TRA KAIMAKAN E PAPPATACI ALLESTIMENTO DI GRAN SUCCESSO DELL’ITALIANA IN ALGERI AL TEATRO COCCIA DI NOVARA

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E’ difficile non essere d’accordo con la Direttrice del Teatro Coccia di Novara, Corinne Baroni, quando, con ferreo sillogismo, sostiene che, essendo il belcanto il carattere essenziale della tradizione del teatro musicale italiano, ed essendo G. Rossini l’esempio supremo e inarrivabile di tale belcantismo, è dovere del Coccia rappresentare, in ogni stagione lirica, un’opera del grande Pesarese; tanto più, aggiungiamo noi, che il Teatro Coccia di Novara, essendo uno dei Teatri di Tradizione italiani riconosciuti ufficialmente dal Ministero della Cultura, ha il compito istituzionale di custodire e valorizzare la tradizione culturale italiana nelle arti dello spettacolo.

Dunque da qualche tempo Rossini è ospite fisso e amato, stagione dopo stagione, dal numeroso pubblico che si assiepa per ascoltare l’opera nella platea e nei palchi del teatro novarese. Questa apprezzabile scelta della Direzione ci autorizza a sperare che in futuro si conceda anche un po’ di spazio al Rossini ‘serio’, non meno meritevole di quello comico, ma sinora, ci pare, stranamente trascurato dai programmi. In questa stagione 2026 è stato il turno dell’Italiana in Algeri, (ma è in arrivo anche Il signor Bruschino, a fine stagione)che ritrovava il palcoscenico del Coccia dopo un’assenza che durava dal 2013. Lo spettacolo (15 e 17/05, noi abbiamo assistito a questa seconda rappresentazione) è stato interamente prodotto dalla Fondazione Teatro Coccia, che ne ha affidato la regia a Marco Gandini, di pretta scuola zeffirelliana, già presente a Novara con una gran bella Bohème nella stagione 2023. Con la collaborazione del valente scenografo Italo Grassi, Gandini crea un’ambientazione che sottolinea il carattere esotico dell’Algeri rossiniana, enfatizzandolo come un mondo favoloso, proposto attraverso una serie di raffinati fondali, ora palazzi, ora minareti, ora grandi saloni dai decori arabeggianti, vagamente ispirati alle stampe di età napoleonica di fine ‘700-inizi’800, dopo la famosa spedizione francese in Egitto: il tutto corrispondente a quel ‘magnifico’ che è l’aggettivo più ripetuto nelle didascalie del libretto di Angelo Anelli, con riferimento agli ambienti che fanno da sfondo alla vicenda.

La cura e in molti casi l ea bellezza dei costumi diAnna Biagiotti s’integra pienamente in questa creazione scenografica, concepita con il gusto di un degno erede di Zeffirelli, con l’attenzione alla cura dei dettagli scenici, dall’estetica raffinata, nel pieno rispetto della drammaturgia musicale, di cui accompagnano con coerenza lo svolgimento, nella miglior tradizione del Coccia, che nella bellezza e nell’efficacia degli allestimenti ha da anni uno dei suoi punti di forza. Sui costumi e sul significato ch’essi assumono in questo spettacolo, vorremmo però fare due osservazioni. La prima riguarda il costume d’Isabella: Isabella veste in abito coloniale anni ’20-’30 del secolo trascorso. In alcune presentazioni dell’opera abbiamo letto che Isabella è ‘esploratrice’, o addirittura ‘archeologa’, ma nulla nel libretto né nella messa in scena autorizza tale interpretazione: Isabella è l’innamorata di Lindoro che giunge in Algeria perché sa che il suo amato è stato rapito da pirati moreschi. Semmai, è il simbolo della donna italiana: “Le femmine d’Italia/son disinvolte e scaltre/e sanno più dell’altre/ l’arte di farsi amar”, così canta Haly nel II Atto. Quando poi Isabella cantando su una tavola, con la sua veste coloniale, si avvolge in una bandiera italiana, la scena ci ha evocato uno spettacolino da dopolavoro del ventennio, negli anni della conquista dell’impero. Non diciamo certo che questa fosse l’intenzione di Gandini, ma a noi è parso così. Il clima si fa poi un po’ pacchiano quando, poco dopo, Mustafà, vestito in impeccabile abito occidentale, con tanto di farfallino, si avventa a mangiare un intero tegame d’italianissimi spaghetti al pomodoro. È vero che nella dimensione del comico, cui appartiene l’opera buffa, c’è posto un po’ per tutto, ma ci pare che qui siamo pericolosamente vicini al cattivo gusto, in contraddizione stridente con quell’atmosfera di raffinata eleganza e bellezza che è il principio guida di questa regia. Il secondo rilievo riguarda il costume di Lindoro: perché vestirlo con quel povero abituccio di un grigio spento, con quelle ridicole bretellone e quel berretto da guardia rossa maoista, che ne fanno il revenant di un funzionario del Partito comunista cinese anni ’60?

