Il Festival pianistico Pianovara, ricca serie di concerti e masterclass che si svolgerà presso il Conservatorio Cantelli di Novara sino a settembre, con una lunga pausa estiva, è stato inaugurato alla grande, il 20/05, con un concerto di Pietro De Maria, presso l’Auditorium del Cantelli. Il concerto era intitolato “In ricordo di Maria Tipo”. Della grande pianista e straordinaria insegnante, scomparsa a 94 anni lo scorso 2025, De Maria è stato allievo, tra i molti che hanno raggiunto fama in Italia e in Europa.
Il programma del concerto è stato un omaggio di un grande allievo ad una grande insegnante, fin dal pezzo d’apertura, di quel Muzio Clementi, che fu tra gli autori più amati da Maria Tipo, che non solo lo eseguiva in concerto con frequenza rara per la maggior parte dei pianisti, non solo d’allora, ma gli dedicò studi assidui e approfonditi, per poi proseguire con J.S. Bach nella trascrizione di Busoni, Liszt e Chopin: compositori, tutti, amati e frequentati dalla grande pianista napoletano-fiorentina.
Tra Clementi e Bach-Busoni, l’impaginato presentato da De Maria proponeva un compositore contemporaneo, Fabio Vacchi. Pensiamo che con questa proposta De Maria, accanto all’omaggio alla sua insegnante, abbia anche voluto far comprendere che la sua fedeltà all’insegnamento di Maria Tipo è un’eredità ‘attiva’, che ha fatto tesoro di quell’insegnamento, rielaborandolo in una prospettiva personale, fecondata dalla realtà musicale contemporanea, con i suoi autori.
Del resto, nella musica di F. Vacchi riconosciamo tante caratteristiche che Maria Tipo avrebbe certamente apprezzato: la cura del dettaglio, la ricerca di profondità, l’equilibrio fra tradizione e innovazione, la trasparenza delle sonorità. Un bel programma dunque, vasto, capace di spaziare dalla tradizione alla contemporaneità, altra caratteristica di tanti concerti di Tipo.
Dunque, il recital di De Maria vedeva come brano iniziale la Sonata Op. 25 n. 5 di Muzio Clementi. Questa Sonata, raramente eseguita, ma di una profondità espressiva sorprendente, rappresenta un tassello affascinante nel panorama del tardo Settecento e primissimo Ottocento pianistico. Questo brano, spesso dimenticato, oscurato da contemporanei più celebri, rivela una scrittura complessa e un’anima quasi proto-romantica, che esige dall’esecutore non solo abilità tecnica, ma anche una sensibilità interpretativa profonda.
La vera sfida per un interprete di questa sonata è quella di bilanciare la necessaria esibizione di bravura tecnica con una profonda carica emotiva. De Maria, nel suo approccio, è noto per non cedere mai alla mera dimostrazione di virtuosismo, ma per rendere sempre la tecnica al servizio dell’espressione. Questo è ciò che ha fatto della Sonata Op. 25 n. 5 di Clementi, ascoltata nell’esecuzione di De Maria, un’esperienza musicale coinvolgente e indimenticabile, una scoperta delle sfumature nascoste di questa gemma musicale.
Nel Primo movimento e nel Finale la destrezza virtuosistica non comune di De Maria, il suo controllo assoluto della tastiera dominano con chiarezza e nitidezza i passaggi veloci, le scale ascendenti e discendenti fulminee, gli accordi potenti, facendo risaltare la brillantezza della scrittura.
A questa componente virtuosistica si accompagnano nello stile esecutivo di De Maria introspezione e grande maturità interpretativa, che rifulgono con rara intensità nei momenti più espressivi del primo movimento e soprattutto nell’Adagio. De Maria modula il suono con estrema finezza, creando contrasti dinamici efficaci – dal pianissimo più intimo al fortissimo più travolgente – senza mai risultare artificioso.
La sua capacità di “cantare” con il pianoforte, soprattutto nel movimento centrale, è stata essenziale per trasmettere la dolce malinconia e la tenerezza che Clementi infonde in queste pagine, costruendo linee melodiche ampie e organiche, grazie ad un fraseggio ben definito e sostenuto, sia nei passaggi lirici che in quelli più concitati.
