Un concerto d’organo, tenutosi oggi 5 giugno nella grandiosa cornice della Basilica di S. Gaudenzio, ha segnato la chiusura della prima parte del Festival Pianovara, organizzato dal Conservatorio di Novara e che dopo la lunga interruzione estiva riprenderà a tambur battente il 01/09.
La scelta della basilica concattedrale di S. Gaudenzio è dovuta al fatto che in essa si trova uno dei migliori e dei più grandi (con le sue quasi 3500 canne) organi di tutto il Piemonte, il possente Mascioni del 1949 (ma collocato nella cassa lignea secentesca). A suonare questo portento dell’arte organara è stata chiamata una delle figure più autorevoli del concertismo organistico internazionale, l’organista tedesco-americano Jens Korndörfer . Formatosi nelle massime istituzioni europee e americane, Korndörfer coniuga una tecnica monumentale a una profonda intelligenza filologica, esibendosi nelle sedi più prestigiose del mondo, con un repertorio molto ampio, dal Rinascimento all’età contemporanea. La sua cifra stilistica risiede nella capacità di trasformare l’organo in un’orchestra polifonica, grazie a una gestione magistrale della registrazione e a un controllo assoluto delle dinamiche. Questo concerto ha offerto un saggio straordinaria della letteratura organistica tra Ottocento e Novecento, esaltando la duttilità dello strumento e il rigore analitico dell’esecutore. Il concerto si è aperto con la celebre trascrizione di William T. Best dall’Ouverture dall’Oratorio “San Paolo” di Felix Mendelssohn-Bartholdy . Korndörfer ha affrontato la densa scrittura orchestrale mendelssohniana con un piglio interpretativo decisamente solido. In particolare l’organista tedesco-americano ha ricreato l’impasto orchestrale ottocentesco utilizzando i registri di fondo (Principali e Flauti), raffinatamente combinati con le ance dolci per i passaggi lirici, accompagnando lo sviluppo del fraseggio con una eccellente resa del crescendo dinamico nella sezione fugata. Di precisione millimetrica l’utilizzo della cassa espressiva da parte di Korndörfer, evitando sbalzi sonori bruschi. A tutte queste ottime qualità interpretative, va aggiunta l’assoluta trasparenza con cui le mani del solista hanno dipanato le linee polifoniche della scrittura contrappuntistica, mantenendo costante una chiarezza d’articolazione impeccabile. Con la successiva Fantasia in la minore (dai Trois Pièces) di César Franck si entra nel cuore del sinfonismo organistico francese tardo ottocentesco. In generale l’esecuzione di questo pezzo ha confermato le raffinate virtù interpretative di Korndorfer, che è riuscito a non disperdere la drammaticità del tema, grazie a un controllo formale rigoroso del fraseggio e delle linee musicali e assicurando, con rara sapienza tecnica e timbrica il suono grave e mistico fondamentale per la letteratura franckiana per organo: da ammirare il legato impeccabile con cui il pedale, profondo e mai prevaricante, ha sostenuto le armonie, di un cromatismo tipicamente franckiano e i continui cambi di tonalità. A potenziare la valenza espressiva del bellissimo pezzo, Korndorfer ha gestito con intensa carica suggestiva le transizioni tra le sezioni meditative e i picchi drammatici che ricorrono con frequenza in questa partitura. Con le due ultime composizioni dell’impaginato, lasciamo l’800 e ci trasferiamo nel pieno’900. Il terzo pezzo in programma era infatti opera di George Thalben-Ball (1896–1987), pilastro della tradizione organistica britannica, celebre per la sua tecnica leggendaria: le sue Variazioni su un tema di Paganini Studio per i pedali (dal famoso Capriccio n. 24) rappresentano una sfida tecnica estrema, essendo scritte esclusivamente (o quasi) per la pedaliera (la cosiddetta esecuzione pedaliter ) che ha offerto a Korndorfer l’occasione per dare una prova sbalorditiva di virtuosismo ‘atletico’ e musicale.
L’esecuzione delle Variazioni ha mostrato un controllo del tacco-punta fuori dal comune: Korndörfer ha affrontato con un bel legato fluido passaggi in doppia e tripla nota con una precisione geometrica davvero mirabile nell’uso della pedaliera e nell’articolazione; per rendere udibili le scale fulminee e i salti d’ottava sulla pedaliera, l’organista ha costruito un solido impasto sonoro coi registri di fondo da 8′ e 4′ accoppiandoli a mutazioni, che hanno garantito una definizione timbrica nitida dei singoli suoni armonici, anche nelle frequenze più gravi. L’ultimo compositore in programma, il francese Maurice Duruflé (1902–1986), incarna la quintessenza del misticismo francese, unendo il canto gregoriano a un’armonia raffinatissima di matrice impressionista. La Suite op. 5 è uno dei capisaldi del repertorio novecentesco, di cui Korndörfer ha eseguito i tre movimenti con una visione che definiremmo ‘monumentale’. Del Prelude iniziale, movimento cupo e solenne, l’interprete ha saputo creare un’efficace atmosfera ipnotica, combinando i fondi scuri dell’organo, ottenendo un suono quasi onirico dai principali e dai bordoni. Il graduale ingresso del Plenum e delle ance, col loro suono potente e penetrante nella climax centrale ha travolto l’ascoltatore per densità sonora, prima di spegnersi nel silenzio., mentre la successiva Sicilienne è stata un momento di pura poesia timbrica: Korndörfer ha qui sfoggiato la sua arte registrativa, isolando il celebre tema pastorale su un registro di Cromorno o Oboe solista, adagiato su un tappeto di archi e flauti fluttuanti. Il fraseggio, flessibile ed elegante, ha restituito intatta la grazia impressionista del brano. Infine, con la Toccata ci troviamo di fronte ad una pagina di difficoltà trascendentale. La precisione ritmica di Korndörfer è stata millimetrica, nei complessi disegni di semicrome manualiter , cioè senza l’uso della pedaliera, mentre il pedale ha scandito il tema principale con una potenza perentoria, sostenuto dalle ance gravi. Un finale travolgente, dove il controllo delle dinamiche e la resistenza fisica del concertista hanno strappato applausi a scena aperta Il concerto di Jens Korndörfer si è distinto per il perfetto equilibrio tra rigore filologico e spettacolarità esecutiva. La sua capacità di governare la complessa macchina dell’organo, piegando i registri e le dinamiche alle esigenze di stili così distanti tra loro, ne ha decretato la grandezza interpretativa, dando vita ad una serata di altissimo valore culturale, che ha celebrato l’organo non solo come strumento liturgico, ma come assoluto protagonista della grande sala da concerto, in cui talora anche una navata basilicale si può trasformare. Agli applausi calorosi del pubblico, che decretavano il pieno successo del concerto, Korndorfer ha risposto con un fuori programma, che confessiamo di non avere identificato, ma degno, per eleganza e finezza di fraseggio, di suggellare questo bellissimo concerto.