Un “Petit Tour” tra Brianza e Alto Milanese

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Modicia era l’antico nome di una zona abitata dalla popolazione gallica degli Insubri, occupata dai Romani nel III sec. a.C. Nei pressi del fiume Lambro, l’insediamento che seguì alla conquista aveva certo una collocazione strategicamente importante, ma fu solo tra il VI e l’ VIII secolo che la città – l’odierna Monza – assunse un ruolo fondamentale. Divenne infatti la capitale estiva del regno dei Longobardi, una tribù germanica, appartenente ai Suebi, che era emigrata in Italia, valicando le Alpi orientali, dopo una lunga discesa dall’Europa settentrionale, probabilmente dal sud della Scandinavia. Tutto il nord della penisola e alcune terre meridionali caddero sotto il loro dominio che durò fino al 774, quando Carlo Magno, re dei Franchi, sconfisse l’ultimo sovrano longobardo, Desiderio (sopravvisse solo il Ducato di Benevento, fino all’XI sec.).

“Lombardia” deriva da Langobardia, che significa proprio “terra dei Longobardi”. Fu la regina Teodolinda, che regnò dal 589 al 626, a volere a Monza la residenza estiva, mentre era Pavia – dal 572 – il principale centro politico-amministrativo longobardo.

Teodolinda, figlia del duca di Baviera, aveva sposato in prime nozze Autari, in seconde Agilulfo; essendo cattolica, favorì la conversione dei Longobardi dall’arianesimo al cattolicesimo. Per questa ragione, pur non essendo ufficialmente canonizzata, Teodolinda è venerata come una santa. Fece erigere a Monza una cappella palatina, che fu poi il nucleo originario del duomo, edificato sette secoli dopo: qui, in un sarcofago, sono conservate le ossa della regina, traslate nel 1308, e del figlio Adaloaldo.

Pareti e volta della cappella di Teodolinda, che si trova nel braccio settentrionale del transetto del duomo, a sinistra dell’abside, sono interamente affrescate con scene della sua vita; l’opera tardogotica (1444-1446) è un capolavoro dei pittori milanesi Zavattari. Si deve prenotare la visita – sempre guidata, a pagamento – telefonando al numero 039326383.

Il duomo è dedicato a San Giovanni Battista, di cui sia Teodolinda che Agilulfo erano devoti; la prima pietra fu posata nel 1300, con il patrocinio dei Visconti. La costruzione terminò nel 1346, ma l’edificio fu ampliato e trasformato nella seconda metà del XIV secolo, sotto la direzione ai lavori dell’architetto e scultore Matteo da Campione, uno dei cosiddetti Maestri Campionesi, autore anche del magnifico rosone sulla bellissima facciata, a fasce di marmo bianche e verdi. La basilica fu molto rimaneggiata anche in seguito, tra il XV e il XIX secolo.

Due medaglioni raffigurano Teodolinda e Agilulfo, che compaiono anche nella lunetta sopra il portale.

All’interno, nel transetto di destra, si può ammirare L’Albero di Jesse (1556-1562) dell’Arcimboldi e di Giuseppe Meda. Nel 1575-1577 Pellegrino Tibaldi, su incarico dell’arcivescovo Carlo Borromeo, riedificò il coro; a partire dal 1592 si iniziò la costruzione del campanile. La volta della navata centrale fu affrescata dal Legnanino nel 1693. Alla decorazione seicentesca del presbiterio e del coro partecipò anche Ercole Procaccini il Giovane.

Pur trionfando il barocco, emergono elementi gotici, come il Paliotto dell’Altare Maggiore, in argento, smalti e pietre dure, con le Storie di San Giovanni Battista di Borgino dal Pozzo (1350-1357). Tiburio, cappelle e navate laterali presentano affreschi della prima metà del ‘700.