La varietà e ricchezza di registri e di tessiture nella sonata richiede un’ampia gamma di colori sonori. De Maria, con la sua sensibilità musicale, è in grado di scegliere il tocco giusto per ogni passaggio: un tocco leggero e scintillante per le figurazioni più brillanti, un tocco più profondo e risonante per i momenti drammatici o lirici.
In generale, De Maria ha dimostrato, con questa esecuzione che d’ora innanzi sarà per noi di riferimento, che quella forma di cui Clementi è considerato maestro, non è algida e accademica costruzione esteriore, ma scrittura pianistica di notevole ricchezza.
L’esecuzione di Pietro De Maria della “Novelletta Quarta” di Fabio Vacchi è stata un’immersione in un universo sonoro, dove la raffinatezza compositiva ha incontrato una maestria pianistica di rara sensibilità.
La “Novelletta Quarta” è un tessuto sonoro delicato e intricato, che richiede all’interprete una profonda comprensione delle sue sfumature. La capacità di accarezzare i tasti, di produrre pianissimo che suonino pieni di risonanza, è una delle risorse decisive del pianismo di De Maria, che eccelle nel tocco sempre misurato, capace di scolpire ogni singola nota con precisione e sensibilità, creando sfumature dinamiche impercettibili, ma significative: l’ideale per eseguire un pezzo, come questo di Vacchi, che procede per linee melodiche cristalline e frammentate, che comunicano all’ascoltatore un senso di introspezione e delicatezza.
Il fraseggio in questo brano non è dettato da arcate ampie, ma da respiri brevi, da piccole cesure che danno respiro alle idee musicali frammentate. De Maria dimostra un fraseggio estremamente intelligente, capace di dare coesione a elementi apparentemente disconnessi, trasformando la frammentazione in un respiro coerente, sfruttando al meglio il registro dinamico soffuso, tendenzialmente piano o pianissimo, in cui l’interpretazione tende a valorizzare i contrasti, quando emergono, più nel timbro e nella tessitura che nell’intensità sonora pura, con un controllo timbrico eccezionale e una trasparenza che permette all’ascoltatore di seguire i sottili intrecci compositivi.
La “Novelletta Quarta” di F. Vacchi richiede un pianista che non solo suoni le note, ma che sappia penetrare l’anima del brano. De Maria riesce a trasmettere una profonda emotività, una malinconia sottile, una purezza quasi eterea che rende giustizia all’intimità compositiva di Vacchi.
Decisamente diversa la scrittura pianistica del terzo brano in programma, “Nun komm’ der Heiden Heiland” di Bach-Busoni: la tessitura pianistica si fa densa, le armonie vengono amplificate con dissonanze audaci e accordi complessi, creando un senso di vastità sonora. L’architettura del pezzo, già solida in Bach, acquista un respiro titanico, quasi fosse una cattedrale sonora scolpita nel marmo.
La densità della scrittura busoniana richiede una padronanza tecnica senza sbavature, quale ancora una volta De Maria dimostra, con il calibrato controllo degli accordi potenti, la fluidità dei passaggi veloci, la capacità di creare legati perfetti e la precisione ritmica, il controllo del pedale, per non appesantire la tessitura e mantenere la chiarezza della filigrana contrappuntistica.
Il tocco di questo grande erede di Maria Tipo scava con profonda sensibilità nelle tensioni armoniche del pezzo, dando piena voce a un tormento interiore, a un’attesa carica di pathos, ma sempre nobile e controllata. De Maria ha offerto al pubblico presente al Cantelli un’occasione per riscoprire la grandezza di questo capolavoro e, diciamolo, l’eccezionale talento di un pianista che sa dialogare con le più alte vette del repertorio.
Dal Busoni trascrittore di Bach al Liszt trascrittore di Schubert. Erano infatti due Lieder di Schubert, “Auf dem Wasser zu singen” e “Gretchen am Spinnrade” nella trascrizione per pianoforte solo di F. Liszt.
