
Il ViottiFestival, ha chiuso ieri, 23/05, la sua ventottesima stagione nel modo migliore, con un concerto, di cui è stato acclamato protagonista il trentenne pianista goriziano Alexander Gadjiev.
Il Grieg dei Pezzi lirici, lo Chopin della Ballata n. 4 in fa minore Op. 52, il Ravel dei “Miroirs”, per concludere gloriosamente con i Quadri di un’esposizione di Mussorgskij: questo il sontuoso banchetto musicale offerto al pubblico che affollava platea e palchi del Teatro civico di Vercelli. Le dieci raccolte di Pezzi lirici di E. Grieg, composte dal 1867 al 1901, sono una sorta di vasto diario intimo in musica del grande compositore norvegese. Pur nella loro apparente semplicità, richiedono al pianista una notevole capacità di cogliere le sfumature emotive, il colore timbrico e la profonda vena poetica che li pervade. Ogni brano è un micro-racconto, una pennellata di sentimento, che spazia dalla malinconia alla vivacità, dalla contemplazione alla gioia più semplice. Gadjiev non si è limitato a eseguire i singoli quadretti, ma è sembrato tessere il filo conduttore che lega le diverse anime di questi piccoli gioielli pianistici, rivelando un’intimità e una maturità interpretativa squisite. Fin da subito, Nell’ Arietta (Op. 12), Gadjiev dimostra una sensibilità di grande raffinatezza. L’esecuzione è delicata, quasi sussurrata, mettendo in risalto la dolcezza malinconica del tema principale. La sua abilità nel gestire il fraseggio, nel dare respiro alla melodia e nel creare un pianissimo trasparente, suggerisce una profonda comprensione della nostalgia che pervade il brano. La maestria nel modellare il suono del pianoforte, passando dal pianissimo più etereo al forte più risonante, e nel creare un vasto spettro di colori timbrici che arricchiscono ogni frase, dà una delle sue prove migliori nel Viandante solitario (Op. 43) che trova nel pianista goriziano un interprete ideale, con la sua capacità di costruire le dinamiche, passando da momenti di quieta riflessione a improvvisi slanci emotivi, catturando perfettamente lo spirito del viandante che vaga nei paesaggi dell’anima. Un’altra risorsa squisita del pianismo di Gadjiev, la sua capacità di sostenere il canto della melodia, di intrecciare le voci interne con grazia e di creare un senso di sospensione quasi mistica, lo rende altissimo interprete del Notturno (Op. 54), di potente suggestività, grazie al suono caldo e avvolgente evocato dal tocco sapiente del pianista. Se la Danza norvegese (Op. 47) è un ammirevole saggio dell’abilità di Gadjiev nell’affrontare passaggi veloci e virtuosistici con precisione e leggerezza, mantenendo sempre la trasparenza delle linee melodiche e la pulizia dell’esecuzione, lo Scherzo (Op. 54) e lo Scampanio (Op. 54) dimostrano la versatilità di Gadjiev. Lo Scherzo è affrontato con agilità e leggerezza, mettendo in risalto la vivacità e l’ironia del brano. Nello Scampanio, invece, il pianista eccelle nel rendere la brillantezza e la rapidità delle figurazioni, con un fraseggio scintillante e un controllo tecnico impeccabile. Straordinaria la virtù del pianista goriziano nell’orchestrazione, nel rapporto sempre dialogico e paritario, tra mano sinistra e mano destra, con tutta la ricchezza timbrico-armonica e d’intreccio dinamico che ne deriva. Il Coboldo (Op. 71) e la Reminiscenza (Op. 71) chiudono il ciclo con una nota di fascino e nostalgia. Nel Coboldo, Gadjiev infonde un senso di giocosità e mistero, con un tocco che sa essere impalpabile e graffiante allo stesso tempo. La Reminiscenza, infine, è un commiato dolceamaro, eseguito con una profondità emotiva che lascia un’eco duratura nell’ascoltatore. Agilità tecnica e chiarezza del suono, controllo calibrato e finissimo di timbriche e dinamiche, sensibilità interpretativa per gli aspetti di più intensa liricità, di profondo intimismo: queste le virtù pianistiche messe in campo da Gadjiev nel ‘suo’ Grieg, tra i migliori da noi ascoltati negli ultimi anni. La Ballata in fa minore op.52 n.4 di F. Chopin è forse il vertice della forma-ballata chopiniana, un capolavoro di architettura musicale, profondità emotiva e intreccio tematico. Di questa Ballata l’interpretazione di Gadjiev ha espresso con altrettanta sensibilità e tensione spirituale sia la grandezza epica sia l’interiorità più profonda, col suo tormento e la sua nostalgia. La coda finale giunge con la sua potenza espressiva come la conclusione che suggella un vero e proprio itinerario di esplorazione di tutte le sfumature emotive. Un risultato ottenuto grazie alla lucida visione d’insieme della progressione drammatica del pezzo, delle linee-guida che collegano i vari episodi, costruendo la tensione verso le climax in modo organico e quasi come una fatale necessità. Questa ‘visione d’insieme’ è stata costantemente sostenuta da una fine calibratura della timbrica, con una paletta varia e mutevole a seconda della situazione musicale, e rubati pregevoli nel loro legame espressivo col fraseggio della linea melodica, sempre distinguibile, pur nella la densità della scrittura, in virtù, ancora una volta, di una perfetta orchestrazione che ha fatto della