Lo sguardo di Emma

0
10
Emma_pixartprinting_70x100

Il titolo originale del film, À bras-le-corps, è una locuzione francese che può assumere diversi significati: se segue un verbo che indica un’azione fisica (per esempio “afferrare qualcuno”) si traduce per la vita, mentre diventa di petto quando è preceduto da “prendere, affrontare un problema”. Per Lo sguardo di Emma (2025) – titolo italiano – possono valere entrambe le accezioni.

Le vicende narrate si svolgono principalmente nel 1943, in un villaggio svizzero sul confine francese, nel Giura. Qui la vita procede con abitudini e tradizioni ancora ottocentesche, di stampo decisamente patriarcale. La figura femminile è vista ancora come subalterna, soggetta a regole comportamentali rigide e precise, dettate soprattutto dalla religione.

La protagonista, Emma, bellissima sedicenne, vive con il padre, sarto, e due sorelline che accudisce: la madre ha lasciato da tempo la famiglia, forse per un altro uomo, con grande scandalo nella comunità. Si scoprirà poi che il marito l’aveva letteralmente cacciata di casa.

Emma lavora come domestica nell’abitazione del pastore protestante; è molto intelligente, brava in matematica, e presta il suo aiuto sia per controllare i conti del bilancio familiare che per supportare la figlia, Colette, sua coetanea e amica, nei compiti di scuola.

È inoltre un’ottima ricamatrice e rifornisce regolarmente di biancheria e indumenti ricamati la moglie del pastore. Studia per prepararsi agli esami di ammissione al corso per infermiere, nella città vicina. Emma, religiosa, buona e dai costumi integerrimi viene quindi scelta come candidata al premio annuale che viene assegnato alla ragazza più virtuosa.

La vita dunque scorre apparentemente tranquilla, turbata solo da rapide e inquietanti visioni, nei boschi vicini, di fuggiaschi francesi inseguiti dai nazisti o consegnati ai medesimi da solerti guardiani svizzeri, anche sotto gli occhi smarriti di Emma e Colette.

La quotidianità delle famiglie subisce spesso la disturbante irruzione dei notiziari radiofonici che riguardano la guerra che sta sconvolgendo l’Europa. La Svizzera sembra esserne esente, ma in realtà sia l’idea dominante che il Paese debba bloccare l’arrivo dei profughi, a costo di voler ignorare la loro tragica sorte, che la massiccia e aumentata produzione di proiettili nell’industria bellica – e anche Emma finirà per lavorare in una di queste fabbriche – sono evidenti testimonianze di una generale ipocrisia e di uno scarso senso morale comune. Il pastore, forse il più sensibile a quanto sta accadendo intorno, dà in escandescenze durante una funzione e sarà poi ricoverato in una clinica.

In tutto ciò si svolge anche il pesante dramma personale di Emma: violentata su un prato da un giovane benestante durante una passeggiata (oltretutto provando poi sensi di colpa per l’idea di essersi “lasciata andare” perché l’aveva baciato), si ritrova incinta. Tenta di abortire e poi, per “salvarsi dalla vergogna”, sposa, senza amarlo, un ragazzo del villaggio.

Saranno gli eventi successivi a rendere Emma più matura e consapevole dei suoi diritti e della sua libertà e a portarla sia a un riavvicinamento alla madre che a una coraggiosa emancipazione. Forse però manca, alla narrazione filmica, un maggior approfondimento delle tappe di riflessione necessariamente seguite dalla protagonista nel suo percorso verso l’autonomia, il che rende il racconto, in alcune parti, un po’ lacunoso e quasi spezzato.

In coproduzione franco-svizzera-belga, il film, diretto dalla regista svizzera quarantenne Marie-Elsa Sgualdo e da lei dedicato a tutte le donne, si avvale dell’ottima recitazione di Lila Gueneau, splendida attrice francese ventunenne ma dall’aspetto ancora adolescenziale, e di un cast assolutamente all’altezza, come le musiche scelte e la bellissima fotografia.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui