TRA SPECCHI, UCCELLI E CATTEDRALI SOMMERSE: L’ARTE DEL COLORE SECONDO SILVIA GILIBERTO

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Il Festival Cantelli di Novara ha proposto oggi, 22/02, nell’Auditorium del Conservatorio, un recital della giovane, ma già affermata pianista, Silvia Giliberto.

Diplomatasi al Conservatorio G.Verdi di Milano, si è esibita in una ormai nutrita serie di concerti, solistici e cameristici, ottenendo anche affermazioni di prestigio in concorsi internazionali, tra cui menzioniamo in particolare il Premio G. Martucci-VI Edizione. Interessata prevalentemente alla musica contemporanea, ha avuto importanti momenti di formazione con alcuni dei nomi più significativi della musica del nostro tempo, da Sciarrino a Gervasoni a Filidei. Il programma che Giliberto ha proposto a Novara non era tuttavia impaginato sulla musica contemporanea, ma potremmo dire, su musicisti senza i quali la musica contemporanea, nella varietà anche un po’ caotica dei suoi linguaggi, non esisterebbe: M. Ravel, con i Miroirs op.43, O. Messiaen, con il pezzo L’alouette calandrelle, dal Catalogue d’oiseaux e C. Debussy, con una scelta dal Primo libro dei Preludi. C’è un filo sottile, ma tenacissimo che unisce Maurice Ravel, Olivier Messiaen e Claude Debussy: è il primato del suono come luce, come vibrazione cromatica prima ancora che discorso tematico. Il recital di Silvia Giliberto ha saputo mettere a fuoco proprio questa linea di continuità, costruendo un percorso coerente e affascinante attraverso tre modi diversi – ma intimamente affini – di intendere il pianoforte come laboratorio timbrico. Composti tra il 1904 e il 1905, i Miroirs rappresentano uno dei vertici dell’estetica raveliana: cinque “riflessi” sonori – Noctuelles, Oiseaux tristes, Une barque sur l’océan, Alborada del gracioso, La vallée des cloches – che traducono immagini e stati d’animo in architetture pianistiche di inaudita raffinatezza. Silvia Giliberto ha affrontato il ciclo con una lucidità analitica che non ha mai sacrificato la suggestione poetica. In Noctuelles il controllo del tocco leggerissimo e scattante ha restituito la mobilità nervosa delle figurazioni, evitando ogni opacità nel fitto intreccio di semicrome. Oiseaux tristes è emerso come una sospensione del tempo: qui la pianista ha lavorato sulle risonanze con un pedale attentissimo, dosato al millimetro, creando un’atmosfera rarefatta, ma mai statica. Il vertice tecnico del ciclo, Alborada del gracioso, è stato risolto con brillantezza e precisione ritmica: le asperità percussive e le figurazioni chitarristiche sono risultate nitide, senza irrigidirsi in una secchezza meccanica. Di particolare bellezza La vallée des cloches, dove Giliberto ha saputo differenziare i piani sonori con una sensibilità quasi orchestrale, facendo emergere le campane lontane come bagliori nella nebbia. Con L’Alouette calandrelle Messiaen trasforma il canto dell’allodola in una costruzione musicale complessa, in cui il dato naturalistico si intreccia con una sofisticata organizzazione ritmica e modale. Giliberto ha mostrato qui una qualità fondamentale: la capacità di far convivere l’analiticità con la libertà espressiva. I richiami acuti, irregolari, spesso estremi nella tessitura, sono stati eseguiti con una chiarezza adamantina, senza durezza; le sezioni contemplative hanno ‘respirato’ in ampie arcate, con un uso del pedale che ha esaltato le armonie statiche e luminose tipiche del linguaggio messiaeniano. La pianista ha evitato il rischio di una lettura meramente descrittiva, restituendo invece la dimensione mistica e cosmica che sottende la scrittura. I cinque preludi di Debussy scelti dal Primo libro, delineano un microcosmo di atmosfere: l’ambiguità modale di Voiles, l’irrequietezza di Le vent dans la plaine, la sensualità rarefatta di Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir, la maestosa epifania di La Cathédrale engloutie, fino alla brillante solarità di Les collines d’Anacapri. In Voiles la Giliberto ha privilegiato una lettura essenziale, quasi ascetica, sottolineando l’indeterminatezza tonale attraverso un suono smaterializzato e un fraseggio fluido. Le vent dans la plaine ha rivelato invece un controllo impeccabile delle dinamiche rapide e dei contrasti improvvisi, con un’articolazione nitida e mai affrettata. Il momento più intenso è giunto naturalmente con La Cathédrale engloutie: l’emersione progressiva degli accordi iniziali è stata costruita con un magistrale crescendo sonoro, capace di evocare la monumentalità senza retorica. La pienezza degli accordi centrali non ha mai degenerato in pesantezza; al contrario, la pianista ha saputo mantenere una trasparenza interna che rendeva percepibile ogni voce. In chiusura, Les collines d’Anacapri ha brillato per leggerezza e spirito, con un tocco scintillante e una vitalità ritmica trascinante.
Ciò che più colpisce nell’interpretazione di Silvia Giliberto è l’equilibrio tra rigore formale e fantasia timbrica. Il suo pianoforte non indulge mai in vaghezze impressionistiche di maniera: ogni sfumatura nasce da una precisa consapevolezza strutturale. Allo stesso tempo, la cura del dettaglio non soffoca la linea generale, ma la esalta. In un programma tanto esigente – tecnicamente e concettualmente – la pianista ha dimostrato maturità stilistica, controllo del suono e una rara capacità di trasformare la complessità in chiarezza espressiva. Il risultato è stato un viaggio coerente e suggestivo attraverso tre universi poetici, uniti dalla ricerca del colore come sostanza stessa della musica. Questo viaggio ha riscosso un unanime apprezzamento del pubblico del Cantelli, purtroppo meno numeroso di quanto la bellezza del concerto avrebbe meritato. Agli applausi prolungati e fragorosi dei presenti, Giliberto ha risposto, donando come Fuori programma un’altra perla del suo repertorio, lo Scherzo n.1 op.53 di Giuseppe Martucci, in cui la perfetta gestione delle ottave e la brillantezza dei passaggi hanno permesso alla eccellente pianista di illuminare da par suo, con eleganza e rigore tecnico la scrittura densa e la nascosta polifonia di questo pezzo che risente, a un tempo, di Liszt e di Brahms. Da ricordare.