È tornato, dopo molti anni, ai concerti della Fondazione La Società dei Concerti il violinista russo Sergej Krylov, fuoriclasse del violino e anche direttore d’orchestra, che ha portato in Sala Verdi, nel Conservatorio milanese, la sua Lithuanian Chamber Orchestra, una compagine d’archi che sembra costruita apposta per essere forgiata dal grande interprete.
Il corposo programma comprendeva brani contemporanei e pagine della tradizione classica. Ad aprire la serata è stato I like F. Schubert per violino e orchestra d’archi del compositore lituano Vidmantas Bartulis (1954-2020). Un lavoro di circa dodici minuti nel quale una semplice nota del solista veniva ritmicamente scandita in una sorta di ripetizione infinita, variata nella dinamica dal vibrato splendido di Krylov e dalle armonie dell’orchestra. Un ottimo brano, che gioca sulla capacità di Krylov di rendere espressiva una costruzione apparentemente semplice, cosa tutt’altro che facile.
Il lavoro successivo, il celebre Quartetto La morte e la fanciulla D 810 di Franz Schubert, nella versione per orchestra d’archi, ha fatto emergere l’attitudine di Krylov alla direzione orchestrale. Sono emerse tutte le qualità dei cameristi nel delineare un lavoro profondo del grande compositore viennese, pagina che anche in questa formazione ampliata rivela tutte le sue peculiarità.
Dopo l’intervallo, il primo breve e intenso lavoro proposto era una nuova composizione di Francesco Mariotti (1979). Il suo Here Comes Everybody (2026), nuova commissione per orchestra d’archi della durata di circa sette minuti dedicata a Krylov e all’orchestra lituana, , si apre con note iniziali dei violini quasi impercettibili, che introducono suggestioni musicali ricche di tensione espressiva nella dialettica raffinata tra i singoli archi, come il violino e la viola solista. o le rispettive sezioni. Krylov, alla direzione, ha forgiato la compagine orchestrale in modo da ottenere un’interpretazione di evidente resa espressiva. Applausi calorosi e meritati anche per l’ottimo compositore, salito sul palcoscenico al termine dell’esecuzione.
Il momento più virtuosistico della serata, e certamente quello che rimarrà maggiormente impresso nella memoria del pubblico presente, è stato l’ascolto del Concerto n. 5 in do minore per violino e orchestra di Niccolò Paganini, uno dei concerti forse meno eseguiti del compositore genovese, autore della celebre Campanella. Articolato nei classici tre movimenti – Allegro maestoso, Adagio e Finale. Rondò andantino quasi allegretto – il brano ha fatto emergere le prodigiose qualità dell’interprete, raffinato in ogni dettaglio, con intonazione perfetta anche nei sopracuti più estremi, grande incisività ed espressione in ogni frangente e capace, nella direzione, di stabilire un equilibrio eccellente con i professori d’orchestra, tutti di ottimo livello. Ne è scaturita un’interpretazione di altissimo profilo, capace di delineare con chiarezza la bellezza costruttiva di quest’ultimo concerto paganiniano.
Applausi calorosissimi e alcuni bis strepitosi tratti dalle Quattro stagioni di Antonio Vivaldi nelle ricomposizioni di Max Richter, eseguite con un’energia straordinaria, raramente ascoltata. Un concerto memorabile.