Il regista e sceneggiatore romagnolo Nicola Sorcinelli (classe 1987), vincitore nel 2017 del Nastro d’Argento per il miglior cortometraggio (Moby Dick), ha voluto cimentarsi in un film drammatico – sua opera prima, presentata quest’anno – imperniato sulla vicenda di due migranti afghani, padre e figlio.

Entrambi musicisti, viaggiano, o meglio camminano, su terreni impervi, al freddo, in condizioni davvero terribili, lungo la cosiddetta rotta balcanica, verso il confine serbo-croato.

Violenze e attacchi sanguinosi anche da parte di bande criminali connotano il percorso; respingimenti brutali alle frontiere, difficoltà climatiche e geografiche rendono spesso impossibile il “viaggio della speranza” di tanti, comprese molte famiglie con bambini. Il 45% dei migranti, disposti ad attraversare l’Iran, la Turchia, la Bulgaria o la Grecia e i Paesi dei Balcani occidentali sono afghani.

Girato nei paesaggi montuosi della Serbia, il film si avvale di atmosfere molto cupe; spesso le scene sono notturne, o rese buie da nuvole temporalesche che coprono il cielo. Il senso di angoscia che permea la vicenda è così reso certo più profondo.

Dal 2021 lo spaventoso regime talebano in Afghanistan ha vietato la musica, e da allora si è assistito all’esodo di numerosi artisti che, impossibilitati a suonare i loro strumenti e a esercitare la loro arte, cercano la libertà soprattutto in Europa. La meta di Jalil (Ivar Wafaei) e suo padre Nazar – l’iraniano Babak Karimi, Orso d’Argento come miglior attore al Festival di Berlino 2011, per il film Una separazione di Agshar Farhadi – che trasportano con loro due grosse tube, è l’Italia. Qui, ha detto il figlio al vecchio Nazar, sono attesi per un importante concerto organizzato da un loro amico già esule (ma poi si saprà che era solo una bugia, una scusa per convincere l’uomo a lasciare il suo Paese).

Il rapporto tra i due è al centro del film: mostrano il coraggio della disperazione, si sforzano di vincere il dolore fisico, e anche quello morale, animati dalla speranza in una vita migliore, dove la loro musica potrà essere di nuovo ascoltata. Il padre è burbero e severo, apparentemente in conflitto generazionale con il figlio, al quale però si affida. Vengono aggrediti in un bosco, all’inizio, ma poi, durante il faticoso cammino, trovano rifugi e aiuti; incontrano altri migranti, le cui vite rivelano storie altrettanto tristi. Tra questi, Habib (Prince Chughtai), che diventa loro amico.

Molto importante è la figura di una giovane italiana, Greta (la pluripremiata Matilda De Angelis), medico, impegnata in una missione umanitaria presso il confine; cura i migranti, che va a cercare in automobile lungo la strada e nelle case diroccate. Cura quindi anche Nazar, che ha i piedi feriti e rischia la cancrena. Ha modo di ascoltare, dietro a una porta, un brano suonato da lui e dal figlio: stanno provando i loro pezzi in vista del concerto in Italia, tanto vagheggiato da Nazar quanto inesistente. Greta si sente impotente davanti alle tragedie dei migranti che incontra, e ne soffre. Intelligente e sensibile, sarà proprio lei, alla fine, il vero deus ex machina della situazione, almeno per i due musicisti.
Il film ha già vinto il Premio del Pubblico nelle Giornate degli Autori 2026 e il Premio Internazionale Carlo Lizzani 2026. Toccante, da vedere.


