Due ottimi concerti quelli ascoltati in Sala Verdi, al Conservatorio milanese, per l’organizzazione della Società dei Concerti.
Al pomeriggio, la “serie Zaffiro” proponeva il ventenne pianista russo Vsevolod Zavidov nell’integrale dei Dodici Studi trascendentali di Liszt. Alla sera, per la “serie Smeraldo”, l’atteso ritorno del violinista Gil Shaham, insieme al collega Markus Placci e al pianista-compositore Scott Wheeler, offriva un programma articolato con brani di ben cinque compositori.
Zavidov, fenomeno della tastiera per virtuosismo esasperato ma anche per evidente espressività, ha presentato una rarità di difficile ascolto integrale: i Dodici Studi trascendentali di Franz Liszt, vetta del repertorio pianistico per le straordinarie difficoltà tecniche. Se spesso se ne ascoltano singoli brani in concerto, più raramente capita di poterli seguire nella loro interezza, in oltre 65 minuti di imponenti sonorità.
Il pianista, interamente a memoria, ha affrontato i dodici Studi senza alcun cedimento, anzi con una sicurezza quasi sconcertante. Le andature, spesso rapidissime, non hanno mai sacrificato la chiarezza del dettaglio. Non sono mancati momenti di raccoglimento, nei quali il giovane interprete ha mostrato una maturità espressiva notevole anche nei passaggi meno sostenuti da una fitta trama armonico-melodica. Un’interpretazione di alto livello, che fa desiderare di riascoltare presto Zavidov in programmi più vari. Splendido il bis, l’Arabeske di Schumann, ricca di “voci” nei diversi piani sonori. Calorosi gli applausi del numeroso pubblico pomeridiano.
Il concerto serale, di carattere cameristico, vedeva i violini protagonisti, in duo o in trio con il pianoforte, in musiche di Leclair, Ysaÿe, Šostakovič, Wheeler e Sarasate. La prima parte, per due violini, si apriva con la Sonata in mi minore op. 3 n. 5 del francese Jean-Marie Leclair (1697-1764), articolata nei movimenti Allegro, Gavotta e Presto, che rimandano al gusto barocco settecentesco. Raffinata l’interpretazione di Shaham e Placci, un’intesa perfetta capace di spaziare da pianissimi quasi impercettibili a sonorità più espansive.
La medesima coesione si ritrovava nella corposa Sonata postuma del belga Eugène Ysaÿe, in tre ampi movimenti che valorizzano pienamente le possibilità timbriche dei due strumenti. Ysaÿe, oltre che compositore, fu grande virtuoso del violino, e ciò emerge chiaramente nella scrittura. Splendida anche in questo caso l’esecuzione. Dopo l’intervallo, un cambio completo di atmosfera coinvolgeva il pianoforte di Scott Wheeler. In apertura i Cinque pezzi per due violini e pianoforte di Dmitrij Šostakovič — Preludio, Gavotta, Elegia, Valzer e Polka — rivelano un volto diverso del compositore: una scrittura più leggera, discorsiva e immediatamente comunicativa, resa con nitore ed efficacia dal trio.
Il brano successivo, la Sonata per due violini e pianoforte, suite in cinque movimenti — in prima esecuzione milanese — denominata Borderlands, dello stesso Wheeler, oltre a essere eseguito con grande precisione, ha messo in luce le qualità dell’autore nel fondere stilemi tipicamente statunitensi, con richiami anche al jazz, al blues, al tango e al cakewalk sul piano ritmico e con notevole inventiva melodica. Bravissimi i due violinisti, in perfetta sintonia, sostenuti dalle eleganti armonizzazioni dello stesso Wheeler. Di qualità anche Navarra op. 33 di Pablo de Sarasate, che ha concluso il programma con brillantezza. Rilevante il bis con l’Allegro moderato dalla Suite op. 71 di Moritz Moszkowski. Applausi calorosi.