Un’ottima Tecla Insolia, ventiduenne attrice e cantante di origini siciliane – già vincitrice del David di Donatello 2025 per L’arte della gioia – interpreta Cecilia, l’intelligente e sensibile protagonista del film diretto da Damiano Michieletto e ispirato al romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa. Cecilia è una ragazza cresciuta nella Venezia del XVII – XVIII secolo al Pio Ospedale della Pietà, che accoglieva e allevava, fin dal 1350, neonati e bambini abbandonati. La crudele scena iniziale del film ci porta subito nel clima dell’epoca, e in quella che doveva essere l’atmosfera e la vita in un orfanotrofio. Ma il ricovero era anche un vero e proprio Conservatorio per alcune fanciulle ospitate: le più dotate, seguite da un maestro, costituivano una piccola orchestra.

Suonavano e cantavano in concerti periodici, restando celate nella cantoria della cappella musicale, o in cerimonie private (e in questo caso indossavano maschere), a pagamento. Tale attività musicale non solo deliziava un pubblico di aristocratici e benestanti, ma era indispensabile per ricevere fondi utili al mantenimento del convitto: erano infatti benemeriti cittadini veneziani a governare la Pietà.

Alcune di queste musiciste erano richieste in moglie – o meglio comprate – da qualche ricco nobile, o commerciante, o militare, con la garanzia (controllata da un cerusico) che fossero vergini: e la ragazza, una volta sposata, non poteva suonare più alcuno strumento, rimarcando così la sua sottomissione allo sposo-padrone.

Cecilia, violinista talentuosa, è promessa da tempo in matrimonio a un ufficiale molto stimato, il Cavaliere Andrea Sanfermo (Stefano Accorsi), che si rivelerà però uomo malvagio e vendicativo.
La giovane ha una speranza nascosta: confida che la madre possa tornare a riprenderla, come talora accadeva nell’istituto. Ogni bimbo abbandonato aveva nelle fasce metà di una carta da gioco, o di un foglio, o di un oggetto, e la madre usava conservarne l’altra metà: questi “pezzi di riconoscimento” venivano regolarmente registrati e conservati. A Cecilia la madre ha lasciato metà di una carta con il disegno della rosa dei venti, e la priora (Fabrizia Sacchi) le rivela che probabilmente la donna era una prostituta che si vendeva ai marinai.
Cecilia trova solo nella musica il conforto necessario, il senso della libertà, la felicità. Viene nominata “primo violino” da don Antonio Vivaldi (Michele Riondino), chiamato dalla direzione del Pio Ospedale per insegnare alle allieve, dirigere l’orchestra, comporre nuovi brani.

Vivaldi, veneziano, detto “il Prete Rosso” per il colore dei capelli, iniziò la carriera ecclesiastica nel 1693, a 15 anni, diventando sacerdote dieci anni dopo; tuttavia non poteva celebrare la messa per una fastidiosa forma di asma che lo opprimeva. Eccellente violinista, tra i più grandi virtuosi del suo tempo, aveva già iniziato a comporre e anche la sua fama di compositore si era largamente diffusa. Dal 1703 al 1709 e dal 1711 al 1740 insegnò alle ragazze del Pio Ospedale della Pietà, con l’incarico di “Maestro di violino, di viola all’inglese e dei concerti”.
Il film si arricchisce dunque della splendida musica di Vivaldi – per esempio di riarrangiamenti della Sonata n.12 in re minore La Follia, composta nel 1705, con registrazioni dell’Orchestra del Teatro La Fenice – e mutua il titolo proprio da una delle sue celeberrime Quattro Stagioni, il primo dei quattro concerti solistici per violino, pubblicati nel 1725, detto Primavera.

La giovane Cecilia, spronata dall’ammirazione e dalla fiducia di Vivaldi, suona meravigliosamente e vive importanti momenti di gratificazione e riconoscimento per le sue doti di violinista, unite alla sua delicata bellezza: e sarà una sua difficile e sofferta scelta personale, legata al suo grande amore per la musica, a condurla poi verso una sorte diversa da quella cui sembrava predestinata.
Film raffinato, nell’affascinante cornice di una Venezia settecentesca, ricco di spunti interessanti, dall’ottima sceneggiatura e recitato benissimo: sicuramente da vedere (e da ascoltare!).


