Home Musica QUANDO LA MUSICA È PURA BELLEZZA IL VELLUTO DEL BASSETTO DI MOZART...

Ieri sera, 9/05, al Teatro Civico di Vercelli, due musicisti d’eccellenza, il clarinettista A. Carbonare e il Maestro G. Rimonda, sul podio come direttore della Camerata Ducale, hanno dato vita ad un concerto, il cui programma era guidato da un principio ispiratore ‘assoluto’: la musica come epifania luminosa e purissima della bellezza, intesa come armonia ideale. Il programma, del resto, parlava già da solo: l’Ouverture da Le Nozze di Figaro K492 e il Concerto per clarinetto in la maggiore K 622 di W. A. Mozart, seguiti dalla Sinfonia n.4 Italianain la maggiore op. 90 di F. Mendelssohn-Bartholdy. Parlava da solo, questo programma, non solo, ovviamente, con i nomi degli autori, ma anche con quella tonalità di la maggiore, che con la sua serena luminosità ritorna nelle due composizioni regine dell’impaginato, ed è introdotta dal festoso e brillante re maggiore dell’Ouverture, che è stretto parente del la maggiore, essendone la sottodominante. Già tutto, insomma consuona in una perfetta architettura sin dalla carta. Ma come questo programma mantiene pienamente le sue seducenti promesse? Rimonda, noto per la sua ricerca della perfezione ed eleganza del suono, risponde subito a questa domanda già con l’Ouverture dalle Nozze di Figaro, un Presto, vincendo pienamente la sfida che questo pezzo pone ad ogni interprete: mantenere il “tempo di corsa” da capo a fine, trascinando l’ascoltatore nell’energia elettrica di un’opera comica, ma sottoponendo questo impulso ritmico ad un controllo formale, che lo depuri da ogni possibile imprecisione e confusione, facendone risplendere la forma che ricompone in una superiore armonia il dinamismo puro del flusso sonoro. Come ottiene questo miracoloso equilibrio la bacchetta di Rimonda? Con le qualità che ormai gli conosciamo bene: una precisione tecnica quasi millimetrica, ad esempio nei passaggi rapidissimi degli archi all’unisono, l’articolazione nitida e leggera dei tempi, che permette quella trasparenza di suono, grazie a cui l’ascoltatore riesce ad udire ogni singolo ricamo dei legni sopra il tappeto frenetico degli archi. Il tutto guidato da una finissima eleganza, che è la cifra più tipica del Rimonda così Direttore, come violinista, e dalla perfetta esecuzione dei contrasti dinamici, dai sussurrati piano agli improvvisi passaggi in forte che coinvolgono fiati e timpani, senza che, sotto la bacchetta di Rimonda, si facciano mai esplosivi, ma conservano l’impronta di un lavoro di fine cesellatura. Insomma, un gioiello degno dell’autore che lo concepì, quest’Ouverture mozartiana. La limpida eleganza della direzione di Rimonda, unendosi a meraviglia al suono morbido, fluido e cristallino del clarinetto di Alessandro Carbonare, ha fatto del Concerto per clarinetto di Mozart una vera gemma musicale. Va precisato che Carbonare, fedele alla versione originaria del concerto, suonava il clarinetto di bassetto, dotato di un’estensione maggiore verso il grave rispetto al clarinetto in la, per il quale il Concerto venne trascritto più tardi, vent’anni dopo la morte di Mozart e con il quale la composizione è oggi usualmente eseguita. È dunque uno strumento dal suono grave e profondo, vellutato, che Mozart offre all’interprete perché lo sfrutti in tutta la gamma delle sue possibilità espressive, cui contribuisce anche l’inusuale ‘trasparenza’ di un’orchestra senza oboi e trombe. Carbonare, con la sua straordinaria tecnica esecutiva ha esplorato le potenzialità tecniche e timbriche del bassetto con una profondità emotiva che oscillava tra una luminosa serenità e una malinconia autunnale, già affioranti nel variegato intreccio melodico che accompagna i due temi principali dell’Allegro iniziale, per