NEL CHIAROSCURO DEL SACRO: LE LECONS DE TENEBRES   DI F. COUPERIN    AL FESTIVAL CANTELLI DI NOVARA

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Le Leçons de Ténèbres à une et à deux voix(le tre Lezioni delle tenebre ad una e due voci), composte intorno al 1714 da François Couperin (1668-1733) rappresentano il capolavoro della musica sacra vocale di Couperin e uno dei vertici più alti della musica sacra francese del primo Settecento, non solo sotto il profilo squisitamente formale del linguaggio musicale, ma anche per la profonda e toccante interiorità dell’ispirazione.
Il concerto oggetto di questa recensione, tenutosi la sera di martedì 31/03 nella suggestiva chiesa quattrocentesca di S. Filippo al Carmine di Novara, ha saputo restituire, con rigore stilistico e sensibilità interpretativa, la profondità di una scrittura che si colloca al crocevia tra liturgia, retorica musicale e barocco teatro degli affetti. Ancora una volta l’Associazione Amici della musica V. Cocito, con il Festival Cantelli, giunto ormai alla conclusione della sua stagione, ha regalato ai suoi affezionati ascoltatori una gemma musicale poco nota e poco eseguita da noi. Composte per l’Ufficio delle Tenebre della Settimana Santa, per il Giovedì Santo, probabilmente per il monastero femminile di Longchamp, presso Parigi, le Leçons mettono in musica il primo capitolo delle Lamentazioni di Geremia, che piange la desolazione del popolo ebraico dopo la distruzione di Gerusalemme ad opera del re babilonese Nabucodonosor.
La composizione era destinata ad accompagnare una liturgia, molto sobria, ma altamente suggestiva, che prevedeva venissero spente una ad una quindici candele di un candelabro, fino all’oscurità completa, simbolo della dissoluzione della luce divina.  Couperin costruisce queste pagine su un organico essenziale — una o due voci soliste, viola da gamba e clavicembalo al basso continuo — ma raggiunge un’intensità espressiva straordinaria, proprio attraverso la sottrazione, secondo la caratteristica tipica della sua musica sacra, che disdegna i poderosi apparati corali in cui allora primeggiava in Francia il Delalande, a favore di piccoli ensembles di voci e strumenti, più adatti a dare voce ad un’ispirazione tutta concentrata sulla dimensione interiore del discorso musicale, sulle mezze tinte, piuttosto che sullo sfarzo spettacolare del suono: “Preferisco ciò che mi commuove che ciò che mi sorprende”, il suo motto preferito, ben riassume questa ‘poetica dell’intimità’ che sta alla base della musica sacra di Couperin. Strutturalmente, ciascuna delle tre Leçons è divisa in sezioni: recitativi, arie e ariosi/declamati, in cui ogni verso iniziale è preceduto da vocalizzi sulle lettere ebraiche usate come numerazione del testo. A interpretare questa composizione erano quattro musicisti dalla ormai consolidata fama nazionale ed europea: il soprano Federica Napoletani, il mezzosoprano Candice Carmalt (entrambe le cantanti si sono formate prevalentemente in Svizzera), Alessia Travaglini viola da gamba, e al clavicembalo Gianluca Rovelli, un altro virgulto della frondosa e prodigiosa scuola di Emilia Fadini.In generale il quartetto ha dato un’interpretazione di grande intensità espressiva delle tre Leçons di Couperin, esprimendone lo spirito essenziale, una costante oscillazione tra austerità liturgica e sensualità timbrica, tra silenzio e canto, tra luce e ombra. Perfetta l’intesa dell’ensemble nello scandire una temporalità dilatata, con una rarefazione del ritmo, realizzando un clima di assorta e quasi estatica meditazione. Eccellente la convergenza delle linee vocali e strumentali in un’ aura di nobiltà e chiarezza di tono tipicamente francese e di cromatismi  e tensioni armoniche fino alle dissonanze non risolte, più nello stile del barocco italiano, cui Couperin, memore di un Gesualdo che lascia più di una traccia nella musica del francese, affida le punte di più dolorosa espressività della composizione ( valga per tutte il recitativo della seconda sezione della terza Leçon , la serie di passaggi cromatici discendenti, in tonalità minore, in cui si alternano le due voci, vero gioiello di quella figurazione musicale, tipicamente barocca, molto amata da Gesualdo, che è la ‘catabasi’).  