I PERSIANI di Eschilo al Teatro Greco di Siracusa

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Eschilo nacque nel 525 a.C. ad Eleusi, in Attica, famosa per il santuario dedicato al culto di Demetra, cui pare fosse iniziato giovanissimo; appena venticinquenne si presentò alla sua prima gara drammaturgica, e nel corso della sua vita vinse ben cinquantadue corone in altrettanti agoni, conquistando tredici volte il primo premio.

È considerato il creatore del Dramma tragico, di cui era poeta compositore e regista, nonché, secondo la tradizione, l’inventore della maschera e del coturno, ossia di una calzatura con una suola di sughero molto spessa che serviva ad alzare la statura degli attori, in base all’importanza del loro ruolo. Morì in Sicilia, a Gela, nel 456 a.C.

La sua produzione comprendeva una novantina di opere, tra drammi satireschi e tragedie; solo sette, e tutte tragedie – tra cui la trilogia dell’Orestiade – ci sono pervenute integre. Aristotele annotava che, mentre prima di Eschilo la parte principale della tragedia era affidata al Coro, con lui veniva invece consegnata al dialogo tra gli attori, e il Coro stesso diventava personaggio.

Nel 472 a.C. viene rappresentata ad Atene, al Teatro di Dioniso, la tragedia I Persiani, appartenente a una trilogia, ma unica rimasta delle tre originali; è la più antica in assoluto che ci sia giunta. È intitolata dal nome del Coro, ossia gli anziani rimasti in Susa, capitale dell’impero persiano, mentre tutti i giovani sono a combattere nella guerra voluta dal regnante Serse contro la Grecia; ma il Coro, una sorta di Gran Consiglio, resta in secondo piano. I veri protagonisti sono quattro personaggi singoli: il Messaggero, Atossa (madre di Serse e vedova di Dario), Serse, lo spettro di Dario.

L’attesa della catastrofe, il senso solenne di una Giustizia divina incombente e punitiva nei confronti della superbia di Serse, elementi arcani e inquietanti – come il sogno di Atossa e l’evocazione dello spirito di Dario – permeano il lavoro, che ha la singolarità di dare voce agli sconfitti, i Persiani, e non ai vincitori, gli Ateniesi. Questi, solo otto anni prima, nel 480 a.C., avevano infatti inflitto ai nemici invasori della Grecia – responsabili dell’incendio di Atene e della strage di Spartani alle Termopili – una terribile disfatta, presso l’isola di Salamina. Il vento era stato favorevole alle agili navi elleniche; la flotta persiana, costituita da milletrecento imbarcazioni, grosse e pesanti, era rimasta bloccata in uno stretto tra la costa e l’isola, e falcidiata. Anche a Platea, sulla terraferma, l’esercito di Serse fu fermato dai soldati ateniesi.

Eschilo stesso aveva combattuto a Maratona e a Salamina, e secondo la leggenda era fratello di un coraggioso eroe caduto in battaglia.

La tragedia vinse le Grandi Dionisie del 472 a.C. e fu rappresentata subito, fino al 469 a.C., anche al Teatro Greco di Siracusa, il teatro arcaico progettato dall’architetto Damocopos, probabilmente con una struttura trapezoidale.

Sotto il tiranno Gerone II, nel III sec. a.C., il teatro fu ricostruito in forma semicircolare e poi rimaneggiato successivamente in epoca romana. Scavato nella roccia calcarea del colle Temenite, con una bellissima càvea dal diametro di quasi 140 m e ben 67 ordini di gradini, abbandonato per secoli e perfino utilizzato dagli Spagnoli per ricavare pietre da costruzione, resta il più antico teatro di tutto l’Occidente. Ha circa 15000 posti per gli spettatori. Ed è proprio qui, in questo luogo suggestivo, dall’ottima acustica, che I Persiani sono stati nuovamente rappresentati, dal 13 giugno scorso, grazie all’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico), che dal 1914 organizza gli spettacoli al Teatro Greco.

Il regista spagnolo Àlex Ollé, classe 1960, direttore artistico de La Fura dels Bauls, ha messo in luce gli aspetti incredibilmente contemporanei del capolavoro di Eschilo, dramma storico e non mitologico, dove si riflette sulla guerra, sul potere, sulla fragilità umana e sul nostro destino comune. È anche una sorta di manifesto critico nei confronti dell’imperialismo delle grandi potenze. Ollé ha modernizzato il lavoro senza snaturarlo, compiendo semplicemente un’operazione di “trasbordo” temporale delle vicende narrate.

Il Messaggero (Giuseppe Sartori) è un soldato ferito, in tuta mimetica, che con un lungo monologo informa Atossa (Anna Bonaiuto) e gli altri consiglieri reali, militari e politici, riuniti intorno a un grande tavolo, della gravità della situazione.

Si sentono rumori di sfondo, rombi di aerei militari ed elicotteri, bombe. Su uno schermo compaiono in sequenza – a volte sfocati o inquadrati solo parzialmente – i primi piani dei personaggi, mentre parlano con voci possenti, colti in espressioni di rabbia, di dolore, di sbigottimento.

L’attesa di altre notizie diventa sempre più angosciosa, e intervengono improvvisamente figure come una vedova di guerra, la madre di un soldato scomparso, un ex caporale reduce e caduto in depressione; i loro monologhi sono vere urla nel silenzio, contro la macchina bellica foriera di morte e orrori.

Viene issato anche uno striscione con la scritta “NO ALLA GUERRA”, molto applaudito dagli spettatori, resi in modo efficace partecipi delle tematiche affrontate. Negli anni della guerra Russia-Ucraina, che sembra interminabile quanto sanguinosa, della guerra tra Israele e Palestina, dell’attacco statunitense e israeliano all’Iran, e di molte altre guerre ignorate dai media, le riflessioni ascoltate e le testimonianze accorate sono apparse più che mai attuali.

Centrale la figura di Atossa, figlia di Ciro il Grande e donna potentissima: Eschilo la dipinge come una madre sofferente, preoccupata per le sorti del figlio Serse e distrutta per l’avverso destino dei Persiani. In tailleur rosso e occhiali scuri, risalta sulla scena come personaggio moderno temuto e influente.

L’ombra di Dario (Alessio Boni) parla con Atossa: Riflettete sul nostro castigo, dice. Il Coro elenca i nomi di combattenti persiani che non hanno fatto ritorno. Dove sono Farnùco e il prode Ariomàrdo? E il principe Seuàlce e il nobile Lilèo, e Menfi, e Tàribi… Rispondi! E Serse (Massimo Nicolini) non può che rivelare la sua disperazione.

Convinti e prolungati gli applausi dal folto pubblico agli ottimi attori e alla regia. Fino al 28 giugno (in alternanza con Iliade). Prenotazioni online https://www.indafondazione.org

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