Qualche giorno nella Provincia Granda.

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Era un po’ che volevo tornare a Cuneo e nella sua zona. Ero passato più volte per il capoluogo, di cui avevo bene in mente la posizione ed i panorami, ma non mi ci ero mai fermato.

La Provincia Granda merita bene il nome: è più vasta dell’intera Liguria e ci sono pianure, colline e montagne. La pianura (che in pratica è l’inizio della val Padana) è un territorio curioso: è percorsa da diversi fiumi, riuniti in due distinti bacini: a sud ed est il Tanaro coi suoi affluenti, che poi si dirige verso Asti e Alessandria; a nord e ovest il Po coi suoi, che gira verso Torino. Po e Tanaro poi confluiranno, ma molto più lontano. La stranezza sta nel fatto che i due bacini si sfiorano senza toccarsi, ma non perché si trovino separati da montagne: entrambi coabitano nella stessa pianura, e c’è infatti una striscia, grosso modo fra Carmagnola e Cuneo, che fa da spartiacque pianeggiante. E per di più i fiumi del bacino del Po scorrono quasi a livello della campagna, mentre gli altri si sono scavati dei profondi cañon che incidono la pianura specie fra Fossano e Mondovì. Questa strana situazione fa sì che le colline delle Langhe, ad est del Tanaro, siano a volte più basse della pianura sul lato opposto del fiume. La stessa Cuneo si trova fra due fiumi che convergono, la Stura di Demonte a nord e il Gesso a sud. Appartenendo al bacino del Tanaro, si son fatti ciascuno il suo bravo cañon: il terrazzo fra le due spaccature convergenti è fatto a punta e perciò si incunea fra i due fiumi.

Abbiamo dovuto studiar bene i giorni d’apertura dei vari luoghi: al lunedì è chiuso quasi tutto e molti pure al martedì. Alcuni poi, come il castello di Valcasotto, aprono solo di sabato e domenica; altri solo di domenica. Molti castelli ammettono solo visite guidate e bisogna prenotarle.

Per approfondire molti dei luoghi citati qui, specie Fossano, Saluzzo e Cavour, vedi il resoconto di Anna Busca: https://www.corrierebit.com/in-piemonte-sulle-tracce-degli-antenati/

Cominciamo con Alba. Solo un giro rapido perché la conoscevo già; ma è anche ora di pranzo e i tempi erano stati calcolati apposta per fermarsi qui. È la città delle cento Torri, un po’ stile S. Gimignano, però si trova sul fondovalle presso il Tanaro e non in alto sul colle come quella e come la maggioranza dei borghi della zona. Le torri (anche qui ne sopravvive una piccola parte) erano state innalzate in pratica per le solite ragioni: affermare la supremazia sul vicino; alcune sono definite abbassate, non saprei se per misure di sicurezza o per perdita di potere del proprietario. Sono pregevoli il duomo e diversi palazzi, specie in via V. Emanuele.

Ripartendo, attraversiamo Cinzano, tanto per non dimenticarci che siamo in zona vinicola, e giungiamo alla vicina Bra. La cittadina è adagiata ai piedi delle colline del Roero, sopra un terrazzo che domina la valle del Tanaro. Ha un bel centro storico con diversi palazzi notevoli, soprattutto il Mathis nella piazza Caduti, la principale del centro, tutta in salita, e il Traversa poco più in alto.

Pianura verdissima e ondulata, secondo me dall’aspetto più ridente di quello medio della val Padana, e vicina alle montagne: in questa zona è dominata dal Monviso, un dentone che torreggia sulle montagne circostanti ben più basse.

Sulla strada troviamo Fossano: il castello è imponente e campeggia al centro di una gran piazza in alto sul bordo del lieve rialzo dove sorge il centro storico. Coi suoi quattro massicci torrioni angolari domina la scena se lo si vede da ovest; invece arrivando fra le case del centro lo si scopre solo all’ultimo. L’interno non è però all’altezza della grandiosità esterna.

Cuneo si presenta scenograficamente, tranne se vi si arriva da Borgo S. Dalmazzo (Col di Tenda e altri valichi con la Francia). Dalle altre direzioni bisogna passare uno dei due fiumi, e la città appare rialzata sul suo terrazzo. Arrivando da nord ci sono due ingressi: o dal Ponte Vecchio della circonvallazione nord, che punta al centro storico, oppure dal Viadotto Soleri che punta su piazza Galimberti, la zona degli alberghi. Col primo, basso, si scende nella spaccatura della Stura e si risale sull’altra riva; col secondo, più moderno e molto alto, si resta in quota e si ha una vasta veduta sulla città.

