Scendendo alla fermata Affori FM della linea gialla della metropolitana milanese e salendo sull’autobus n.40 (direzione Bonola), fino alla fermata di via Amoretti/Lessona, si può raggiungere facilmente una meta forse poco conosciuta ma senz’altro meritevole di una visita: si tratta di Villa Scheibler, in via Felice Orsini 21 a Vialba, nei pressi di Quarto Oggiaro, recentemente restaurata e aperta a visite guidate programmate (da non confondere con l’omonima a Rho, ossia Villa Scheibler Simonetta, proprietà privata).

Le stanze ospitano dal 2010 gli uffici comunali della Casa delle Associazioni del Municipio 8 e quindi l’ingresso, gratuito e su prenotazione obbligatoria online, è riservato al fine settimana, in genere in occasione di eventi speciali. L’ultimo è stato in questi giorni: il Festival Street Culture. Si è occupata di organizzare le visite guidate – davvero validissime – la Fondazione Carlo Perini (www.fondazioneperini.org ).

Il toponimo Vialba trae origine dall’antica Villalba (“villaggio bianco”, forse per le numerose risorgive); le prime notizie storiche si hanno nel 915, quando fu concessa la costruzione di un castello, che probabilmente andò distrutto nell’XI secolo ad opera del Barbarossa, che assediava Milano.

Nel XV secolo sul luogo – circondato da fitti boschi, campi fertili, torrenti e acquitrini – sorgeva un casino di caccia, la cui presenza è testimoniata da documenti databili tra il 1465 e il 1494, voluto da Ludovico il Moro. Da questo nucleo originario si sviluppò via via un vero palazzo.

Dal XVI secolo fino alla metà del Seicento furono i Del Maino a modificare l’edificio, rendendolo una villa di campagna al centro di un estesissimo fondo irrigato dal torrente Pudiga, ricco di prati e coltivato a foraggio e vite. Le decorazioni dei soffitti risalgono a questo periodo. L’area copriva più di mille pertiche, ossia circa 65 ettari (650.000 mq). Furono costruite stalle e piccole cascine per i contadini.

La villa fu poi acquistata dai conti Longo nel 1669; ne mantennero la proprietà fino alla fine del Settecento, abbellendo le facciate con due ordini di finestre, aprendo un portico a cinque arcate su colonne in granito e facendo costruire lo scalone d’onore.

L’oratorio seicentesco fu collegato alla villa; l’edificio assunse la tipica struttura ad U. I Longo inoltre ampliarono il fondo agricolo, che finì nei successivi decenni per triplicare addirittura la sua estensione.

Dopo un passaggio di proprietà nell’Ottocento ai nobili Melzi-Mazenta (famiglia nata dall’unione di un ramo dei Melzi con i marchesi Mazenta, nel 1771), la villa fu acquisita nel 1881 da Emilio e Felice Scheibler, padre e figlio, industriali della seta di origine tedesca, che impreziosirono la residenza con un enorme e magnifico parco. Felice ottenne nel 1896, da re Umberto I, il titolo di conte; condusse una vita sfarzosa e fece investimenti sbagliati, soprattutto a sostegno di attività legate all’ippica.

Purtroppo le vicende della famiglia, fortemente indebitata, portarono a una passività finanziaria tale da portare a un periodo di decadenza e alla vendita di tutta la proprietà, nel 1921, alla Società Quartieri di Vialba, che gestiva lo sviluppo urbanistico dell’area e che destinò il fondo all’allevamento dei bachi da seta, vista la quantità di gelsi presenti. Arredi originali e camini scomparvero del tutto. Il consigliere delegato della Società immobiliare, il ragionier Cesare Finoli, ne divenne il reale proprietario.

Il Comune di Milano acquisì la villa nel 1926 ma non furono apportate migliorie; anzi, la tenuta fu adibita in parte a vivaio comunale, inaugurato nel 1930. Intanto l’urbanizzazione crescente portò alla perdita di gran parte dell’area, perché vi furono costruite case minime per i meno abbienti, tra il 1938 e il 1939 (saranno abbattute tra il 1984 e il 1990 e sostituite da case popolari). Si salvò solo la zona meridionale del parco, che divenne pubblico verso la fine degli anni ‘70.

Durante la guerra anche la villa fu utilizzata per ospitare gli sfollati, e gli interni furono modificati per trasformarli in abitazioni provvisorie: si alzarono tramezze, si aprirono nei muri finestrini per l’aerazione delle stanze. L’edificio entrò di fatto a far parte di una sorta di baraccopoli nella zona, e degli antichi fasti rimase ben poco.

I necessari restauri sono stati resi possibili grazie all’inserimento del progetto di recupero da parte del Comune in un concorso europeo nel 2000; i lavori, iniziati nel 2006, hanno consentito la restituzione della villa alla cittadinanza nel 2008. Le ex scuderie sono utilizzate come sede di corsi e laboratori; nella chiesa sconsacrata si celebrano matrimoni civili. La grande sala al primo piano ospita conferenze e incontri.

Il già citato rag. Finoli assunse anche la proprietà della villa costruita nel ‘700 dai Caimi, nobili milanesi, in un parco confinante con quello di Villa Scheibler, alla quale era forse collegata da un passaggio sotterraneo, come vorrebbe una tradizione locale. Negli anni ‘30 Villa Caimi-Finoli ospitò un orfanotrofio femminile, poi divenne anch’essa residenza di sfollati negli anni di guerra. La famiglia Finoli cedette poi l’edificio tra il 1956 e il 1963 alle ACLI e all’Opera Bonomelli; dopo un utilizzo come centro di prima accoglienza e convitto per lavoratori immigrati, la villa subì un rapido degrado a causa di incendi, crolli, parziali espropriazioni. Una passeggiata tra gli alberi conduce ai suoi resti, letteralmente sepolti dalla vegetazione, in attesa di essere (forse) recuperati.

All’esterno del parco si possono ammirare bei murales dedicati alle donne che hanno combattuto la mafia, anche a costo della propria vita.


E a pochi passi si può visitare la Chiesa della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo (1964-67) opera degli architetti Benvenuto Villa e Mariarosa Zibetti Ribaldone. La struttura rotonda, in cemento armato, con un interno in cui zone d’ombra confinano con altre illuminate dai colori delle vetrate, è senz’altro interessante e suggestiva: si inserisce nel modernismo, con forti influenze brutaliste.



