Un capolavoro che in Francia o in Germania sarebbe sicuramente molto valorizzato e pubblicizzato, a due passi da Milano, resta da noi invece un po’ nascosto e semisconosciuto: è il Palazzo Arese-Borromeo a Cesano Maderno. Rimane ignoto l’architetto che lo progettò, ma è documentato l’avvio della costruzione nel 1654, su commissione di Bartolomeo III Arese (1590-1674), figlio di Giulio I (1560-1627), appartenente all’aristocrazia milanese cosiddetta “togata”, essendo la famiglia costituita da potenti giuristi e magistrati. Giulio fu nominato nel 1619 Presidente del Senato di Milano e ottenne il titolo di conte di Castel Lambro.

Fu lui a iniziare le procedure della costruzione della villa, grazie all’acquisto di vasti terreni poco prima della sua morte. Bartolomeo divenne avvocato e, dal 1636, per due anni, fu un valido e coraggioso Capitano di Giustizia: la criminalità diminuì e il governo spagnolo lo appoggiò al punto da nominarlo Questore, poi Senatore, e infine presidente del Senato come il padre, nel 1660. Il conte Arese era anche noto per le feste e i lussuosi ricevimenti che dava nel bellissimo palazzo che si era fatto costruire in corso di Porta Vercellina (l’attuale corso Magenta), noto ora come Palazzo Litta, progettato dall’architetto Francesco Maria Richini.

Nel 1634 Bartolomeo aveva sposato la ricca Lucrezia Omodei, ventiduenne, già vedova di Cesare Visconti Borromeo. Dalla loro unione nacque un figlio maschio, Giulio II, che morì giovane, nel 1665, interrompendo la dinastia. Una figlia, Giulia, sposò un conte Borromeo, Renato II marchese di Angera (ed ebbero ben tredici figli!), e un’altra, Margherita, convolò a nozze con il conte Fabio Visconti Borromeo, da cui ebbe quattro figli. I possedimenti Arese passarono quindi ai Borromeo e ai loro discendenti: il palazzo milanese fu ereditato dal marito di Margherita, quello di Cesano Maderno dal marito di Giulia. Lucrezia morì nel 1687.

Il Palazzo di Cesano Maderno era dunque destinato a essere la sontuosa residenza di campagna dei conti Arese, una “villa di delizia” nobiliare come molte altre nel territorio della Brianza, ma anche con un forte ruolo di rappresentanza, per accogliere reali e dignitari di corte e celebrare il prestigio e il rango della casata.

L’interno, meravigliosamente affrescato, testimonia il valore attribuito alla bellezza e all’importanza del luogo. Il palazzo è da considerare uno dei massimi esempi di architettura barocca in Lombardia.

La sala più monumentale, dove si svolgevano feste da ballo e concerti, è la cosiddetta “Sala dei Fasti romani”, nell’ala ovest del Piano Nobile, originariamente chiamata Grande Salone, dalle pareti dipinte con cicli pittorici risalenti al periodo 1665-1674, opera di artisti come Ercole Procaccini il Giovane e Antonio Busca. In alto compare una balconata affollata da musicanti e spettatori; allegorie e scene legate alla storia di Roma dalla fondazione all’età augustea ripercorrono i secoli in cui monarchia, Repubblica ed Impero si sono succeduti, esaltando valori cari alla famiglia Arese, come la cultura, la giustizia, il bene pubblico, la pace. Straordinari trompe-l’œil – tutto il palazzo ne è ricco – dilatano lo spazio simulando colonne, statue, bassorilievi.

Un altro luogo assolutamente incredibile è la lunga “Galleria delle Arti Liberali”, o Galleria delle Statue, che unisce lo scalone d’onore agli appartamenti privati di Bartolomeo e a quelli del figlio Giulio II. Finte finestre, alle quali si affacciano anche alcune figure, si alternano a veri finestroni; su un lato sono dipinti personaggi quali Aristarco, Cicerone, Pitagora, Zeusi, Zenone di Elea e altri; davanti, in corrispondenza, ecco le immagini delle Arti in cui eccellevano, ossia, rispettivamente, Grammatica, Retorica, Aritmetica, Pittura, Logica…

Aristotele, emblema della Filosofia, è dipinto sopra una porta, con accanto lo Studio, rappresentato con i lineamenti di Giulio II; sopra l’altra porta è invece raffigurato Giulio Cesare, affiancato dall’allegoria dell’Ingegno. I pittori Giovanni Ghisolfi e Antonio Busca, insieme ai fratelli Doneda detti i Montalto furono i probabili esecutori delle opere.

Nella sala, anticamente, erano presenti molte statue di diverse dimensioni e di varie epoche, andate perdute. È senz’altro lo spazio dove s’inneggia alla cultura, all’intelletto, al genio, all’arte, ed era il percorso simbolico, ricco di riferimenti, che veniva così suggerito al giovane Giulio per i suoi studi.

Una cappella, il piccolo “Oratorio privato di San Pietro Martire”, consacrato nel 1677, presenta tre camere dal soffitto a cassettoni, con le pareti affrescate soprattutto da Antonio Busca e dai suoi allievi: i racconti biblici raffigurati sono lo spunto per ritrarre membri della famiglia Arese nei panni dei protagonisti. In “Giuditta con la testa di Oloferne”, il volto di Giuditta è quello di Lucrezia, mentre Bartolomeo presta le sue sembianze a Giacobbe, Abramo ed Elia; le figlie Giulia e Margherita si ritrovano, rispettivamente, in Giaele e Agar.