Tanto più che l’interprete di Lindoro, Wuang Chang, cinese lo è davvero e il suo abito di scena sembra quasi uno scherzo nei suoi confronti: ribadiamo anche a questo riguardo le osservazioni sul rischio del cattivo gusto di cui sopra. Naturalmente non possiamo escludere che ci siano, in queste strane scelte, intenzioni che ci sono sfuggite. Quanto alla struttura drammaturgica dell’Italiana in Algeri, nelle sue sobrie ed acute note di regia, Gandini la considera impostata sulla “contrapposizione dei due mondi, uno violento, primitivo, barbarico rappresentato da Mustafà ( e dal pupazzo di un impiccato che pende sul palcoscenico ad apertura di sipario) e l’altro civilizzato ed evoluto rappresentato da Isabella”(citiamo dalle Note), un’Isabella, indiscussa protagonista di quest’opera rossiniana che, sempre secondo Gandini, pur ricollegandosi al personaggio tipico dell’opera buffa napoletana settecentesca, quello della “donna scaltra” lo innova profondamente, facendone un personaggio femminile, che rivendica e afferma vittoriosamentela propria libertà da ogni imposizione maschilistica, capace di parlare ancora alle donne e agli uomini del nostro tempo. Dunque il tema al centro dell’Italiana in Algeri è la libertà della donna contemporanea, storicamente frutto della Rivoluzione francese e delle innovazioni che essa apporta nella società del tempo a tutto campo, compreso quello del ruolo della donna (almeno nelle classi borghesi). Come si vede, un’interpretazione che, a differenza di troppe regie del nostro tempo, non impone all’opera un’attualizzazione forzata e spesso del tutto fuori luogo, ma la sviluppa, in modo coerente e assolutamente accettabile, dal concreto contenuto drammaturgico dell’opera stessa. Da qui l’attenzione molto curata alla psicologia dei personaggi, il cui movimento sulla scena segue efficacemente il ritmo inarrestabile dell’azione, portata con scelta intelligente, quasi tutta sul proscenio, grazie anche alle luci sempre puntuali e suggestive di Ivan Pastrovicchio. Un altro gradito ritorno a Novara è quello di Alessandro Cadario, cui, dopo l’ottima performance della Traviata della scorsa stagione, il Coccia ha affidato la direzione della collaudata Orchestra Filarmonica Italiana per questa Italiana in Algeri, opera già diretta recentemente, con gran successo, dal Maestro varesino a Reggio Emilia. In effetti Cadario ha confermato, in questa sua seconda presenza novarese, le brillanti qualità che già si erano imposte all’ascolto nella direzione della Traviata: una rigorosa precisione ritmica, che guida con sicurezza orchestra e cantanti, e tecnica, nella cura raffinata dei dettagli timbricie dinamici della partitura, senza mai sovrastare i cantanti, assicurando il ‘respiro’ adeguato a ogni singola voce, con particolare attenzione per gli interventi solistici strumentali, eseguiti con tecnica rigorosa e ottima qualità espressiva dai professori d’orchestra. Di tutto rispetto il cast vocale. Un gradito ritorno sul palcoscenico del Coccia è stato quello del mezzosoprano Mara Gaudenzi, debuttavail difficile ruolo di Isabella e già apprezzata a Novara in un altro ruolo rossiniano, la protagonista della Cenerentola, nel 2022. In una parte diversa, Mara Gaudenzi ha decisamente confermato le ottime qualità del suo strumento vocale: ben proiettato, di bel colore mezzosopranile in tutta l’estensione della tessitura, dal bel grave pieno, all’acuto di buona agilità, capace di un fraseggio fluido e ben impostato negli armonici, sostenuto da limpida dizione e colorature sicure anche nei numeri di più alto virtuosismo, come già