TASTIERE NEL TEMPO DAI FIGLI DI BACH A SZYMANOWSKI

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Vario e di grande interesse il programma del n.14 dei Concerti del Sabato, tenutosi oggi, 28/02, al Conservatorio Cantelli di Novara e che ha visto ancora una volta protagonisti due giovani talenti, in decisa ascesa lungo le impervie, ma luminose vie dell’arte musicale.

Nella sua prima parte il concerto ha visto protagonista Gioele Cantalovo e le due tastiere che precedettero l’avvento del pianoforte: il clavicembalo e il fortepiano. Cantalovo è, tra i giovani clavicembalisti piemontesi, una delle figure di maggior rilievo, che fin dai quattordici anni di età si è messo in luce come talentuoso esecutore di musica antica, soprattutto tardo-barocca, cominciando a collezionare borse di studio ed esibizioni concertistiche. Intelligente è stata la proposta di ascolto, che presentava quattro composizioni de tre figli di J.S. Bach, che si distinsero nel panorama musicale del loro tempo, rielaborando e adattando alle nuove esigenze musicali la lezione appresa dal padre. Ad aprire l’impaginato il più anziano dei tre rampolli e il meno noto, Wilhelm Friedemann Bach (1710-1784), figura singolare, e tragica che trascorse in ombrosa solitudine la sua vita, dedicandosi, accanto alla composizione musicale, all’altra grande passione della sua vita, gli studi matematici, che approfondì ad un livello quasi ‘specialistico’ e morì ottenebrato dall’alcolismo e dalla follia, dimenticato da tutti e poverissimo.
I suoi due pezzi in programma, la Fantasia in la minore F.23 e la Fantasia in mi minore F.21 (entrambe per clavicembalo) sono opere intensamente drammatiche, attraversate da improvvise, quasi sperimentali costruzioni armoniche e da una libertà formale che le rende una prefigurazione del linguaggio romantico. Queste Fantasie di Wilhelm Friedemann rivelano la sua anima inquieta, e l’esecuzione di Cantalovo non ha mancato di dare voce adeguata alle tensioni emotive di due pezzi che piacerebbe riascoltare al pianoforte, valorizzandone in particolare la ricchezza di contrasti, con esasperati salti dinamici e con accenti sorprendenti. È merito di Cantalovo aver affrontato con misura questi brani complessi, mantenendo sempre saldo il controllo delle dense architetture compositive, grazie ad un fraseggio preciso ed equilibrato. L’ingresso di Johann Christian Bach (1735-1782) con la Sonata V in la maggiore dall’op.17, per fortepiano, in due tempi, segna un cambio di registro: dalla densità e alla spigolosità di scrittura del fratello maggiore ad uno stile elegante, fluido e con un senso melodico, di un cantabile impregnato di lirismo tipico della corte inglese, presso la quale J.Ch. Bach trascorse gran parte della sua vita e conobbe un successo europeo, negli anni in cui il nome del suo grande padre era già sprofondato nel lungo oblio, da cui uscirà soltanto con la riscoperta ad opera dei Romantici, Mendelssohn in primis. Cantalovo qui mostra grande sensibilità stilistica, passando dal barocco rigido a una più libera e cantabile espressione musicale. L’uso del fortepiano permette variazioni dinamiche e un tocco brillante, espressivo e fluido che rende al meglio il tono di galanteria rococò di Johann Christian Bach, che incantò anche Mozart. Non si può che ammirare la sensibilità stilistica con cui Cantalovo costruisce un delicato fraseggio, impreziosito da frasi di luminosa cantabilità, chiaramente influenzate dall’opera italiana e francese del tempo (oggi la produzione operistica di questo figlio di Bach è totalmente ignorata, ma il suo catalogo è abbondante)., Questa prima parte del concerto si chiudeva con il più importante e conosciuto, almeno al suo tempo, dei figli di J.S. Bach, Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788) con la Sonata VI in mi minore Wq 52 per fortepiano. C.Ph.E. Bach è figura centrale del c.d. ’Empfindsamer Stil, ‘stile espressivo’: e questa sonata, in tre tempi, ne è una delle testimonianze più eloquenti. In essa la musica si fa esplorazione di un campo soggettivo e affettivo più ampio rispetto ai pezzi precedenti, preparando il linguaggio musicale di quello Sturm und Drang, che innerverà alcuni momenti indimenticabili della musica di Haydn e Mozart. Cantalovo ha proposto un disegno interpretativo improntato ad una profonda attenzione alla variazione timbrica e dinamica, che strappando tutte le sfumature che si possono ottenere dalla tastiera di un fortepiano, è riuscito a realizzare un fraseggio di coinvolgente tensione emotiva, tra i due poli dell’introspezione e dello slancio vitale, pur mantenendo sempre un buon equilibrio tra la scrittura ‘espressiva’ e la trasparenza strutturale suonando con sicurezza e raffinata musicalità. Dobbiamo peraltro confessare che anche questo pezzo meriterebbe, a nostro avviso, di essere riascoltato al pianoforte. Quel che è certo, comunque, è che la performance di Cantalovo ha raggiunto un livello ammirevole di maturità interpretativa, unita ad un dominio tecnico perfetto di queste due antiche tastiere, strappando un applauso entusiastico da pubblico che occupava tutti i posti disponibili nell’Auditorium. La seconda parte della serata ha proposto un recital di Valeria Aiazzi, giovane allieva del Cantelli, alla cui attività concertistica partecipa attivamente da qualche tempo. Il programma eseguito da Valeria Aiazzi si è configurato come un itinerario attraverso tre universi espressivi che, pur distanti per temperamento e linguaggio, condividono una tensione interiore profonda: quello introspettivo e frammentato di Schumann, l’ardore concentrato di Brahms e il lirismo febbrile, ancora tardo-romantico, ma già proiettato verso nuovi orizzonti, di Szymanowski. Siamo purtroppo costretti ad esprimere un giudizio piuttosto perplesso sull’interpretazione dell’Aiazzi, soprattutto per quanto riguarda i Vier Klavierstücke op. 32 di Schumann e la Rapsodia op. 79 n. 2 in sol minore di Brahms. Il suono della giovane pianista novarese ci è parso piuttosto grezzo, a tratti pesante e privo di articolazione nei piani dinamici, con una paletta timbrica piuttosto povera e un uso un po’ approssimativo del pedale. Il fraseggio si presentava troppo rigido, di rado capace di restituire adeguatamente il respiro espressivo delle pagine dei due grandi compositori tedeschi.
Diremmo che Aiazzi abbia raggiunto risultati più felici nell’esecuzione dei Preludi op. 1 (nn. 1, 2, 7 e 8), di Szymanowski. Confrontandosi con la scrittura pianistica del Maestro polacco, la pianista novarese ha trovato un suono più trasparente, un fraseggio più duttile e ricco nelle dinamiche e nella timbrica, raggiungendo una valida misura espressiva, che era mancata nei due pezzi precedenti. Segnaliamo in particolare i due ultimi Preludi: il n. 7, dove la pianista ha lavorato su sfumature dinamiche delicate, creando un’atmosfera sospesa, quasi rarefatta e il n. 8, dove la scrittura più ampia e appassionata ha trovato un’interprete pronta a espandere il suono, senza perdere precisione, con una gestione delle masse sonore che mantiene leggibile il dettaglio. Il pubblico ha comunque applaudito con convinzione anche la Aiazzi, pianista che può certamente raggiungere risultati di buon livello con l’affinamento delle sue risorse interpretative. È stato nel complesso un concerto apprezzabile e dal programma interessante. Non sono stati concessi bis.