MINOTAUR Nel Labirinto del Potere

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Diretto dal sessantaduenne regista siberiano Andrey Petrovič Zvyagintsev e vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria del 79° Festival di Cannes, il film è stato girato in Lettonia verso la fine del 2025.

Zvyagintsev è considerato un oppositore del regime putiniano e nel 2023 ha lasciato la Russia per la Francia, dopo un lungo periodo di malattia dovuta a una reazione al vaccino antiCovid Sputnik V, nel 2021. Minotaur è un remake del lavoro di Claude Chabrol La Femme infidèle (1969), come lo fu anche Unfaithful di Adrian Lyne, uscito nel 2002, con Richard Gere che interpretava il marito tradito.

Il protagonista è Gleb (Dmitriy Mazurov), dirigente d’azienda, sposato, con un figlio adolescente, che scopre la relazione tra la bella moglie Galina (Iris Lebedeva) e un giovane fotografo, Anton (Yuriy Zavalnyuk).

Conoscendo la trama dei film precedenti, lo spettatore sa già che cosa succederà quando Gleb va a casa di Anton, all’insaputa di Galina, per incontrarlo…

In realtà la vicenda affettiva personale, un po’ scontata, si svolge parallelamente a un’altra, che coinvolge suo malgrado Gleb, ed è questa la novità del film: l’uomo viene incaricato dal sindaco, come altri dirigenti, di scegliere tra i suoi dipendenti quattordici persone da mandare al fronte.

L’invasione russa dell’Ucraina è infatti iniziata sei mesi prima – si è nell’autunno del 2022 – e occorre implementare l’esercito, con la leva obbligatoria per buona parte della popolazione idonea alla guerra. Al contempo, non si vogliono privare industrie e aziende dei lavoratori più efficienti, quindi le autorità militari delegano alla selezione i responsabili del personale. Gleb, turbato, non vuole compilare la lista richiesta scegliendo tra i suoi lavoratori, che conosce e apprezza: ma se non lo fa entro una certa data l’arruolamento diventerebbe coatto e casuale.

Trova dunque un escamotage alquanto immorale assumendo frettolosamente nuovi addetti – attratti con l’inganno di buone condizioni di lavoro e di salario – i cui nomi poi entreranno invece nell’elenco da inviare. Sono perfetti sconosciuti e quindi Gleb non prova rimorsi o dubbi al riguardo. A questi aggiungerà però anche il nome del fidato custode dell’azienda, che aveva incaricato di indagare su Galina e che aveva trovato le prove del tradimento; è un modo crudele per allontanarlo (e per eliminarlo, perché morirà combattendo e sarà considerato un eroe, con tanto di manifesti celebrativi sulle strade).

Pur essendo ben recitato, con una bellissima fotografia e un’ottima regia, dal ritmo sostenuto, che tiene alta l’attenzione degli spettatori per i 135 minuti della sua durata, il film non convince del tutto riguardo ai contenuti. L’idea del “labirinto del potere” in cui doveva muoversi Gleb, sia sul piano delle scelte obbligate per la lista dei coscritti, sia su quello coniugale come marito possessivo di una donna infedele – che comunque, durante una discussione, gli rinfaccia anche una sua passata amante – non è sviluppata in modo compiuto, resta superficiale. Il protagonista è freddo, distaccato, riesce a dissimulare tutto, perfino il delitto di cui si è macchiato.

Non si coglie in realtà neppure una critica aperta alla guerra e ai governanti, pronti a sacrificare persone come se fossero oggetti senza valore. Sembra che chiunque accetti il proprio destino in modo supino; solo una madre urla e piange vedendo il figlio in partenza per l’addestramento militare. Un’impiegata guarda al pc dell’ufficio scene di guerra e distruzione in Ucraina: e Gleb la vede, passando, e le fa cenno di smettere, come se fosse una semplice distrazione da rimproverare. E tutto scorre come se non succedesse nulla o quasi.

Alcune scene sono pure improbabili, se non assurde, come quella in cui Gleb getta dal balcone il cadavere di Anton, avvolto in un tappeto, in pieno giorno, davanti a decine di finestre di edifici di sei-sette piani: nessun testimone?

E comunque non è sufficiente, per richiamare il titolo del film, la scelta finale di una vacanza a Creta (e il mito del Minotauro non c’entra ovviamente nulla): Galina si è infatti riavvicinata a Gleb, pur immaginando che sia lui la causa della sparizione di Anton. La polizia, che ha nel frattempo scoperto la registrazione di una telecamera di sorveglianza che inchioderebbe l’uomo, riceve “dall’alto” l’ordine di lasciar perdere. Nessuna giustizia dunque né per Anton né per i soldati mandati a morire in una guerra che non volevano combattere. Forse il “labirinto”, come metafora della ricerca vana di una via d’uscita, vale solo per questi ultimi.

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