LA MILANESIANA D’AUTUNNO al Teatro Franco Parenti

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L’edizione 2026 de “La Milanesiana”, la 27^ da quando la ideò, nel 2000, la bravissima Elisabetta Sgarbi, Direttrice artistica, si è svolta dal 24 maggio al 22 luglio e ha avuto una coda “d’autunno”, dal 26 ottobre al 2 novembre.

Come viene definita nel sito, la manifestazione è un vero e proprio laboratorio di eccellenza di letteratura, cinema, musica, arte, scienza, filosofia. Ma anche di teatro, di Economia, di Diritto, di sport, di fumetto; inoltre non si svolge solo a Milano ma, come vero festival culturale itinerante, in numerose altre città italiane, dove possono confrontarsi, dibattere, dialogare, essere intervistati premi Nobel, premi Oscar, scrittori emergenti, scienziati di fama internazionale, cantanti… Ogni edizione ruota intorno a un tema: quest’anno era “Il desiderio e la legge”, un argomento complesso e intrigante. Come scrive la Sgarbi nella sua presentazione, grazie ai divieti, i desideri si manifestano, prendono vita, vengono nominati, evidenziati. Il divieto evoca il desiderio. (…) tra legge e desiderio si snoda la vita.

Due serate “autunnali” si sono svolte al Teatro Parenti di Milano.

Il 26 ottobre, Ferruccio De Bortoli ha intervistato Charlotte Casiraghi, autrice del saggio La crepa (titolo originale La fêlure, 2026), pubblicato in Italia dalla casa editrice La nave di Teseo, nella collana I fari. Laureata in Filosofia e Presidente dei Rencontres Philosophique de Monaco, ha risposto alle interessanti domande del giornalista, ex direttore del Corriere della Sera e a sua volta autore di testi e saggi sul mondo contemporaneo, evidenziando un indiscutibile talento letterario unito a notevoli doti di riflessione critica.

Di fatto ha presentato il suo lavoro come un’indagine filosofica sulle fragilità umane; la crepa non rappresenta un crollo o una frattura conclamata, ma piuttosto un’incrinatura, spesso invisibile, che agisce dentro di noi; e occorre convivere con questo danno sotterraneo e sottile che si insinua nel nostro io profondo, accettando la propria vulnerabilità come caratteristica di ognuno di noi.

Il saggio rivendica il diritto all’inquietudine; il dolore va attraversato, non evitato, grazie alla ragione, alla lettura, all’accettazione di sé. La sua esperienza personale – rimase orfana del padre trentenne, Stefano, perito in un incidente nautico nel 1990, quando lei aveva appena quattro anni – le ha certamente lasciato un segno, una ferita interiore; ma proprio questa è poi diventata una forma di forza. E anche essere al centro delle attenzioni di fotografi e paparazzi, fin da giovanissima, per la sua bellezza e per il fatto di essere figlia di Carolina di Monaco, l’ha portata a rifiutare con risolutezza l’immagine patinata e superficiale che le riviste di moda e i media in genere volevano assegnarle, per entrare in una dimensione più sua e più vera.

In chiusura l’ottima violinista italo-tedesca Hildegard De Stefano si è esibita in un breve concerto solistico, suonando un brano da una partita per violino solo di Bach. Anche la De Stefano ha pubblicato un testo (Diario musicale, 2021) per la casa editrice La nave di Teseo, fondata nel 2015 su iniziativa di Elisabetta Sgarbi, che era direttrice editoriale della Bompiani, e Umberto Eco.

Il 2 novembre era sul palco l’eccellente attrice e regista toscana Laura Morante, premiata col David di Donatello 2001 come miglior attrice protagonista del film per La stanza del figlio di Nanni Moretti e con il Nastro d’Argento 2005 per L’amore è eterno finché dura di Carlo Verdone. Nipote della celebre Elsa, di cui Laura bambina aveva terrore, persona molto sensibile, “ex timida”, per nulla arrivista o ambiziosa, ma ben determinata, si è scoperta tardivamente anche scrittrice di successo.

Dopo l’esordio nel 2018 con Brividi immorali (pluripremiato), la Morante, classe 1956, donna davvero bellissima – come sottolineato da Andrée Ruth Shammah nella sua affettuosa “dichiarazione d’amore” iniziale – ha pubblicato per La nave di Teseo il suo secondo lavoro letterario, Dieci storie pop (collana Oceani), ispirate ad altrettanti cantanti che danno il nome (o meglio il soprannome) ai personaggi.

I protagonisti sono giovanissimi romani, del quartiere popolare di Centocelle: le vicende sono ambientate negli anni ‘60. Ester, Tony, Bobby, Wilma, Patty trascorrono pomeriggi e sere nella piazzetta e nel bar, ascoltando canzoni al jukebox, spostandosi su moto truccate, tra chiacchiere piuttosto vuote e fugaci flirt; Arrigo è la voce narrante.

La Morante ha letto in sala il racconto dedicato a Bobby; e ha dichiarato che tra i nomi della musica leggera degli anni della sua infanzia uno dei preferiti è per lei sicuramente quello di Bobby Solo. Ed ecco che il cantautore che ha segnato un’epoca, e da lei evocato, si è materializzato sul palco, tra mille applausi: Bobby Solo, nome d’arte di Roberto Satti, classe 1945, si è esibito davanti a un pubblico letteralmente elettrizzato, con la sua band (alla batteria, Lele Zamperini, alla tastiera Stefano Pettirossi).

Dopo un omaggio al rock’n’roll (tra i brani più coinvolgenti l’indimenticabile Rock Around The Clock di Bill Haley & His Comets del 1954) e al mitico Elvis Presley (splendida Can’t Help Falling In Love, 1961) cui il cantante si era ispirato musicalmente, appena sedicenne, Bobby Solo ha cantato con grande intensità e pienezza di timbro, con la sua voce inconfondibile, i suoi pezzi più famosi: Una lacrima sul viso (1964), Ora che sei già una donna (1963), Non c’è più niente da fare (1966). Non ha mancato di omaggiare Little Tony, Adriano Celentano, Domenico Modugno.

Serata indimenticabile.