mano sinistra un ‘partner’ in continua conversazione con la mano destra. I Miroirs di Ravel sono noti per una scrittura pianistica di estrema raffinatezza e complessità. Dei cinque pezzi che li compongono, Gadjiev ne ha scelti tre per il suo programma vercellese: in Oiseaux tristes (Uccelli tristi) la finezza esecutiva del pianista è ancora una volta ammirevole nel ricreare sonorità rarefatte e traslucide, trovando i colori giusti per evocare l’atmosfera crepuscolare del pezzo, con un tocco ad un tempo leggero e profondo nell’espressività. L’ Alborada del gracioso (Canto d’amore all’alba del buffone), autentico tour de force di energia, virtuosità e complessità ritmica, ha imposto all’attenzione del pubblico del Civico un altro volto del pianismo di Gadjiev: l’agilità tecnica estrema, che ha affrontato con olimpica disinvoltura scale fulminee, arpeggi scintillanti, accordi precisi e un controllo dei trilli e delle fioriture senza eguali. Aggiungiamo un senso ritmico infallibile e trascinante, nel gestire i complessi incastri ritmici e i frequenti cambi di accento con precisione e vivacità, e la capacità di sostenere dinamiche forti per lunghi periodi senza affaticare il suono o perdere la chiarezza, ottenendo un suono brillante e incisivo: otterremo il ritratto di un pianista tra i migliori, senza dubbio alcuno, della sua generazione. Nell’ultimo dei Miroirs proposti, Vallée des cloches (Valle delle campane) il problema con cui il pianista deve confrontarsi è essenzialmente la timbrica:Gadjiev ha trovato i colori più adatti per evocare il suono delle campane, di diverse dimensioni e tonalità, che risuonano in una valle. Come? Con un tocco leggero ma profondo, una gestione del pedale che ha creato la risonanza desiderata senza appesantire il suono, ma prolungandolo e mescolandolo; un suono, che nell’interpretazione del pianista goriziano, è sembrato “fluttuare” nell’aria, con un senso di eco e di distanziamento di grande suggestione per chi ha avuto la gioia di ascoltarlo, immergendosi in un’atmosfera di calma e di mistero. Gadjiev ha scelto di concludere la propria esibizione vercellese con una composizione monumentale, quali sono i Quadri di un’esposizione di M. Mussorgski j, una sorta di viaggio pittorico e psicologico attraverso alcuni quadri o disegni dell’amico pittore V. Hartmann, dietro cui si cela un complesso simbolismo, che allude al cammino di redenzione spirituale di un’anima dal peccato alla salvezza. Di questa pietra miliare nella storia della musica pianistica Gadjiev ha fornito, ancora una volta, un’ottima esecuzione, che, in generale, si è avvalsa di una ammirevole duttilità nell’adattare le proprie risorse a mondi musicali e sonori assai diversi, corrispondenti ai singoli quadri del titolo. Una vera e propria versatilità caratteriale, quella dimostrata da Gadjiev nell’attraversare un insieme eterogeneo di caratteri, ritmi, armonie e atmosfere. È passato con disinvoltura dal grottesco al maestoso, dal lirico al caotico: il grottesco e il caricaturale di ” Gnomus “, la tristezza e il lirismo di ” Il vecchio castello” , l’aggressività di “Bydło” , la delicatezza di ” Tuileries “, la maestosità del meraviglioso corale finale della ” Grande Porta di Kiev “. Questa difficilissima composizione ha chiamato ancora una volta in causa il controllo timbrico e dinamico che Gadjiev ha mostrato di possedere ad un livello molto alto. Dando voce con bravura al colore dominante dei Quadri di un’esposizione, aspro, potente, a tratti grezzo, ma sempre profondamente espressivo, il pianista svariando dal pianissimo più intimo al fortissimo più travolgente, ha usato il timbro con raffinato senso della sfumatura, per dare colore e profondità a ogni quadro: un suono aspro per “Bydlo” , un suono cristallino per “Balletto dei pulcini nei loro gusci” , un suono imponente per “Baba Yaga ” e la “Grande Porta di Kiev “, una forte energia ritmica e una qualità quasi percussiva del suono, soprattutto per Gnomus e Bydlo , fino alla “Grande porta di Kiev ” suonata da Gadjiev in tutto il suo possente afflato epico, come culmine di tutta l’opera e, diremmo, dell’intera serata, con un senso di grandezza, solidità e trionfo che ha coinvolto gli ascoltatori in un empito di forte emozione. Conclusione più degna di questa, non solo per il bellissimo concerto di Gadjiev, ma dell’intera, ottima stagione n.28 del Viotti Festival, difficilmente si poteva trovare. Gli applausi a scena aperta e prolungati per circa dieci minuti del numeroso pubblico vercellese hanno espresso l’ammirazione per un giovane pianista, ormai affermato sulla scena musicale internazionale, che ha ricambiato con tre fuori programma : una trascrizione pianistica dell’episodio della Regina dell’estate dal balletto Cenerentola di Prokofiev , un Notturno di Chopin , un pezzo non comunicato dal pianista, azzardiamo Liszt . Tutti e tre suonati con freschezza ed energia straordinarie dopo il tour de force del recital. Davvero un concerto memorabile, che ci ha permesso di fare la conoscenza con uno dei grandi pianisti del nostro tempo.
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