È uno strano viadotto, a due piani: strada sopra e ferrovia sotto; purtroppo la vista è disturbata sia dal treno, per i continui pilastri di sostegno, sia dall’auto, per le fitte e alte grate anti-suicidi. Poco oltre la metà il viadotto si divide in due rami ad un solo piano: la ferrovia sguscia di sotto e prosegue in curva verso la stazione; la strada continua dritta ed entra in città in leggera discesa. L’arrivo da est (Mondovì) è analogo a quello del Ponte Vecchio. C’è anche una tangenziale periferica, pure lei coi suoi viadotti.

La posizione che dicevo rende la città ariosa e relativamente panoramica, con una bella cerchia di alte montagne a poca distanza e quasi sempre innevate. Sono le Alpi Marittime, più vicine, a sud, che passano allegramente i duemila, e le Cozie a ovest, che passano sempre allegramente i tremila. La città è bordata da viali di circonvallazione lungo i due fiumi, con viste estese; anche l’asse del corso Nizza partecipa alle vedute perché punta verso l’Argentera. Naturalmente il riscaldamento globale ha fatto calare le nevi e oggi l’effetto non è più quello che ricordavo; e specie sul versante del Gesso la vegetazione un po’ incolta non aiuta.

La vasta piazza Galimberti, la maggiore della città, divide il centro storico dai quartieri ottocenteschi, di aspetto torinese. L’intera piazza e i due principali assi di attraversamento (via Roma nel centro e corso Nizza verso la periferia) sono bordati di portici che come a Torino si estendono anche ad attraversare le vie affluenti, di modo che quando piove un pedone può attraversare tutta la città per il lungo senza mai aprire l’ombrello.

Solo la prima sera siamo riusciti a vedere la piazza per bene; poi vi si è installato un mercato e le bancarelle hanno riempito la scena per tutto il tempo. Un mercato coi suoi lati positivi, essendo per lo più alimentare e con degustazioni anche di cucina internazionale.

Puntiamo poi su Busca, dove si scavalca la Maira con una rapida vista del centro storico.

Seguiamo quindi la strada verso nord, con le montagne a sinistra e la pianura a destra. La meta è il castello della Manta (del FAI), poco in alto, nel verde, sul fianco delle alture. È famoso per gli affreschi della sala baronale -tra l’altro magnificamente conservati- con la scena della fonte della giovinezza: qui i personaggi arrivano da sinistra vecchi e malandati, fanno il bagno e ne escono dall’altro lato ringiovaniti e arzilli. L’inquadratura si divide in una serie di vivaci scenette, anche con frasi come nei fumetti.

Sulla parete opposta, i personaggi del poema il Cavaliere Errante: una sfilata di cavalieri e dame, dai personaggi storici (Giulio Cesare) alle figure mitologiche (Pentesilea), in un contesto floreale ben curato. Interessanti anche le altre sale e la cucina; bello anche il piccolo parco circostante e la chiesetta.

Abbiamo dedicato poco tempo a Saluzzo, pochi chilometri dopo, perché la conoscevo già. Dappertutto imperversa Silvio Pellico, il suo figlio illustre: oltre la casa natale, la trattoria dove andava, la toponomastica e tutti i luoghi in qualche modo correlati, c’è anche la via Spielberg: anzi, mi ricordo che la prima cosa che avevo notato entrando in città trent’anni fa era l’insegna “Carrozzeria Spielberg”. Oggi il personaggio mi è sembrato un po’ meno incombente. La città è dominata dal castello, poi carcere ed oggi due musei: della Memoria Carceraria e della Civiltà Cavalleresca. Poco più sotto c’è forse il maggior palazzo cittadino: la Casa Cavassa, coi bei loggiati affrescati.

Dopo Saluzzo, continuando a nord le montagne si allontanano e spunta la piramide del Monviso a dominare la pianura, in mezzo alla quale sorge isolata l’antica abbazia cistercense di Staffarda. Un luogo suggestivo; peccato che non si possa fotografare l’interno. L’ambiente agreste è anche sottolineato dalle mucche al pascolo, uno spettacolo raro da noi in pianura.

La vicina Cavour è stata l’unica meta “fuori tema”, trovandosi a rigore in provincia di Torino. Si trova ai piedi della ripida collina che sorge isolata nella pianura, che si individua subito fin da lontano per essere un’altura anomala rispetto al paesaggio circostante. La salita a piedi alla cima (fortuna che è tutta all’ombra) regala panorami a 360°, da Torino a Cuneo. Peccato la foschia; l’ideale è una giornata tersa, ma non si riesce mai a programmarla.

