Nel programma presentato alla Società dei Concerti di Milano, il pianista inglese Paul Lewis ha costruito un percorso musicale particolare, in cui il classicismo viennese di Mozart – con due sonate fra le più frequentate – è stato intervallato dal Novecento francese, soprattutto di Poulenc, ma anche di Debussy.
L’alternanza fra Mozart, Poulenc e Debussy non risponde a un semplice gioco di contrasti, ma sembra piuttosto cercare un terreno comune, fatto di chiarezza formale, ironia sottile e una vena insieme visionaria. La Sonata in do maggiore K 330 di Mozart ha aperto il concerto, mentre la Sonata in do minore K 457 lo ha chiuso su un registro decisamente diverso rispetto all’inizio. Quello di Lewis è certamente un ottimo Mozart, giocato su una correttezza formale precisa, con grande scorrevolezza e una valida pregnanza espressiva, soprattutto nei movimenti centrali.
Il Poulenc delle rare Improvisations – quindici numeri distribuiti in modo non ordinato – proposte insieme alla celebre L’isle joyeuse di Claude Debussy, ha rivelato nei brevi, talvolta brevissimi, pezzi estemporanei del musicista parigino tutta la sua cifra creativa, all’interno di un linguaggio personale ricco di una cantabilità tipicamente francese. Bravissimo Lewis nel restituire con rigore, perfezione e delicatezza il mondo musicale di Poulenc. Ottima anche la presenza dell’isolato brano di Debussy, inserito ,senza soluzione di continuità, al termine della prima serie di Improvisations (nn. 7, 8, 9, 10, 11, 12). Applausi calorosi e prolungati in Sala Verdi suggellati da un eccellente bis: il caro Schubert di Lewis, con l’Allegretto in do minore D 915.