Il regista polacco Pawel Pawlikowsky, classe 1957, vive e lavora in Gran Bretagna; già famoso come documentarista, è stato più volte premiato per il film Ida – miglior film al London Film Festival del 2013, vincitore agli European Film Awards 2014 pure per la regia, la sceneggiatura e la fotografia, Premio Oscar 2015 come miglior film straniero – ma anche per Cold War (Premio Goya 2019) e altre opere. Il documentario Serbian Epics (1992), sulla guerra in Bosnia e sulle sue cause, ha avuto importanti riconoscimenti internazionali.

Con Fatherland (2026), Pawlikowsky ripercorre il viaggio che il grande Thomas Mann (1875-1955), Premio Nobel per la Letteratura nel 1929, fece in Germania nell’estate del 1949, dopo ben sedici anni di esilio volontario.

Il titolo significa letteralmente “terra del padre”, ma in italiano si traduce come “madrepatria”. È anche il titolo di un romanzo giallo fantapolitico del 1992, un best seller del giornalista britannico Robert Harris, di un film tratto da questo e di un paio di altri lavori: ma sono solo omonimi del tutto estranei.

Mann aveva lasciato la sua patria d’origine nel 1933, essendo fortemente critico nei confronti del nazismo e di Hitler, salito al potere dopo la caduta della Repubblica di Weimar. Nel 1930, alla Beethovensaal di Berlino, aveva tenuto il famoso Discorso tedesco-Un appello alla ragione, fischiato da esponenti del Partito Nazionalsocialista, tanto che Mann fu costretto a uscire da una porta secondaria. L’ultima conferenza che tenne Mann in Germania prima di trasferirsi in Svizzera, il 13 febbraio 1933, all’Università di Monaco, portava il titolo Dolore e grandezza di Richard Wagner, di cui lo scrittore era un appassionato conoscitore. Confutava con forza l’idea propagandistica che le radici del nazismo affondassero nell’etica wagneriana. Da Zurigo, Mann raggiunse poi, nel 1938, con parte della famiglia, ossia la moglie Katia (la ricca, colta e bellissima Katharina Hedwig Pringsheim) e alcuni dei loro sei figli, gli Stati Uniti, dove si stabilì vicino a Los Angeles. Nel 1952 Mann tornò definitivamente in Europa: ma scelse la Svizzera (dove morì), non la Germania.

La primogenita Erika raggiunse i genitori per ultima; e Pawlikowsky la immagina come unica compagna di viaggio del padre nel 1949, e sua autista, alla guida di una fiammante Buick nera. Appassionata di motori, aveva vinto nel 1931, a soli 26 anni, un rally di 10.000 km in Europa organizzato dalla Ford, compiendo il percorso in 10 giorni al volante di una Ford Modello A.

Scrittrice intelligente e colta, dalla personalità eclettica, giornalista, grande viaggiatrice, aveva anche fondato una compagnia di cabaret che faceva satira politica: ma proprio per questo aveva dovuto lasciare la Germania, nel 1935.

Il viaggio intrapreso a quattro anni dalla fine della guerra aveva per Mann un triplice scopo: ritirare il prestigioso premio Goethe che gli era stato assegnato, in occasione del bicentenario della nascita, tenere conferenze importanti, e tornare sui luoghi della memoria. Avrebbe visitato una Germania uscita sconfitta e martoriata dalla guerra, in macerie, spartita tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Dal 24 luglio al 3 agosto 1949 Mann si spostò dunque da Francoforte, nella Germania Ovest, a Weimar, nella Germania Est, città che gli consegnarono il premio. Ma nella realtà era insieme alla moglie Katia; Erika partecipò solo ad alcune tappe. Fu sia acclamato che contestato. A Francoforte fu attaccato da nazisti irriducibili, a Weimar da chi lo considerava “servo di Wall Street”; negli USA finì su liste di chi si era macchiato di “attività antiamericane”, essendosi recato in un Paese governato dai sovietici.

Recandosi in due città delle “due Germanie” e valicando il confine per ritirare il premio, Mann dichiarava simbolicamente di considerare la Germania una sola, anche se occupata e divisa.

Nella finzione filmica, Mann ed Erika ricevono durante il viaggio la terribile notizia del suicidio di Klaus, rispettivamente figlio secondogenito e fratello. Erika è sconvolta, invece il padre reagisce con freddezza, salvo cedere al pianto, nella scena finale, in una chiesa diroccata dove un organista sta provando lo strumento danneggiato dai bombardamenti, e in fase di riparazione, suonando il Corale 147 di Bach, il compositore più amato da Klaus. Eccellente scrittore – autore del famoso Mephisto (1936) – Klaus Mann si era ucciso in verità il 21 maggio, quindi più di due mesi prima, a Cannes, ingerendo una letale dose di barbiturici, dopo precedenti tentativi di suicidio. Aveva quarantadue anni. Ai suoi funerali, tre giorni dopo, partecipò solo il fratello Michael, che avrebbe poi perso la vita nella notte di Capodanno del 1977, per una miscela di alcol e tranquillanti. Lo stesso Thomas Mann aveva avuto due sorelle, Carla e Julia, morte suicide.

Le “invenzioni” di Pawlikowsky sono in ogni caso funzionali alla resa del lavoro e all’”affresco” che il regista ha voluto comporre.

Il film si avvale di una magnifica fotografia, rigorosamente in bianco e nero. È splendidamente recitato da ottimi attori anche molto somiglianti ai personaggi che rappresentano: Thomas Mann è impersonato da Hanss Zischler, Erika Mann da Sandra Hüller.


Compare, solo all’inizio, Klaus (August Diehl) seminudo, al telefono con Erika, in una scena che fa subito comprendere sia il forte legame affettivo con la sorella che il difficile rapporto con il padre, nonché la depressione che certamente lo affligge da tempo; una figura si alza dal letto disfatto e s’intuisce che è un uomo. Klaus era omosessuale dichiarato; e d’altronde pure Erika era lesbica, nonostante un paio di mariti, e lo stesso Thomas Mann ebbe brevi relazioni con uomini di cui si innamorava anche istantaneamente, come scriveva nei suoi diari, vivendo queste sue pulsioni con grande sofferenza e travaglio interiore. Pure il terzogenito Golo era gay, ma viveva la sua sessualità con discrezione, come il padre.

Soprattutto nei capolavori di Mann La morte a Venezia (1912) e La montagna incantata (1924) compaiono aspetti di omoerotismo; e la perversa attrazione verso i fanciulli nell’età della pubertà, pur sublimata in modo poetico, si affaccia in alcuni suoi scritti personali che riguardano perfino il giovanissimo e bellissimo figlio Klaus. E quest’ultimo è stato dunque scelto dal regista per mettere spietatamente in luce il distacco di Mann-padre, quasi una cinica indifferenza da parte del geniale intellettuale tedesco, erede di Goethe, amaramente disilluso dalla sua terra, che l’ha costretto a fuggire e a non sapere neppure più dove si trova la sua “casa”.
Film profondo, affascinante, da vedere assolutamente.


