Alla Scala il War Requiem di Britten inaugura la ventesima stagione di MiTo – Settembre Musica

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Il dolore della guerra affidato alla musica del War Requiem op. 66 di Benjamin Britten, massimo compositore inglese del Novecento, ha inaugurato la ventesima edizione di MiTo – Settembre Musica. Il celebre festival, che unisce le città di Milano e Torino in un unico grande itinerario musicale, vede quest’anno alla guida della manifestazione la direttrice d’orchestra Speranza Scappucci.

Una scelta significativa quella di aprire l’edizione di quest’anno con il War Requiem, opera profondamente legata al tema della guerra e oggi resa ancora più attuale da uno scenario internazionale segnato da conflitti che sembrano non trovare soluzione. Britten fu infatti un convinto pacifista e obiettore di coscienza, e proprio la condanna della guerra costituisce uno degli elementi più profondi e riconoscibili di questa monumentale composizione.
Completato nel 1962, quando Britten aveva 48 anni, il War Requiem rappresenta una delle sue opere più importanti e significative. La composizione, insieme alla sua vasta produzione lirica, mette in evidenza la particolare predilezione del musicista inglese per il canto e la coralità, elementi che trovano espressione in un linguaggio musicale personalissimo e immediatamente riconoscibile.
A oltre sessant’anni dalla prima esecuzione, il War Requiem, con i suoi oltre ottanta minuti di musica, conserva intatta la propria forza di denuncia e, soprattutto, la capacità di interrogare le coscienze. L’opera nasce dall’incontro fra la liturgia latina della Messa da Requiem e le poesie del soldato inglese Wilfred Owen, morto durante la Prima guerra mondiale. È proprio questo dialogo fra la dimensione sacra e la testimonianza drammatica della guerra a conferire alla partitura una forza particolarmente intensa.
A guidare l’imponente macchina musicale è stata Simone Young, direttrice australiana di grande esperienza nel repertorio sinfonico e operistico, recentemente applaudita alla Scala per la Tetralogia di Wagner. La partitura di Britten richiede un organico di straordinaria complessità, nel quale convivono grande orchestra, orchestra da camera, coro, coro di voci bianche e tre solisti.
Al fianco dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e delle compagini corali del Teatro Regio di Torino, erano il soprano Elena Guseva, il tenore Nicky Spence e il baritono Bo Skovhus. Particolarmente suggestiva la presenza del coro di voci bianche, collocato nel retropalco del Teatro alla Scala, quasi a creare una dimensione sonora lontana e sospesa rispetto all’imponente massa orchestrale e corale presente sul palcoscenico.
L’impatto scenico, con la vastissima presenza di strumentisti e cantanti, sottolineava l’unicità del linguaggio di Britten, capace di alternare con grande maestria momenti di intensa scrittura sinfonica a episodi di più raccolta dimensione cameristica. Una varietà di piani sonori che permette alla parola di emergere con particolare evidenza e che rende il War Requiem un’opera di straordinaria ricchezza espressiva.
Eccellenti le voci soliste, dotate di grande forza e perfettamente adeguate alla complessa carica espressiva della partitura, così come particolarmente incisiva è apparsa la direzione di Simone Young. I caratteristici colori timbrici di Britten, tanto strumentali quanto vocali, sono stati restituiti con chiarezza, evidenziando la raffinata costruzione della partitura e il continuo dialogo tra le diverse componenti dell’organico.
Un successo pieno, sottolineato da un Teatro alla Scala completamente esaurito e da una lunga e calorosa ovazione al termine dell’esecuzione. Di notevole livello anche la preparazione delle compagini corali e delle voci bianche, guidate rispettivamente da Gea Garatti Ansini, maestra del Coro, e da Claudio Fenoglio, maestro delle Voci bianche.
Un inizio dunque di particolare rilievo per la ventesima edizione di MiTo – Settembre Musica, affidato a una delle pagine più potenti del Novecento musicale e, proprio per il suo messaggio di pace, particolarmente significativa nel difficile presente che stiamo vivendo.