Più in particolare il soprano Federica Napoletani ha offerto un’interpretazione di notevole finezza stilistica, con una linea vocale cristallina e una gestione dei fiati impeccabile. La sua capacità di piegare il suono nei portamenti ascendenti e nelle agilità della Première Leçon ha restituito quell’aura di purezza distaccata, ma vibrante, che Couperin esigeva dalle sue interpreti, con una gestione raffinata degli ornamenti e una qualità quasi strumentale del suono, sospesa e luminosa, capace di evocare un senso di sacralità non retorica. Da sottolineare, per prodigiosa carica espressiva, i salti di scala e gli acuti di questo eccellente soprano; Candice Carmalt nella Seconde Leçon ha apportato un colore timbrico più scuro e vellutato, molto adatto espressivamente a dar voce al recitativo dolente che compare in questa sezione, dopo i vocalizzi sul teth, e che è uno dei momenti più emozionanti dell’opera. La sua interpretazione si è distinta per densità espressiva del registro centrale, attenzione alla parola, con una dizione incisiva che valorizza il testo latino, uso calibrato del vibrato, funzionale alla resa affettiva, senza mai eccedere. Nel dialogo tra le due voci nella Troisième Leçon, la Napoletani e la Carmalt hanno dimostrato una notevole capacità di fusione timbrica tra la luminosa trasparenza del soprano e il dolce velluto del mezzosoprano, , dando vita ad un’ avvolgente atmosfera chiaroscurale di rara bellezza, realizzando quell’“unità interpretativa nella differenza” che è uno degli esiti più alti di questo repertorio. Le voci delle due bravissime cantanti sono state sostenute con grande efficacia dalla viola da gamba di Alessia Travaglini, il cui apporto è stato particolarmente apprezzabile per il suono pieno, ma mai invasivo, capace di sostenere senza coprire, accompagnato da pregevole ricchezza timbrica nei registri gravi, che ha conferito profondità armonica all’insieme e soprattutto per la capacità di assumere, nei momenti più spogli, un ruolo quasi meditativo, dialogando con le voci in una dimensione cameristica di rara intensità, costituendo  il vero tessuto connettivo dell’esecuzione.  Anche il clavicembalo di Gianluca Rovelli, lungi dall’essere mero supporto armonico, è emerso come elemento di coesione, capace di dare direzione al flusso musicale, grazie alla chiarezza nella realizzazione del basso, sempre leggibile e mai sovraccarica e ad un tocco misurato, che ha evitato eccessi percussivi, privilegiando la trasparenza, uniti ad una sensibilità agogica, capace di seguire e sostenere con finezza il ‘respiro’ dei cantanti.
L’esecuzione ha restituito con notevole coerenza stilistica la complessità delle Leçons de Ténèbres: una musica che vive di equilibrio tra rigore e libertà, tra dolore umano e trascendenza, disegnando, come osservava giustamente il Maestro Ettore Borri, Presidente dell’Associazione Amici della Musica, una linea musicale di miracolosa purezza, dalla sofferenza più lacerante alla pace interiore di uno spirito placato nella conversione a una nuova dimensione,  che non è di questo mondo.  Ne è scaturita una lettura intensa, raccolta, capace di trasformare il concerto in un’esperienza quasi rituale, fedele allo spirito originario di queste pagine, senza rinunciare a una viva partecipazione emotiva. Un’esecuzione che conferma come, a distanza di tre secoli, la voce di Couperin continui a parlare con sorprendente immediatezza al nostro presente. Grande il successo di pubblico, segnato da applausi intensi e convinti, a suggellare degnamente un’altra bellissima stagione del Festival Cantelli, in tutti e sei i concerti capace di offrire musica di alto interesse e pregevole qualità esecutiva. È stato concesso un bis, il finale della Terza Leçon, nuovamente apprezzatissimo dai presenti.