Ci siamo quindi dedicati alle valli occitane: abbiamo scelto la val Maira, risalendola da Dronero (il paese di Giolitti; ha un bel ponte merlato) dove il fiume lascia le montagne e continua in pianura. La valle è un po’ stretta e verdissima. Poi siamo saliti nella laterale val d’Elva, con panorami sempre più vasti per l’altitudine. Le montagne non saranno le Dolomiti, ma mediamente le superano, arrivando facilmente oltre i tremila.

Elva è un microscopico paese (si dice di 81 abitanti) sperduto fra i monti a 1600 e passa metri.

È un luogo di per sé idilliaco, ma il suo interesse sta in due particolarità: gli affreschi della chiesa ed il museo del capello. I primi sono opera di un maestro fiammingo del XV-XVI secolo e ottimamente conservati, come non ti aspetti di trovare in una chiesetta del genere.

L’altro è una vera curiosità: l’industria locale è stata, fino a poco tempo fa, la raccolta capelli umani che venivano raccattati a destra e a manca in tutta Italia, per lavorarli e venderli alle fabbriche di parrucche. È stato il mestiere di tutti gli abitanti, ma allora erano 15 volte di più. Nel museo dedicato si vede il modello della lettera circolare che veniva spedita a istituti, ospedali, e soprattutto conventi (di suore, meglio fornite di capigliature che non i frati) con la richiesta di acquisto dei capelli caduti dai periodici tagli, che nei primi tempi venivano barattati e poi, sviluppandosi il business, pagati secondo un preciso tariffario. C’è naturalmente ogni sorta di pettini e aggeggi per cardare e trattare la materia prima, i semilavorati ed il prodotto finito. E naturalmente scalpi d’ogni genere. La parrucca non è poi una cosa d’altri tempi: basta pensare alle magistrature inglesi.

In cima alla val Maira ci sarebbero vari parchi naturali e le cascate di Stroppia, le più alte d’Italia (oltre 500 m; d’estate però vanno in secca). Ma ce n’è mancato il tempo.

Mondovì si divide in due parti, un po’ come Bergamo: una metà alta sulla collina (Piazza, a 559 m) e una bassa (Breo, a 390), sulle rive dell’Ellero; un dislivello maggiore che nella città orobica, ed è sei volte più piccola. Niente vasti spazi, ma un insieme raccolto ed un paesaggio più movimentato. La piazza principale della “città alta” che si chiama proprio Piazza, è circondata come è giusto da bei palazzi ed è anche in forte pendenza, ben più di quella di Bra.

Nell’uscire ho voluto ripercorrere la strada fatta trent’anni fa, dove ci era capitato un curioso episodio. Ci trovavamo, non ricordo perché, nella frazione di Carassone; cercavo una scorciatoia per Vicoforte senza tornare in città e prender la statale, che fa un lungo giro. Mi pareva di aver trovato la strada buona ma i cartelli indicavano solo frazioni sconosciute e le nostre mappe non erano abbastanza dettagliate (s’intende che allora non c’erano navigatori). Avevamo perciò interpellato un abitante del luogo: “va bene di qua; appena vedete un pilone della Madonna girate a sinistra”. Ci era sembrata una descrizione fantasiosa, ma non avevamo chiesto dettagli. Poco dopo, in mezzo alle colline, ci siamo imbattuti in un traliccio dell’alta tensione che svettava fino al cielo. Era questo che intendeva? C’era in effetti una stradina a sinistra, ma moriva dopo un po’. Che quel tipo avesse alzato un po’ il gomito? Invece ce l’aveva raccontata giusta, soltanto si era espresso nella sua lingua e ci mancava il traduttore: in Piemonte si chiama pilone la cappellina di campagna con immagini sacre, e poco più avanti c’è in effetti quella che intendeva: il pilone Virigli, che oggi si presenta restaurato eppure con un’immagine malconcia.

Eccoci quindi al santuario di Vicoforte. È una gran chiesa fuori dal paese, sede di pellegrinaggi; l’aspetto è barocco (1748), non particolare, con 4 campanili angolari; ma vanta la più grande cupola ellittica (sembra il coperchio del portavivande) al mondo: alta 74 m, più dei campanili, assi di 37 e 25. Per la verità pare che negli USA ne abbiano fatta una un po’ più grande, giusto per prendersi il primato. L’affresco che la riveste all’interno è pure la più vasta (6.000 m2) raffigurazione a tema unico al mondo. Sotto, al centro, c’è una doppia immagine della Madonna, s’intende col suo pilone, attorno al quale è stato costruito il santuario.

