Il nuovo concerto del Festival Pianovara proponeva all’attenzione del pubblico novarese, nell’Auditorium del Conservatorio Cantelli, un recital del pianista Giorgio Costa .
Il Maestro torinese, di solida formazione anche di livello internazionale, vanta una carriera costellata di prestigiose collaborazioni e acclamate tournée ai quattro angoli del globo, che lo ha imposto come un interprete di riferimento per il repertorio romantico, grazie alla sua capacità di fondere un rigoroso rispetto filologico del testo con una spiccata sensibilità espressiva. Da ricordare i suoi approfonditi studi di Filosofia della Musica all’Università di Magonza. La prima parte della serata ha visto Costa misurarsi con i tre Impromptus aus dem Nachlass , più noti come i Drei Klavierstucke D 946 di Franz Schubert . La caratteristica compositiva fondamentale di queste pagine postume è la frammentazione della forma a favore di un flusso di coscienza puramente lirico, aprendo la strada a un percorso di straordinaria modernità, che purtroppo Schubert non poté compiere per la morte precoce. Costa ha aggredito l’ Impromptu n. 1 in mi bemolle minore in tempo Allegro assai con un’energia vibrante, governando le continue oscillazioni tra la drammaticità del tema principale e le oasi di pace degli episodi contrastanti. Il controllo del tocco ha permesso di non far mai risultare pesante il fitto tessuto di terzine. Nell ’Impromptu n. 2 in mi bemolle maggiore Costa ha cesellato la celebre melodia esposta nell’ Andante con una cantabilità trasparente e apollinea. Il contrasto con le sezioni minori, più scure e tormentate, è stato gestito con passaggi dinamici e timbrici fluidi, senza mai spezzare la campata ritmica complessiva. L’ Impromptu n. 3 in do maggiore ha offerto al Maestro torinese la possibilità di esaltare la natura sincopata e quasi popolaresca del pezzo. L’agogica è rimasta flessibile, ma rigorosa, mettendo in luce i raffinati giochi armonici e le repentine modulazioni tipiche dell’ultimo Schubert. Nella seconda metà del concerto, Costa ha affrontato l’universo espressivo di Fryderyk Chopin , un terreno dove la tecnica pura deve farsi veicolo di una narrazione interiore. L’esecuzione del Notturno op. 15 n. 3 in sol minore è stata un capolavoro di ‘sospensione temporale’. Costa ha evitato ogni compiacimento sentimentale nel tema iniziale, affrontando poi la sezione Lento (“Religioso”) con un suono denso e corale, che ha richiamato la solennità di un canto liturgico. La Polacca op. 40 n. 2 in do minore , in netta contrapposizione con la solarità della sua gemella in La maggiore, esprime una cupa e dolorosa oppressione. Il pianista ha sfoderato un registro grave, potente e profondo, mantenendo ossessivo il ritmo di danza, quasi funebre, restituendo appieno il senso di tragedia patriottica voluto dall’autore. La Ballata op. 47 n. 3 in la bemolle maggiore nota per il suo carattere più disteso e narrativo, ha trovato in Costa un interprete idi raffinata eleganza e sensibilità: la fluidità del fraseggio di Costa ha permesso al tema iniziale di dipanarsi con naturalezza, per poi sviluppare una transizione verso lo sviluppo centrale, più denso e cromatico, guidata da un virtuosismo nitido e mai fine a se stesso. Il più monumentale dei Notturni, l’op. 48 n. 1 in do minore , ha rappresentato uno dei vertici emotivi del concerto. Costa ha cantato con nobile austerità il tema iniziale, mentre nella sezione centrale ha orchestrato lo spessore degli accordi in un crescendo drammatico travolgente, per poi sfociare nella ripresa agitata con una lucidità tecnica impeccabile. Il recital si è chiuso con uno dei capolavori assoluti della letteratura pianistica polacca, la Ballata op. 52 n. 4 in fa minore : Costa ha affrontato questa complessa architettura formale con un’intelligenza analitica magistrale.
Dall’introduzione sognante alle cinque variazioni del tema, fino alla intensissima e virtuosistica Coda finale, ogni contrappunto è rimasto perfettamente leggibile. Il pianista ha dosato le forze e i colori, restituendo intatta la densità polifonica e il misticismo di questa pagina universale. Interessante il raffronto con l’interpretazione che di questo stesso pezzo ha fornito pochi giorni fa, qui al Cantelli, Pietro De Maria: più orientata verso la ricerca della tensione, nella coerenza dell’insieme e più brillante nel suono l’esecuzione di De Maria, più analitica, e di suono più denso ci è parsa l’esecuzione di Costa: Giorgio Costa possiede un tocco eccezionalmente differenziato: la sua mano sinistra non è mai un mero accompagnamento, ma dialoga alla pari con la destra, dote fondamentale per districare la polifonia nascosta di Chopin Due interpretazioni entrambe esemplari nella loro capacità di penetrare a fondo nella struttura di questo pezzo immortale. In generale, di Giorgio Costa, dopo averlo ascoltato in questo recital novarese, ci hanno colpito sia l’uso del pedale, ampiamente sfruttato per creare risonanze ed effetti di luce che valorizzano le armonie schubertiane e il fraseggio di Chopin sia la gestione del rubato in Chopin, sempre apparsa naturale e calibrata, saldamente ancorata alla logica della frase musicale. Costa si è confermato il musicista filosofo di cui abbiamo accennato nella presentazione, capace di dominare la tastiera per dare voce all’anima profonda del Romanticismo. Grande il successo di pubblico, i cui applausi hanno strappato due fuori programma , entrambi da J. Brahms: l ’Intermezzo in la maggiore op.118 n.2 e la Ballata in sol minore op.118 n.3 , entrambe suonate con grande classe e intimità espressiva.