Nella già citata cappella di Teodolinda è conservata la corona ferrea, appartenente al Tesoro del Duomo di Monza: si tratta di un’opera di oreficeria probabilmente del V-VI secolo, costituita da sei placche in lega oro-argento, incernierate, con decorazioni a sbalzo, pietre dure (ametiste, granati, corindoni azzurri), smalti, del diametro di 15 cm, alta 5,5 cm. La leggenda vuole che al suo interno sia inserito un chiodo della croce di Cristo – che sarebbe stato donato da papa Gregorio Magno a Teodolinda – , e per questa ragione assumerebbe il valore di una reliquia; in realtà l’anello interno non è di ferro ma d’argento! La corona ha senza dubbio un inestimabile valore storico in quanto, assunta a simbolo sacro del potere, è stata posata per oltre un millennio sul capo di molti sovrani in Italia, da Agilulfo, Carlo Magno, Federico Barbarossa fino a Carlo V, Napoleone (“Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”) e Ferdinando I d’Austria.

Il duomo di Monza può certo essere la meta privilegiata di una visita di poche ore; a questa, in una sorta di breve tour lombardo di una giornata, nei pressi di Milano, di grande interesse storico-artistico, può essere abbinato un altro edificio religioso senz’altro meritevole: il Santuario della Beata Vergine dei Miracoli, a Saronno.

La sua costruzione, ispirata al Rinascimento lombardo, si colloca tra il XVI e il XVII secolo; sorge nel luogo dove, intorno al 1460, secondo la tradizione, un giovane malato di una forma invalidante di sciatica sarebbe improvvisamente guarito davanti a una statua della Madonna posta in una cappella. Riferì che la Madonna gli aveva chiesto di far erigere una chiesa a lei dedicata, e così fu. La statua è conservata all’interno del santuario, dietro l’altare.

L’edificio è imponente, con una magnifica facciata (1596-1613) disegnata da Pellegrino Tibaldi; il tiburio (1505) è di Giovanni Antonio Amadeo, discepolo del Bramante, l’elegante campanile (1511) è di Paolo della Porta.

All’interno, si resta incantati dagli affreschi di Bernardino Luini, che tra il 1521 e il 1525 decorò l’abside, il presbiterio e il coro con L’Adorazione dei Magi, La presentazione di Gesù al tempio, Lo Sposalizio della Vergine, La Disputa con i dottori; compaiono anche, in alto, i quattro evangelisti e i quattro dottori della Chiesa. Nel chiostro, una sua bellissima Natività.

La grande cupola fu magnificamente affrescata da Gaudenzio Ferrari nel 1535 con Il Concerto degli Angeli, ossia Il Paradiso in festa accoglie la Vergine in cielo. Tre cerchi concentrici ospitano 86 angeli che cantano e suonano strumenti musicali (ne sono rappresentati ben cinquanta, tutti diversi), insieme a decine di angioletti e cherubini.

Pregevoli due gruppi scultorei di Andrea da Corbetta (Deposizione dalla Croce del 1529 e L’Ultima Cena del 1532). Affrescate dal Legnanino nel 1591 le cappelle delle navate laterali.

E se a tanta bellezza artistica si vuole unire un’immersione nella natura, si può scegliere di fare tappa, sulla strada del ritorno, a Ceriano Laghetto: da qui si può facilmente entrare, da via Bellini, nel Parco delle Groane, che presenta i resti della foresta planiziale che un tempo ricopriva la pianura padana, ricca di querce, pini silvestri, betulle.

Sentieri e percorsi ad anello si prestano a rilassanti passeggiate nel verde e nel silenzio, a neppure un’ora da Milano.

Per il petit tour proposto è meglio utilizzare la comodissima linea ferroviaria/passante S9, con treni ogni 20-30 minuti circa.

Orari del treno (S9) e fermate sulla linea Albairate-Saronno al seguente link:

https://www.trenord.it/linee-e-orari/circolazione/le-nostre-linee/saronno-seregno-milano-albairate/?code=S9

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