Si può salire con due distinti percorsi: uno a 60 m d’altezza con 266 gradini (imbragatura ed elmetto obbligatori) e l’altro, più breve, a 23 m con 130 gradini, entrambi gestiti dall’agenzia Kalatà! (l’esclamativo fa parte del nome). https://kalata.it/esperienza/santuario-di-vicoforte-magnificat-cupola-ellittica/ . Ce ne siamo ben guardati, sia per la fatica sia perché la scala a pioli nella parte alta faceva una certa impressione. Chi se la sente può invece vedere gli affreschi da vicino, scoprendo particolari negati a chi rimane a terra, oltre ai panorami da vertigine sia all’interno che all’esterno.

Se ci si inoltra nella montagne verso sud, passato Pamparato (“pane pronto“) si raggiunge Valcasotto: il paese è specializzato nei formaggi, e c’è un negozio a bordo strada dove val la pena di rifornirsi. Pare che il nome derivi da otto case. Poco più avanti c’è il castello, aperto solo di sabato e domenica (d’estate tutti i giorni), con sole visite guidate, da prenotare e ancora a gestione Kalatà! È sorto sui ruderi di un’abbazia cistercense e, abituati a vederne in pianura o in collina, sorprende che ce ne fosse una in una stretta valle fra le montagne. Per un certo tempo è stato dei Savoia, e ne conserva l’arredamento. Fra le stanze che si visitano dà da pensare quella della principessa Clotilde, primogenita di Vittorio Emanuele II, costretta nel 1858 a sposare controvoglia il poco raccomandabile Gerolamo Bonaparte, cugino di Napoleone III: in pratica è stata cinicamente usata come merce di scambio nelle trattative per l’alleanza con la Francia in vista della seconda guerra d’indipendenza. Ma nelle case regnanti era fra gli incerti del mestiere.

L’ultimo giorno è domenica ed il mercato da piazza Galimberti si è esteso sul corso Nizza, costringendoci a qualche gimcana per uscir dall’albergo. Ultimo passaggio sul viadotto Soleri ed ultimo panorama sulla città.

Visitiamo adesso la villa Oldofredi-Tadini, in campagna qualche chilometro fuori. È aperta solo in certe occasioni, ed oggi è la giornata delle dimore storiche; si è dovuto comunque prenotare. È tuttora abitata e quindi è del tutto arredata, ed è la padrona di casa a farci da guida. Peccato che siano vietate le fotografie all’interno. I proprietari hanno avuto i loro guai nella storia: prima è arrivato Napoleone nel 1799 a sequestrare tutto e decapitare il padron di casa di allora, che gli era ostile, il conte Mocchia (il fantasma gira ancora a cercare la sua testa). Poi un successore, Ercole Oldofredi, ha pensato bene di partecipare alle 5 giornate di Milano ed è riuscito a farsi sequestrare tutto pure lui, stavolta dagli Austriaci, ma almeno ha salvato la pelle. E c’è mancato poco che la storia si ripetesse coi Tedeschi, nell’ultima guerra. Ercole Oldofredi è stato anche un diplomatico, gestendo per conto di Cavour le pratiche per la cessione alla Francia di Nizza e Savoia nel 1859, lo stesso patto delle nozze forzate della principessa Clotilde. Molto interessanti i cimeli da viaggio: mappe d’ogni tipo, anche antiche, bauli e altri accessori. La visita si è conclusa nel parco, con belle piante e un gigantesco faggio pluricentenario purtroppo ormai defunto. Ci hanno perfino consentito di pranzare (a panini, che ci eravamo preparati) sul tavolino in giardino.

Al ritorno ho voluto fare una deviazione ad Acqui Terme, un luogo a rigore fuori tema, ma solo perché vi si teneva un evento che non mi volevo perdere: se ne parla nel https://www.corrierebit.com/14742-2/

Due parole sulla cucina cuneese. Abbiamo cenato, e per due volte, alla Chiocciola, uno dei migliori ristoranti della città, dove ho sperimentato un riso contemporaneamente pilaf e al curry, e una panna cotta, entrambi strepitosi. Molto buono anche il Bove’s; specie per le carni: le sue origini sono in una rinomata macelleria di Boves. D’altronde tutto il Piemonte è famoso per le carni; peccato però che non siano la mia passione. Sono celebri anche i formaggi Occelli (un nome già famoso per il burro) di Valcasotto, tutti con un caglio speciale e con molte varietà, tra cui quelli al fieno, al barolo, al castagno.

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