raggiungere un’intensità emotiva senza pari nel meraviglioso Adagio centrale, in cui il bassetto di Carbonare espone il tema principale con una purezza e semplicità che non è esagerato definire celestiali, arricchite, rispetto al clarinetto in la, dalla profondità e dal suono vellutato dello strumento, che il solista sfrutta con una perizia che non teme confronti nel creare una paletta timbrica di incantevole finezza. Il bassetto diviene poi protagonista assoluto nella sezione centrale del movimento, in cui Carbonare crea, con lo stacco dei tempi, l’intensità espressiva del fraseggio, la calibratura perfetta delle dinamiche e dei timbri, lungo tutta l’estensione della tessitura dello strumento, un’atmosfera fatta di volute sonore, che sembrano espandersi in arabeschi vaporosi e un po’ misteriosi, in una vera estasi musicale. Un canto sublime e rarefatto, quello che Carbonare esprime dal suo ‘bassetto magico’, cui la direzione di Rimonda costruisce un tappeto orchestrale delicatissimo, “incorniciando” il solista senza mai sovrastarlo, mantenendo quel tono di dialogo cameristico essenziale per quest’opera, con un suono orchestrale asciutto, ma vibrante. La capacità di Carbonare di passare da un registro all’altro con assoluta fluidità è poi fondamentale per esaltare l’alternarsi di agilità virtuosistiche a passaggi di estrema dolcezza, proprio del finale Rondò. Un vero capolavoro di purezza di suono ed eleganza formale, illuminati dal lirismo vocale del clarinetto di bassetto di Carbonare: questa la sintesi di ciò che per noi è stato il Concerto K622 ascoltato ieri sera a Vercelli. Grande il successo di Carbonare che riscuoteva applausi torrenziali dal pubblico da tutto esaurito, ricambiati da un fuori programma di stratosferico virtuosismo, di sonorità e ritmo d’impronta jazzistica, eseguito con un ‘normale’ clarinetto in la. Purtroppo non abbiamo identificato il pezzo. Il filo di questa suprema armonia musicale si conclude con la sintesi portentosa di ebbrezza melodica e rigore formale che è la Sinfonia n. 4 Italiana di Mendelssohn-Bartholdy. È questa una delle partiture ideali per la Camerata Ducale e lo stile esecutivo del suo direttore: Guido Rimonda, con la sua sensibilità di violinista di razza, punta, una volta di più, sulla trasparenza delle tessiture, anche nei momenti più contrappuntisticamente complessi del fugato del primo movimento; la Camerata Ducale, essendo una formazione di dimensioni agili, è l’organico perfetto per evitare “fangosità” sonore, permettendo a Rimonda di ottenere un suono chiaro, omogeneo nella sua pulizia, talvolta quasi argenteo. Rimonda ha dedicato anni alla riscoperta del repertorio violinistico del Settecento (si pensi a Viotti, l’autore di culto del Maestro saluzzese). Questa competenza è fondamentale in particolare nell’Andante, ove il Direttore ha imposto un’arcata melodica, mai sentimentale in modo effusivo, ma improntata a quel “cantabile” italiano, vivaldiano, che Mendelssohn ammirava tanto. Nel finale, guidata dalla bacchetta di Rimonda, la Ducale ha visto protagonista. l’agilità degli archi, qui l’arma vincente per rendere il fraseggio elettrico e scattante del vorticoso moto di terzine del Saltarello, in cui peraltro ogni accento veniva scolpito col rigore di un controllo formale impeccabile. Quella sintesi di sensibilità romantica e di architettura neoclassica, cui aspirava Mendelssohn, ha trovato in Rimonda un coerente ed eccellente interprete. Il caloroso e travolgente applauso, durato quasi una decina di minuti, che ha accolto la fine del concerto, ne ha sancito il grande e meritato successo, Davvero un’altra serata da ricordare tra le numerose che la Camerata Ducale e il suo Maestro continuano a donarci. (Foto dall’Ufficio Stampa Camerata Ducale)