Ritorno a Buenos Aires

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Film di profondo valore, sia umano che storico, dall’atmosfera cupa, dove il buio e i colori spenti prevalgono spesso sulla luce: come d’altronde è molto cupa la vicenda narrata, che riporta agli anni terribili vissuti in Argentina durante la dittatura militare del generale Jorge Rafael Videla.

Occorre ricordare che cinquant’anni fa, nella notte del 24 marzo 1976, un golpe delle forze armate– senza spargimento di sangue – rovesciò il governo della presidente Isabelita Martinez de Perón, dal 1974 vedova di Juan Perón. Sciolti il Parlamento e i partiti, salirono al potere militari che, con il pretesto di riportare in Argentina ordine e stabilità economica, instaurarono in realtà un regime di terrore: si perseguitarono oppositori politici, sindacalisti, attivisti, docenti, studenti, anche minorenni, che provavano a reagire con gruppi organizzati. I Montoneros (peronisti di sinistra) e i guevaristi dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo realizzavano – in realtà già dal 1974 – attentati e atti di guerriglia.

FILE – In this March 24, 1976 file photo, Gen. Jorge Rafael Videla, center, is sworn-in as president at the Buenos Aires Government House accompanied by Adm. Emilio Massera, second from left, and Brig. Orlando Agosti, second from right, members of the junta that overthrew President Isabel Peron. Massera, a leading member of Argentina’s former military junta that waged a “dirty war” against political opponents, died Monday Nov. 8, 2010 at age 85. (AP Photo/Eduardo Di Baia, File)

Con l’alibi della lotta contro il terrorismo, fu dunque attuato dalla Giunta militare presieduta da Videla un piano di sequestri di tutti coloro che venivano sospettati di essere pericolosi dissidenti: finivano imprigionati, nell’assoluta segretezza, in centri clandestini di detenzione, in celle spesso minuscole, soffocanti, infestate da insetti e topi.

Legati, incatenati e torturati da sadici aguzzini con la picana, ossia un pungolo elettrico per bestiame, che veniva appoggiato su parti sensibili come genitali, seni, ano, mucosa boccale e dava scosse dolorosissime fino a 16.000 volt (ma a bassissima intensità di corrente in modo da non essere letali), stuprati, tenuti senza cibo e acqua, erano uccisi spesso nei cosiddetti “voli della morte”. Sedati con il pentobarbital, gli sventurati erano gettati da aerei nell’Oceano Atlantico o nel Rio de la Plata, in modo da non far mai più ritrovare i loro resti. Le donne incinte venivano tenute in vita fino al parto e i neonati erano ceduti illegalmente a famiglie allineate con il regime. Le vittime, i desaparecidos, furono più di 30.000. A questi si devono inoltre aggiungere circa 15000 prigionieri politici, giudicati sommariamente e pubblicamente da tribunali speciali, e fucilati.

Il film non si sofferma mai in modo esplicito o crudo su scene di sevizie e uccisioni, che vengono raccontate a fatica: lascia dunque all’immaginazione del singolo spettatore la ricostruzione di quanto avveniva. E certo vengono i brividi, si resta profondamente scossi.

Furono le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo, alla ricerca dei loro figli e dei loro nipoti scomparsi, a scendere in piazza in manifestazioni pacifiche, che coinvolgevano decine di migliaia di persone, e a svelare al mondo l’immane tragedia che stava vivendo l’Argentina.

È da sottolineare che la dittatura aveva l’appoggio degli Stati Uniti, tramite Henry Kissinger, e di buona parte dei vertici del clero cattolico.

Il regime entrò in crisi nel 1982, dopo la sconfitta del 14 giugno nella breve guerra delle isole Falkland – territorio d’oltremare britannico dal 1833 – che erano state rivendicate dalla giunta militare argentina e quindi occupate il 2 aprile. Dopo aspri scontri, prevalse il Regno Unito guidato da Margaret Thatcher. La dittatura cadde poco dopo, nel 1983; fu eletto presidente Raúl Alfonsin e si riavviò un processo democratico.

