Il pianista Simone Pedroni gran protagonista al Pianovara con Chopin e Rachmaninov

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Il pianismo di Simone Pedroni si distingue per una rara sintesi di rigore intellettuale, controllo millimetrico del suono e una passionalità, mai esibita peraltro come fine a sé stessa.

Vincitore del prestigioso Concorso Van Cliburn nel 1993, l’interprete italiano ha consolidato negli anni una reputazione di musicista colto, capace di passare con disinvoltura dal classicismo mitteleuropeo alle grandi architetture tardoromantiche, fino alla musica per il cinema. Novarese di nascita e residenza, con un incarico d’insegnamento al Conservatorio di Novara Cantelli, Pedroni ha ‘giocato in casa’ sabato 30/05 con un concerto al Cantelli, affrontando un programma intenso, interamente incentrato sul dualismo tra Fryderyk Chopin e Sergej Rachmaninov .

L’esibizione ha offerto al pubblico non solo una prova di straordinaria tenuta atletica alla tastiera, ma una vera e propria lezione di interpretazione pianistica, quali solo Maestri come S. Pedroni possono dare.
La prima parte della serata è stata dedicata a Chopin , inaugurata dal Notturno in do minore op. 48 n. 1 . Fin dalle prime battute del Lento iniziale, Pedroni ha mostrato una gestione magistrale della condotta melodica, esibendo un legato cantabile di scuola purissima. La difficoltà principale del pezzo risiede nella drammatica climax della sezione centrale (Poco più lento) e nella successiva ripresa agitata in “doppio movimento”. Qui il pianista ha impressionato per l’indipendenza delle dita: il fitto tessuto di ottave raddoppiate e gli accordi in tremolo della mano sinistra non hanno mai sommerso la linea melodica della destra. Pedroni ha evitato qualsiasi turgore retorico, mantenendo una pulizia millimetrica nel fraseggio e un controllo del pedale di risonanza che ha impedito al suono di farsi confuso.
Nel successivo Notturno in fa minore op. 55 n. 1 , l’esecutore ha virato verso una dimensione più intima e malinconica. Il brano richiede una straordinaria flessibilità nel rubato, che Pedroni ha risolto con naturalezza geometrica, senza mai spezzare la pulsazione interna del pezzo. Nella sezione conclusiva, caratterizzata da rapide terzine e arpeggi sfuggenti, l’agilità della sua mano destra ha accarezzato i tasti con una nitidezza perlacea, svanendo in un pianissimo di rara, eterea suggestione.
La Barcarola in fa diesis maggiore op. 60 ha segnato un ulteriore scatto nei requisiti tecnici ed espressivi del programma. Il pezzo è un banco di prova spietato per il controllo della polifonia e delle doppie note della mano destra. Pedroni ha saputo evocare l’ondeggiamento cullante del basso senza renderlo monotono, variando costantemente il colore timbrico. Il celebre tema d’amore e la successiva climax virtuosistica sono stati affrontati con un bilanciamento perfetto tra le braccia: la fluidità dei passaggi cromatici in ottave e la trasparenza degli accordi di transizione hanno dimostrato una totale distensione muscolare, fondamentale per non irrigidire il suono nei fortissimo.
A coronamento del blocco chopiniano, la Polacca-Fantasia in la bemolle maggiore op. 61 ha rivelato la capacità di Pedroni di governare le grandi forme frammentarie. Questo capolavoro è un labirinto formale, costellato di trilli complessi, arpeggi improvvisatori e repentini cambi di atmosfera. Il pianista ha saputo legare questi frammenti con una visione d’insieme lucidissima. La sua tecnica di dita, unita a un uso sapiente dei pedali per legare le armonie più audaci, ha restituito al pezzo il suo carattere visionario e pre-impressionista, toccando vertici di assoluta poesia nel sussurrato Più lento centrale.
La seconda parte del concerto ha visto Pedroni misurarsi con la titanica Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 36 di Sergej Rachmaninov . Al di là delle caratteristiche che accomunano la scrittura pianistica dei due giganti, quali la centralità del melodismo, l’uso espressivo del rubato, il ruolo del pedale di risonanza, come fattore decisivo di miscelazione di timbri e armonie, tra il pianismo di Chopin e quello di Rachmaninov corrono anche grandi differenze, che pongono all’esecutore problemi diversi. In estrema sintesi, passare da Chopin a Rachmaninov significa passare da una tessitura quasi sempre monofonica od omofonica, con netta distinzione tra melodia e accompagnamento, ad una ‘iperpolifonia’, in cui la melodia, mai isolata, è spesso raddoppiata all’ottava o nascosta in voci interne, con le contro-melodie nei pollici, o frammentata in un fitto tessuto di accordi spezzati. spesso di quattro, cinque note per mano, con contrappunto e ampi intervalli. Se dunque il problema dell’interprete di Rachmaninov è di far emergere il tema tra una foresta di melodie secondarie e da una densità intimidatoria di note, Pedroni lo ha affrontato e risolto benissimo, grazie a un virtuosismo trascendentale, a una potenza ‘orchestrale’ del suono e a un controllo ritmico impeccabile. Nell ‘Allegro agitato iniziale , caratterizzato dalle celebri cascate discendenti di accordi e da complessi contrappunti interni, il pianista ha sfoggiato un suono granitico, ma mai percussivo, puntando non tanto sulla forza muscolare delle dita, quanto sulla proiezione del peso delle spalle e del tronco sulla tastiera, onde evitare (pensiamo) suoni fastidiosamente duri, vitrei, che è uno dei rischi in cui cade qualche interprete di Rachmaninov. La condotta delle voci secondarie, spesso nascoste all’interno di fittissimi complessi di note, è emersa con assoluta chiarezza, grazie a un attacco profondo del tasto e a una formidabile articolazione del polso.
Il secondo movimento, Non Allegro – Lento , è stato il cuore emotivo della Sonata,in cui Pedroni ha saputo dar voce alll’atmosfera di rassegnata nostalgia, tipica del compositore russo. La difficoltà tecnica risiede qui nel mantenere la tensione emotiva attraverso una dinamica sommessa, gestendo al contempo ampi salti della mano sinistra e poliritmie complesse: il pianista novarese ha offerto una gamma di sfumature nei pianissimi che ha letteralmente ipnotizzato la sala.
Senza soluzione di continuità, l’attacco dell’ultimo movimento (L’istesso tempo – Allegro molto) ha scatenato tutta la potenza propulsiva di Pedroni. Il finale è una corsa a ostacoli vertiginosa, fatta di accordi saltati a velocità folle, scale cromatiche doppie e ritmi sincopati, che richiedono una coordinazione motoria assoluta. Pedroni ha poi affrontato la micidiale coda finale con una lucidità impeccabile, senza cedere alla fretta e mantenendo l’indipendenza strutturale tra il tema eroico della destra e il travolgente accompagnamento della sinistra.
In conclusione, Simone Pedroni ha regalato una prova esecutiva magistrale. La sua cifra stilistica è emersa nella capacità di dominare la complessità tecnica non come fine a sé stessa, ma come mezzo per liberare la struttura intellettuale e la profonda carica emotiva dei brani, confermando la sua statura di interprete di riferimento per il grande repertorio tardoromantico. Il trascinante e prolungato applauso del numeroso pubblico ha testimoniato il grande successo del concerto di Simone Pedroni, che ha concesso un fuoriprogramma : il Notturno op.32, n.1 in si maggiore , brano stupendo per l’ombra di inquietante enigmaticità che ne avvolge la serena atmosfera, come ha ben sottolineato il Maestro Pedroni nella breve presentazione del pezzo.