È ucraino, di Kharkiv, Konstantin Lifschitz, l’eccellente pianista ascoltato allo Spazio Teatro 89 di via Fratelli Zoia nell’ambito del Festival MiTo. Cinquant’anni, Lifschitz suona il pianoforte dall’età di cinque anni; ha compiuto gli studi a Mosca, dove ha debuttato a soli tredici anni, avviando una carriera internazionale che lo ha portato a esibirsi nelle principali sale da concerto.
Il programma prevedeva tre grandi autori del Romanticismo, Mendelssohn, Brahms e Schubert, attraverso pagine certamente frequentate, ma che nelle mani di Lifschitz hanno rivelato una profondità e una ricchezza interpretativa di particolare rilievo.
Il concerto si è aperto con una selezione dalle Romanze senza parole di Felix Mendelssohn: l’op. 19 n. 1, l’op. 38 n. 5, l’op. 62 n. 1, l’op. 67 n. 5 e n. 3 e l’op. 38 n. 6. Sei pagine nelle quali il pianista ha mostrato fin dalle prime battute una notevole capacità di entrare nel carattere più intimo della scrittura mendelssohniana. Lontano da una lettura semplicemente sentimentale, Lifschitz ha privilegiato il canto, la trasparenza delle linee melodiche e una grande attenzione alle dinamiche, costruendo un percorso espressivo coerente e particolarmente intenso. Le sei Romanze sono apparse così ben accostate tra loro e, nello stesso tempo, funzionali a preparare il clima dei brani successivi.
Con le Sette Fantasie op. 116, capolavoro dell’ultimo periodo pianistico di Johannes Brahms, il pianista ha affrontato una scrittura assai più complessa e introspettiva. Qui è emersa una visione chiarissima delle strutture costruttive, unite a una forte sensibilità per il colore e per i contrasti. Lifschitz ha saputo mettere in evidenza tanto la densità polifonica quanto la dimensione più meditativa di queste pagine, alternando momenti di grande energia ad altri di intensa sospensione. Una lettura riflessiva, ma mai statica, sostenuta da un controllo tecnico che ha permesso di far emergere ogni particolare senza perdere la visione complessiva dell’opera.
A concludere il programma è stata la Sonata in do maggiore D 840, Reliquie, di Franz Schubert, nella versione completa portata a termine da Ernst Křenek. Si tratta di una pagina di straordinaria profondità musicale, rimasta incompiuta nella sua forma originaria e proprio per questo raramente proposta integralmente. Più frequentemente viene eseguita una versione abbreviata, della durata di circa venticinque minuti; Lifschitz ha invece scelto di proporre la ricostruzione completa, che supera i quarantacinque minuti.
Una scelta impegnativa, affrontata con grande concentrazione. I tempi riflessivi, la cura dei dettagli e la capacità di mantenere una tensione musicale costante hanno permesso di cogliere pienamente la particolare fisionomia della Sonata. Particolarmente interessante il Rondò. Allegro finale, movimento ricco di idee, contrasti e improvvisi cambiamenti di atmosfera, tanto da poter essere considerato, per la sua compiutezza, quasi come una pagina autonoma.
La lunga serata si è conclusa con applausi più che meritati per un interprete di grande statura, capace di affrontare repertori differenti con una comune profondità di pensiero. Lifschitz ha quindi concesso un bis folgorante: il terzo dei Tre Klavierstücke D 946 di Schubert, ulteriore conferma della sua straordinaria sensibilità nel repertorio schubertiano.