Un meritato successo ha accolto la ripresa di Turandot, già andata in scena nel 2024 per commemorare i cento anni dalla morte di Giacomo Puccini (1858–1924). In quell’occasione era stata scelta proprio l’ultima opera, quella che il musicista toscano lasciò incompiuta a metà del terzo atto.
Fu Arturo Toscanini, due anni dopo, nel 1926, a presentarla proprio alla Scala: la stessa Turandot alla quale abbiamo assistito ieri sera, alla seconda rappresentazione, ma con il finale composto successivamente da Franco Alfano. A differenza del 2024, questa volta non c’è stato il minuto di silenzio; tuttavia, nel passaggio dalla musica di Puccini a quella di Alfano — pur con le numerose inserzioni del compositore toscano — è ancora comparso il volto del grande musicista.

Ancora una volta abbiamo assistito a una Turandot in cui tutte le componenti artistiche, interagendo in modo perfettamente coordinato verso un obiettivo unitario, hanno contribuito a un’eccellente resa artistico-musicale e a un successo pienamente meritato, con applausi interminabili in un teatro gremito. Come già osservato nel 2024, quella voluta dal regista Davide Livermore — anche scenografo insieme a Eleonora Peronetti e Paolo Gep Cucco — è una Turandot di grande impatto scenico, arricchita dall’impressionante integrazione video di D-Wok, dai costumi di Mariana Fracasso e dalle luci di Antonio Castro.

Alla direzione musicale abbiamo trovato questa volta Nicola Luisotti (nel 2024 era Michele Gamba), protagonista di una lettura di grande efficacia timbrica, capace di governare le corpose sezioni strumentali in equilibrio con una coralità imponente — quella dell’eccellente Coro della Scala preparato da Alberto Malazzi — e con gli interventi solistici dell’ottimo cast vocale. Il taglio preciso, dettagliato e ricco di colori, soprattutto nelle dinamiche dei momenti più concitati, si è rivelato particolarmente efficace nel restituire la scrittura raffinata e modernamente novecentesca del genio pucciniano. Il direttore è stato calorosamente applaudito al suo ingresso sul palcoscenico. La componente strumentale e vocale ha trovato una piena sinergia con l’estetica delle scene, delle luci e degli effetti video, contribuendo a un insieme visivo di forte modernità. Notevoli le scene, giocate sul contrasto tra la povertà della periferia di Pechino — dominata dall’insegna dell’Hotel Amour — e lo sfarzo della reggia di Turandot, che si sviluppa in verticale attraverso una lunga scalinata, caratterizzata da colori forti e suggestivi.

Efficace Ewa Plonka nel ruolo della principessa Turandot: voce voluminosa, ben intonata, di grande impatto scenico, capace di rendere con incisività la crudeltà del personaggio, che si ammorbidisce nel finale di Alfano. Di qualità anche la prova di Angelo Villari, voce timbricamente ricca di sfumature e perfettamente adatta al ruolo, molto applaudito nel celebre e atteso “Nessun dorma” del terzo atto, eseguito con una suggestiva soluzione scenica: iniziato in posizione elevata e concluso al centro del palcoscenico. Particolarmente rilevante, per bellezza timbrica, intonazione e compiutezza espressiva in ogni registro, la Liù di Mariangela Sicilia, risultata meritatamente la voce più applaudita al termine della messinscena.
Di alto livello anche Gregory Bonfatti (Imperatore Altoum), Adolfo Corrado (Timur) e il trio formato da Biagio Pizzutti, Paolo Antognetti e Francesco Pittari (Ping, Pang e Pong); ottimi inoltre il Mandarino di Alberto Petricca, le ancelle Flavia Scarlatti e Marzia Castellini e il Principe di Persia Haiyang Guo. Applausi fragorosi per tutti. Le prossime recite sono previste per il 9, 11, 12, 14, 18, 21, 24 e 29 aprile: uno spettacolo assolutamente da non perdere.
(Foto di Brescia e Amisano – Archivio del Teatro alla Scala)


