Era interamente dedicato a Benjamin Britten il programma cameristico proposto dall’Ensemble I Pomeriggi Musicali di Milano per MiTo, in occasione dei 50 anni dalla morte del grande compositore inglese.
Una serata che ha permesso di approfondire due pagine significative della sua produzione, accomunate da una scrittura di particolare raffinatezza e, nel primo caso, dal singolare accostamento tra oboe e archi.
Ad aprire il concerto è stata la Phantasy Quartet op. 2 per oboe e trio d’archi, composta nel 1932, quando Britten aveva appena diciannove anni. Una pagina giovanile, ma già rivelatrice dell’originalità di un musicista destinato a imporsi tra i protagonisti della musica del Novecento. L’organico, con l’oboe affiancato da violino, viola e violoncello, offre interessanti possibilità di dialogo timbrico e di elaborazione contrappuntistica, mettendo in risalto la personalità di ciascuno strumento.
L’ottima interpretazione ha visto protagonisti l’oboe di Francesco Quaranta, il violino di Irene Abrigo, la viola di Giulia Panchieri e il violoncello di Leonardo Notarangelo. I quattro strumentisti hanno saputo restituire con equilibrio le diverse componenti della partitura, tra il carattere cantabile dell’oboe e il fitto intreccio delle parti ad arco.
Il programma è proseguito con il Quartetto per archi n. 2 in do maggiore op. 36, composto nel 1945. Scritto in tre movimenti — Allegro calmo senza rigore, Vivace e Chacony — il lavoro rappresenta una tappa importante nella produzione cameristica di Britten. La scrittura per quartetto si fa qui più ampia e articolata, con una particolare attenzione alla costruzione formale e alle possibilità espressive dei quattro strumenti.
Al trio d’archi già impegnato nella prima parte si è aggiunto il violino di Alice Sodi. Particolarmente significativa è apparsa la Chacony, ampia conclusione del quartetto, costruita attraverso una successione di variazioni e interventi solistici che mettono in luce le risorse timbriche ed espressive dell’ensemble. Un movimento di notevole impegno, nel quale la scrittura contrappuntistica si unisce a una forte tensione architettonica.
Tutti e quattro i protagonisti hanno offerto un’interpretazione di grande coesione, restituendo con sensibilità il linguaggio ormai maturo e consolidato di Britten. Una lettura attenta agli equilibri cameristici e alla varietà delle soluzioni espressive, sostenuta da una solida intesa tra gli strumenti.
Al termine, applausi calorosi e prolungati da parte del pubblico, che gremiva la Sala Piccola del Teatro Dal Verme.