Molto bello è il locale di passaggio alla cappella, con affreschi che rappresentano putti, angeli, uno scorcio di un giardino all’italiana con un gentiluomo e una dama che camminano accompagnati da un servitore con il parasole.

Decorazioni con temi paesaggistici, foreste, cascate, animali sono frequenti nel palazzo e spesso rivestono tutte le pareti di stanze e anticamere, in modo che chi vi si trova subisca una sorta di illusorio effetto “immersivo” in una natura lussureggiante.

Splendida la “Sala della Boscareccia”, in cui si celano anche allusioni agli studi naturalistici dell’epoca e ai rinati interessi scientifici, insieme a una sorta di utopistico ritorno all’eden (opere di Giovanni Ghisolfi); da ammirare la “Sala della Covetta” (civetta), utilizzata come sala di musica o camera da letto, con molti uccelli dipinti, tra cui l’airone serpentario, ma anche scimmie e conigli.


Una damina con un levriero bianco è stata svelata dalla caduta accidentale di una parte d’intonaco: sulla sua origine e sul suo significato la critica è discorde.


La “Sala del Castello” ha quattro grandi dipinti con cornici poligonali che sembrano quadri appesi ma in realtà sono affreschi: i soggetti sono il Castello Sforzesco, la Rocca Borromeo d’Angera e il Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno prima e dopo la costruzione della Loggia, che risale al 1660 e ha decorazioni settecentesche.

Affacciandosi alla balconata della Loggia, ad archi, con volte decorate, si può ammirare da una parte il cortile d’onore e dall’altra il magnifico parco con i suoi roseti, l’ampio prato, gli alberi ad alto fusto, dove passeggiare è davvero piacevolissimo. I giardini hanno mantenuto l’impianto del XVIII secolo.


I ritratti ad olio di Bartolomeo III Arese e della moglie Lucrezia, dipinti da Carlo Francesco Nuvolone nel 1650, avevano probabile collocazione nel palazzo milanese di corso di Porta Vercellina; finirono però nel dopoguerra sul mercato antiquario, furono acquistati da un privato e ora sono in comodato d’uso al Comune di Cesano Maderno, che ha scelto di esporli qui, in un’anticamera prima della Loggia.

Una sala di alta rappresentanza è la “Sala Aurora”, al piano terra, che vede al centro del soffitto un medaglione dipinto ad affresco attribuito a Giovanni Doneda. Il soggetto è mitologico: Apollo avanza su una quadriga dorata, trainata da quattro cavalli bianchi (il Carro del Sole) mentre davanti a lui Aurora danza tra nuvole e amorini, stringendo nelle mani steli fioriti. Minerva, dea della saggezza, sta aiutando il biondo e giovane Giulio II (che stringe una fiaccola accesa, simbolo di conoscenza) a raggiungere il carro.

Si esalta così la famiglia Arese e colui che doveva essere il suo erede, se una morte precoce e improvvisa non gli avesse impedito di diventarlo. Il futuro radioso preconizzato nel medaglione coinvolgeva anche, necessariamente, il governo spagnolo e la monarchia iberica cui la famiglia Arese era profondamente legata. La sala è stata poi decorata anche successivamente: compaiono infatti decorazioni settecentesche, a tema mitologico; prima di queste, alle pareti erano appesi i ritratti, a figura intera, di sovrani spagnoli e di principi.

Da ammirare anche la Sala della Monarchia, dedicata alla Spagna, la Sala di Vulcano, dove si giocava al trucco, simile al biliardo, la Sala dei Titani. Nella Sala delle Rovine si trova la celebre scrivania del maestro brianzolo Pierluigi Ghianda (1929-2015), ebanista, “poeta del legno”, protagonista del design internazionale.

Il Ninfeo, raffinatissimo, con splendidi mosaici bianchi e neri, è in restauro.

La villa ospita aule di studio e lezioni (per l’Università San Raffaele), conferenze, convegni, e mostre d’arte nelle numerose sale a pianterreno: attualmente si può visitare La poetica del verde. Boschi e parchi della Brianza (fino al 12 luglio 2026), che presenta interessanti lavori, in particolare oli-acrilici su tela, ispirati alle piante e all’importanza della vegetazione.

L’occasione è il 50° anniversario del disastro dell’ICMESA della vicina Seveso (10 luglio 1976) che portò una vasta area, sia urbana che agricola, a un grave inquinamento da diossina. L’artista è il talentuoso pittore e attivista di origini congolesi Luigi Christopher Veggetti Kanku (classe 1978), molto sensibile alle problematiche socio-ambientali.

Il biglietto della mostra è incluso in quello d’ingresso al Palazzo (3-5 euro).
Orari di apertura del Palazzo Arese Borromeo: tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 15, con chiusura alle 19 sabato e domenica, alle 18 dal lunedì al venerdì. Il Giardino ha ingresso gratuito dalle 9 (marzo-ottobre) o dalle 10 negli altri mesi (chiusura alle 17 nel periodo invernale, fino alle 19 o alle 21 in quello estivo).
La visita può essere abbinata a quella dell’altra villa di delizia, la Villa Tittoni di Desio, descritta nel precedente articolo e inserita nel Petit Tour, sulla tratta ferroviaria dell’S9.


