ex voto dagli abitanti: non solo erano scampati alla peste di quell’anno ma anche, nel 1629, ai feroci Lanzichenecchi, che erano transitati dal borgo per dirigersi verso Mantova. Edificarono quindi come devoto ringraziamento una chiesa – decorata poi pure nel Settecento e nell’Ottocento – sul luogo di un’antica cappella.

Proseguendo e seguendo le indicazioni, si percorre una strada in salita per raggiungere la Cascata del Gòvine, a circa 400 m di quota, attraversando un bel bosco di castagni. Il salto d’acqua principale, lungo il torrente Tufere, è di quasi 40 m, all’interno di una stretta gola rocciosa. Il profumo dei ciclamini e la purezza dell’aria valgono la fatica della passeggiata!

Continuando poi il percorso sul lungolago, si arriva a una grande statua bianchissima, quella di un cavallo. La sua storia è singolare: progettato come carro allegorico per il Carnevale del 1968, simboleggiava il Cavallo di Troia.

Abbandonato e vandalizzato, perfino gettato in acqua, fu poi recuperato dagli abitanti di Gòvine e Pisogne, ricostruito in gesso e cemento armato e dipinto di bianco. Può cambiare temporaneamente colore se si decide di festeggiare un evento particolare. È dunque diventato un importante riferimento turistico per chi sta costeggiando il lago, ed è anche un simbolo: non dell’inganno, ma della vittoria dell’ingegno.

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VIAGGIO SUL TRENO STORICO (Laveno Mombello):

Viaggio sul treno storico

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