BELLEZZA E BRUTTEZZA alle Gallerie d’Italia

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Fino al 18 ottobre 2026 sarà possibile ammirare le opere esposte alle Gallerie d’Italia di Milano, nell’ambito della mostra “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento”, curata da Chiara Rabbi Bernard.

Tra XV e XVI secolo i canoni classici della bellezza, in particolare di quella femminile, legati alle proporzioni ideali e alle geometrie, vengono in buona parte mantenuti nella pittura e nella scultura; si affianca tuttavia una nuova ritrattistica, all’insegna del realismo, che non disdegna di rappresentare vecchie rugose e donne folli dai lineamenti alterati.

Via via la bruttezza assume significati diversi e diventa quasi uno strumento creativo, ispirato alla natura ma anche soggetto a trasformazioni stupefacenti.

Si privilegiano gli uomini per evidenziare orribili smorfie, bocche sdentate, occhi strabuzzati, ma le donne non mancano: in ogni caso si rompono gli schemi precedenti e si mette in primo piano la caricatura, che evidenzia vizi – il gioco, il bere, la lussuria – o la malattia mentale, o semplicemente la tarda età.

Paradossalmente, il Brutto, in un’opera d’Arte, diventa il Bello: si mettono di fatto in crisi concetti filosofici di Estetica.

Le operazioni chirurgiche, anche immaginarie e fantasiose, possono diventare soggetto di un magnifico dipinto, come L’estrazione della pietra della follia (1561?) di Pieter Huys.

E pure una tavolata di avvinazzati che ridono e gesticolano, o si azzuffano, è un valido soggetto: molto particolare la tela a losanga del ferrarese Dosso Dossi (Litigio, 1514-16).

Certo anche l’arte antica rappresentava mostri o esseri grotteschi; ma nel Rinascimento la Bruttezza non fa più parte solo del Mito, è un aspetto dell’Umanità, non più trascurabile o censurabile. Leonardo scriveva: Le bellezze con le bruttezze paiono più potenti l’una per l’altra.

Un disegno della fine del ‘400 a lui attribuito – Testa grottesca di donna in profilo verso sinistra – è esposto in mostra: qui l’osservazione del vero, ossia del naso schiacciato e del viso deformato, si mescola alla caricatura.

Non poteva mancare Pieter Brueghel il Giovane: il suo dipinto Proverbi (1607) – una delle numerose repliche che fece della composizione originale del padre, Pieter Bruegel il Vecchio, ossia Proverbi fiamminghi del 1559 – presenta decine e decine di figure in miniatura dai tratti associabili a stati d’animo come ira, paura, invidia, gelosia, cattiveria, oppure semplicemente ripugnanti, che si riferiscono a oltre 100 proverbi o detti popolari.

Anche i giullari, che usavano la bruttezza e le deformità come strumento di comicità e divertimento, vengono spesso raffigurati. Ritratto di folle potrebbe essere intitolato Il buffone che ride; ha sotto il braccio sinistro il classico bastone da giullare, di cui è presente un esemplare francese in vetrina.

Molto bello il Folle con cucchiaio (1525-30) di Quentin Metsys.

Il mondo nutre molti stolti, della scuola fiamminga del XVI secolo, mostra due buffoni rivolti verso chi guarda il dipinto; hanno nasi adunchi e un sorriso beffardo; sopra di loro alcuni oggetti-simbolo fungono da rebus, la cui soluzione è appunto il titolo della tela.

Il “Bello e il Brutto in coppia” è uno dei temi presentati: nello stesso lavoro, ecco figure antitetiche, le cosiddette “coppie malassortite”. Un vero capolavoro è il dipinto di Lucas Cranach il Vecchio databile al 1537-40, dove giovinezza-vecchiaia, bellezza-bruttezza risaltano in una contrapposizione molto forte, soprattutto perché la coppia anomala è costituita da un giovane bello e da un’anziana sdentata, in atteggiamento amoroso.

Più spesso gli artisti – e lo stesso Cranach – ritraggono piuttosto un vecchio sgradevole che corteggia una graziosa fanciulla.

Per contrasto e confronto, sono presenti nella mostra molte opere che sono invece un vero inno alla Bellezza: si ammirano, all’inizio del percorso, diverse statue delle Tre Grazie, e dipinti con lo stesso soggetto.

In una sala, ecco forse la splendida Simonetta Vespucci, gentildonna famosa per la sua rara avvenenza, amata da Lorenzo e Giuliano de’Medici – morì a soli 23 anni – scelta da Sandro Botticelli come modella nel suo Ritratto allegorico di una donna (1490 circa).

Una nota personale: alcune opere di Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana potevano rendere la mostra ancora più preziosa, dando spazio anche allo sguardo femminile – e non solo e sempre maschile – delle poche pittrici dell’epoca (ma di altissimo valore!), su un tema così attuale e interessante.

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