In un certo senso il protagonista del film è un grande appartamento di Londra (anche se le riprese sono state girate a Roma), dove si incontrano i tre personaggi principali e, solo per scene brevissime, alcune figure di contorno.

Il proprietario è un produttore musicale, Leo (Luca Marinelli), quarantenne, certo molto benestante visto che vive da solo nella casa, elegante, molto ben arredata, dove non manca un pianoforte a coda e si trova perfino una sala di registrazione privata. Le stanze però sono poco illuminate, di fatto claustrofobiche: prevale in genere il buio, tranne per qualche finestra che si affaccia sulla strada o sul giardino. Leo è afflitto da un forte mal di schiena, forse dovuto a un’ernia del disco mal curata.

Si viene a sapere di una sua precedente operazione alla colonna grazie al dialogo con una giovane fisiatra, Anna (Alicia Vikander), che si reca da lui per massaggi e soprattutto per iniezioni di antidolorifici; arriverà poi a somministrargli pastiglie e pillole, da cui Leo diventa dipendente. Si scopre tuttavia che l’uomo fa già uso di droghe, e avrà anche un problema di overdose.

Nasce presto una relazione tra i due, anche se limitata ad attrazione sessuale, senza che si crei una reale intimità. Anna, evidentemente in possesso di una copia delle chiavi dell’appartamento, vi si introduce di nascosto durante il giorno, quando lui non c’è. Si limita a stare seduta sul divano o sdraiata sul letto, guarda gli oggetti e qualche carta, come se volesse entrare più profondamente nella vita di Leo senza farglielo sapere; fugge quando arriva la domestica o quando sente il rombo del motore dell’automobile di lui.

Un giorno giunge anche a ricostruire una tazza finita in pezzi dopo che Leo l’aveva lanciata sul pavimento in uno scatto di rabbia. È una sorta di “fantasma” della casa, ma non si capisce bene quali siano i problemi che sta vivendo a sua volta; sta cercando di curare i dolori di Leo, ma pure lei ha un vissuto doloroso, forse legato alla perdita della madre. E soffre senz’altro per un amore che sembra complicato, non corrisposto, perfino malato.
Un pomeriggio assiste, sempre nascosta dietro una porta, all’incontro tra Leo e un’anziana cantante, Ava (Susan Sarandon): lui ne ha riscoperto vecchie canzoni di successo, di cui vuole fare nuove incisioni per un album.

Ava, ancora sofferente e addolorata per la perdita del suo compagno, si mostra un po’ dubbiosa inizialmente, ma poi finisce per collaborare con rinnovato entusiasmo, tanto che verso la fine del film l’appartamento si riempie di gente che festeggia l’uscita del disco. È Ava a rivelare il significato del titolo del film: The Echo Chamber era una stanza vuota che veniva usata durante le registrazioni, molti anni prima, per creare un “effetto eco” alla voce del cantante; lo stesso effetto che vuole ora da Leo, con i suoi strumenti. E Call my name, canzone più volte ripetuta, è un suo brano che Leo non conosceva ma che gli è stato suggerito proprio da Anna, che lo ricordava cantato da sua madre quando lei era bambina.

Il film, ottimamente recitato, ha però diverse scene molto lente: il regista, Andrea Pallaoro – che si è basato su un soggetto originale di Bernardo Bertolucci rimasto inedito dopo la sua scomparsa nel 2018 – si sofferma forse troppo su Anna che sta mangiando con voluttà una fetta di Sacher; oppure su una sedia vuota, sulla strada deserta vista dalla finestra, su Leo che si masturba nella doccia, osservato attraversato il vetro bagnato… L’eccessiva lentezza degli eventi e la staticità del luogo finiscono purtroppo per suscitare noia nello spettatore. La scena finale è ahimé deludente e lascia perfino interdetti.