I principali responsabili degli orridi crimini contro l’umanità commessi tra il 1976 e il 1983 furono arrestati e processati nel famoso Juicio a las Juntas del 1985: Videla e l’ammiraglio Emilio Massera ebbero l’ergastolo.

Nel 2003 si riaprirono maxiprocessi, a seguito dell’annullamento, per anticostituzionalità, delle leggi di amnistia varate precedentemente, ossia le “leggi del perdono” del 1986-87, e della grazia concessa dal presidente Carlos Menem nel 1990 allo stesso Videla e agli altri gerarchi responsabili della “Guerra sporca”. Furono arrestati e condannati centinaia di militari, poliziotti, e altri carnefici che erano stati individuati sia dai testimoni superstiti che grazie all’esame approfondito di carte e documenti. Videla tornò in carcere ed ebbe nuovamente l’ergastolo; morì in cella, a 87 anni, nel 2013.

È quest’ultimo il periodo in cui si svolge il film, che racconta la storia di personaggi immaginari, ma che potrebbero essere reali. Secondo la sinossi presentata nella scheda ufficiale del film all’83^ Mostra del Cinema di Venezia (2026), la vicenda si svolge nel 2008 e il protagonista, Mariano Guerra (l’eccellente Adriano Giannini), è uno dei sopravvissuti; vive a Torino da 33 anni. Ma emerge subito un’incongruenza temporale! L’anno in cui avrebbe lasciato l’Argentina risulta essere, da un semplice calcolo, il 1975… e il golpe di Videla è del 1976. Inoltre emerge che Mariano ha trascorso ben due anni e 46 giorni di detenzione nel Garage Olimpo di Buenos Aires, quindi, a maggior ragione, o non sono 33 anni o non è il 2008… Ma tant’è.

Mariano, che lavora come soccorritore sulle ambulanze, ed è visibilmente un uomo tormentato, dal passato oscuro, riceve più volte comunicazioni dal governo argentino, che lo convoca come testimone ai processi che vedono come imputati i torturatori del Garage Olimpo. Riesce alla fine a vincere paure e sensi di colpa mai superati, e decide di partire per Buenos Aires. Qui, al Ministero della Giustizia e in tribunale, incontra altri testimoni, che aveva conosciuto ventenne – quando si faceva chiamare Tano – e che sono sopravvissuti come lui.

Ottima l’interpretazione di Ana Celentano nella parte di Amalia Mendez, di Verònica Gerez in quella di Evelyn, di Olivia Nuss (Muñeca), di Marcelo Chaparro (avvocato Enrique Caseros). Anche il Dottor K (Adriàn Fondari), che compare nelle ultime scene, è credibile e inquietante.

Il film è una vera discesa negli inferi della coscienza di Mariano, che rievoca i suoi demoni personali e riesce a trovare, alla fine, lo spiraglio per uscirne di nuovo vivo e libero. La scena finale è molto simbolica: immerso nelle luci e nella musica assordante di una discoteca, Mariano vede se stesso, il giovane Tano (Eduardo Hoy), aprire una porta, guardarlo un’ultima volta, e scomparire.

Il regista Marco Bechis, autore nel 1999 del film Garage Olimpo, ha voluto ripercorrere tormenti e ricordi di un sopravvissuto che deve testimoniare le violenze subìte, gli orrori visti, ma anche le ragioni della sua stessa sopravvivenza: oggi potrebbe essere anche un qualsiasi immigrato africano che vediamo camminare nelle nostre strade, e di cui non sappiamo nulla. E forse non avrà mai giustizia.

Bechis nel 1977 era in Argentina, fu sequestrato e poi liberato. Grazie ai suoi film, tiene alta la memoria di quanto accadde in quegli anni. Ha girato Ritorno a Buenos Aires a Torino e in Brasile, a Porto Alegre, non nella capitale argentina, perché il governo revisionista del presidente Milei non ne ha sostenuto la produzione.

Da vedere.

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