La chiave per interpretare questi brani risiede nella capacità di bilanciare la liricità innata delle melodie originali con le esigenze virtuosistiche e di drammatizzazione imposte dalla penna di Liszt. De Maria eccelle nel disvelare la ricchezza armonica e la chiarezza timbrica anche nelle sezioni più dense. Riesce a far emergere la melodia principale senza mai soffocare le voci secondarie o gli ornamenti che Liszt aggiunge.
La sua gestione delle voci è simile a quella di un direttore d’orchestra che fa brillare ogni sezione strumentale, ma facendo sempre affiorare la linea del canto schubertiano; in particolare in “Auf dem Wasser zu singen”, De Maria utilizza un delicato controllo delle dinamiche, muovendosi con maestria tra pianissimo eterei e lievi crescendo, evocando le sfumature dell’acqua e della luce.
L’ultima esecuzione del recital novarese di Pietro De Maria, dedicata a un’affascinante selezione di brani di Fryderyk Chopin, si è rivelata un vero e proprio viaggio nel cuore del romanticismo del compositore polacco, un dialogo intimo tra il pianista e l’universo sonoro dell’autore.
Il programma, un sapiente intreccio di forme brevi e capolavori di più ampio respiro, ha offerto un panorama ricco delle diverse sfaccettature di Chopin. Le Mazurche, brani che affondano le radici nella tradizione popolare polacca, sono state qui presentate in una veste intima e riflessiva.
Dalla malinconica e sussurrata mazurka in Re bemolle maggiore, op. 67 n. 4, alla più danzante e al contempo inquieta mazurka in Si bemolle maggiore, op. 24 n. 2, fino alla grazia quasi settecentesca della mazurka in Do maggiore, op. 63 n. 3, De Maria ha saputo catturare l’essenza di queste miniature.
La chiave esecutiva in questo caso risiede nella sensibilità ritmica, nel saper piegare la pulsazione in modo organico e quasi vocale, conferendo a ogni frase un’espressione personale e un senso di nostalgia, che le pervade. Fondamentale è anche una mano morbida, capace di sfumature impalpabili e di un fraseggio che dialoga con l’ascoltatore in modo quasi confidenziale.
La Ballata n. 4 in Fa minore, op. 52, uno dei momenti culminanti dell’intera serata, ha rappresentato la quintessenza della poesia e del dramma chopiniano. In questo capolavoro, la virtù esecutiva di De Maria che più si è imposta all’attenzione del pubblico è stata la capacità di costruire tensioni inesorabili, di tessere un discorso musicale unitario che collegasse i diversi episodi con fluidità e coerenza, passando da momenti di tenera liricità a esplosioni di furore orchestrale con agilità sorprendente.
La profondità del suono nel registro grave, la brillantezza trasparente degli arpeggi acuti e una passione contenuta, ma vibrante, sono gli elementi con cui De Maria ha costruito una narrazione musicale di intenso impatto emotivo, sempre trattenuto peraltro al di qua di ogni eccessiva effusione patetica.
Infine, lo Scherzo n. 2 in Si bemolle maggiore, op. 31, brano noto per la sua energia irruente e i contrasti repentini, che De Maria ha affrontato nelle sezioni più impetuose con vigore e precisione, senza mai sacrificare la chiarezza delle voci e la pulizia degli attacchi.
Al contempo, ha saputo ammorbidire i passaggi lirici centrali con una delicatezza che ha reso ancora più efficace il ritorno del materiale tematico più energico. La potenza espressiva, unita a una leggerezza quasi felpata nei passaggi virtuosistici, sono state le armi vincenti per un’esecuzione vibrante e coinvolgente.
Il concerto di De Maria, davvero memorabile, ha appassionato gli ascoltatori, suscitando un travolgente uragano di applausi, premiato con due fuori programma: una Sonata di D. Scarlatti, eseguita con un tocco di soave eleganza venata di malinconia, e l’Impromptus op. 90 n. 2 di F. Schubert, naturalmente come solo De Maria lo sa suonare.