subito nellacelebre cavatina di sortita “Cruda sorte ,amor tiranno, in cui la voce della Gaudenzi con i gorgheggi e gli svolazzi della cabaletta, ma anche col raffinato lirismo patetico del cantabile, dimostra la sua duttilità espressiva e la sua bravura nelle agilità.Insomma, ci pare che Mara Gaudenzi stia maturando come un ottimo mezzosoprano di agilità rossiniano, avviandosi ad una carriera decisamente di rilievo. Le sue qualità attoriali, ben dirette dalla sapiente regia di Gandini, non sono state da meno rispetto a quelle vocali: di seducente e marcata presenza scenica, Gaudenzi ha interpretato con efficacia il ruolo di donna che lotta con accortezza e spavalderia per difendere la propria libertà, ma anche capace di toni sentimentali e patetici. Altrettanto bene si deve parlare della performance dell’altro personaggio centrale dell’opera, il Mustafà interpretato dal basso buffo Giorgio Caoduro, distintosi per una vocalità ben proiettata, solida e omogenea nell’emissione, dal bel timbro brunito e caldo e di ottimo controllo tecnico su una scrittura piuttosto difficile, come dimostra la sua scioltezza nell’aria “Già d’insolito ardore nel petto” (Atto I), affrontata bravamente con un’agilità non comune nel registro grave econ fiato lungo che permette il calibrato controllo del ritmo incalzante. Anche Caoduro ha dimostrato un’ottima presenza scenica, interpretando una comicità che, senza mai cadere nel caricaturale, assume sfumature ora di orgoglio tronfio quanto vano, ora di ridicola volontà di dominio su una donna sfuggente e che lo sovrasta con la sua intelligenza, senza che lui sia in grado di comprenderlo. Nel complesso dignitosa la prestazione del tenore cinese Chuan Wang (anche lui già noto a Novara per la sua partecipazione alla Cenerentola) nella parte di Lindoro, la cui voce, apparsa un po’ deludente nel I Atto, di limitata potenza e di espressività un po’ generica, dal timbro incolore, in parte compensata da una linea di canto pulita e omogenea anche nell’acuto, è sembrata prendere quota nel II Atto, con una proiezione più decisa e un timbro meno incolore. Buon baritono-buffo è stato il messicano-olandese EmmanuelFranco, che cantava la parte di Taddeo (anche lui già a Novara col cast della Cenerentola 2022). È dotato di piacevole colore vocale, musicalità e un fraseggio abbastanza fluido, valido nelle agilità e di adeguata presenza scenica. Nel ruolo di Elvira cantava il soprano Paola Leoci, di buona tenuta sia vocale, con un timbro fresco e discreta tecnica nelle agilità, sia scenica, capace di passare dalla condizione di moglie triste e sottomessa dell’inizio a quella di donna più sicura e vivace nel finale. Hanno sbrigato correttamente il loro compito il mezzosoprano coreano Danbi Lee nella parte di Zulma e il basso Lorenzo Liberali, in quella di Haly. Non possiamo certo dimenticare, infine, il Coro Schola Cantorum di s. Gregorio Magno di Trecate, diretto come sempre dal Maestro Mauro Trombetta. Esclusivamente composto di voci maschili, ha assolto con assoluta dignità il suo ruolo di vero e proprio personaggio collettivo e d’ingranaggio ritmico fondamentale, integrandosi nei complessi e frenetici tempi orchestrali. Questa Italiana in Algeri, ben diretta sia dalla ‘cabina di regia’, sia dal podio, ben cantata, elegante e raffinata nella scenografia, è stata molto apprezzata dal gran pubblico presente al Coccia, che ha riservato a tutti, cantanti direttore, orchestra, regista, applausi prolungati e fragorosi, premiando meritatamente la vocazione ‘rossiniana’ del Teatro Coccia. (Foto dall’Ufficio Stampa del Teatro Coccia)