Si può visitare fino al 18 ottobre 2026, al Museo Diocesano di Milano, la bella mostra del fotografo svizzero Werner Bischof (1916-1954). Nato a Zurigo, al 1931 al 1936 frequentò la Scuola di Arti Applicate (Kunstgewerbeschule); intendeva diventare pittore, ma scoprì la fotografia “solo per caso”, come affermava, avvicinandosi alla passione paterna. Iniziò da ritrattista e fotografo naturalista, avendo la fortuna di vivere in un Paese, la Svizzera, che, come lui stesso sottolineava, era di fatto un’isola di libertà e pace in mezzo a un’Europa fascista e belligerante. Seguì il corso di grafica di Alfred Willimann, che restò per lui un riferimento fondamentale. Nel 1936 si diplomò e aprì il suo primo studio di fotografia e grafica pubblicitaria.

La sua creatività e le sue abilità tecniche gli consentirono di ottenere subito scatti eccellenti, sia in bianco-nero che a colori, soprattutto per riviste di moda e manifesti.
Nel 1939 si trasferì a Parigi per studiare pittura, ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo costrinse a rientrare in Svizzera.
Nel 1942 incontra Arnold Kübler, caporedattore della rivista culturale Du, che gli suggerisce di puntare l’obiettivo sulla realtà contemporanea e sull’umanità che vi è immersa. Bischof ascolta i consigli di Kübler, entra nel collettivo di artisti Allianz e il suo percorso artistico subisce una svolta significativa.

Cessato il conflitto, nell’immediato dopoguerra viaggiò nelle città devastate dai bombardamenti e documentò, come fotoreporter per riviste e quotidiani internazionali, gli impressionanti scenari di distruzione che vedeva in Germania, Francia, Olanda, Italia, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania; si spinse fino in Finlandia.

Anche il paesaggio umano fu oggetto del suo studio: bambini, anziani, sopravvissuti sono da lui fotografati con grande sensibilità ed empatia. Su Du compare il suo reportage sull’”Europa in ricostruzione”; Bischof pubblica anche su Life. Nel frattempo, conosce a Milano colei che diventerà sua moglie, Rosellina Mandel.
Nel 1949 entra a far parte dell’agenzia Magnum Photos di New York, come fotografo indipendente.

Dal 1951 inizia a visitare l’Asia: India, Giappone, Corea, l’Indocina e Hong Kong lo portano a testimoniare situazioni e condizioni di vita di popoli in crisi tra vecchie tradizioni da superare e un futuro incerto di sviluppo, tra conflitti antichi e moderni e quotidiani problemi di sussistenza.

Documenta la carestia in India, la guerra coloniale in Indocina, la vita in Giappone, dove si ferma per un anno.

Fotografa l’imperatore Hirohito e la moglie Nagako, su un treno, e la schiena solcata da cicatrici di un sopravvissuto di Hiroshima.

Invece di portare notizie sensazionali, richieste dalle testate giornalistiche, come Paris Match, Bischof preferirà gestire in modo sempre più autonomo il suo lavoro, operando scelte personali, frutto di una maturata responsabilità etica e sociale circa il suo mestiere, a costo di vedersi rifiutare i suoi lavori.

Nel 1953 comincia il suo tour in America, passando dagli Stati Uniti – impegnati dal 1950 nella sanguinosa guerra di Corea, interrotta da un armistizio nel luglio di quell’anno – al Messico, e poi, passando da Panama, verso il Cile e il Perù.

E proprio qui, tra montagne altissime, le Ande, che in qualche modo potevano ricordargli le Alpi del suo Paese di origine, Bischof trovò la morte in un incidente d’auto, a Trujillo, a soli 38 anni. Era insieme a un geologo che l’aveva invitato a fotografare una miniera d’alta quota, e il veicolo sul quale viaggiavano, su una strada stretta e pericolosa, precipitò in un burrone.

La mostra consente di ammirare oltre 200 scatti vintage, provini, alcune fotografie a colori. Di se stesso, Bischof scriveva: Mi addentro sempre troppo nel soggetto. Non è giornalistico. Mi rendo conto di non essere un giornalista. In fondo, sono ancora – e sarò sempre – un artista.


