La figura di Mel Bonis, nome d’arte di Melanie-Helène Bonis (1858-1937), continua a emergere, con sempre maggiore chiarezza, fin dagli anni anni’90 del secolo scorso, quando venne riscoperta dalla musicologia tedesca, come una delle voci più originali e segrete della Francia fin-de-siècle.
Allieva di César Franck e di Gabriel Fauré, del cui stile risente l’evidente influenza, compagna di studi di Debussy, Bonis visse lacerata tra un talento creativo precoce e i vincoli sociali imposti a una donna della sua epoca. La sua musica, a lungo rimasta ai margini del repertorio, rivela oggi un linguaggio personale, sospeso tra l’eredità romantica, l’eleganza dell’antica musica francese e improvvise aperture moderniste: un mondo poetico in cui l’evocazione impressionista convive con un intimismo capace di suggestive e inquietanti profondità.
Un breve saggio dell’ampio catalogo di questa compositrice per lo più di pezzi cameristici, è stato offerto oggi, 13/02, al Conservatorio di Novara G. Cantelli, nell’ambito del progetto In-Audita musica, curato da Chiara Nicora, docente di pratiche pianistiche presso il Cantelli. In-Audita musica intende diffondere la conoscenza dell’opera di compositrici oggi misconosciute o addirittura dimenticate, spesso inspiegabilmente, dato l’indubbio valore e la bellezza della loro musica, com’è il caso di Mel Bonis. Protagonisti del concerto sono stati Gianni Biocotino – flautista, docente al Cantelli, attivo concertista con collaborazioni con l’Orchestra Filarmonica della Scala- Marco Giubileo, viola– già membro della Filarmonica della Scala, compositore e didatta- e Gigliola Grassi, pianoforte, con vasta esperienza cameristica. Il programma proposto ha avuto il merito di restituire il fascino e la complessità della musica di Mel Bonis attraverso tre pagine cameristiche di grande rilievo: la Sonata per flauto e pianoforte in quattro movimenti, i Quattro pezzi per viola e pianoforte, arrangiamento di Marco Giubileo da un originale per pianoforte, e le suggestive Scènes de la forêt, una sorta di fantasia in quattro movimenti, per trio di viola, flauto e pianoforte. Composta nel 1904, esemplare del linguaggio tardo-romantico di Mel Bonis, la Sonata rappresenta uno dei vertici della produzione strumentale della compositrice francese. L’opera alterna slanci lirici di ascendenza franckiana a zone d’ombra dal cromatismo inquieto, in cui il flauto non è mai semplice voce melodica, ma autentico protagonista drammatico. Gianni Biocotino ne ha offerto un’interpretazione di notevole finezza timbrica. Il suo suono, rotondo e vellutato nel registro medio, si è fatto luminoso e penetrante negli acuti, senza mai scivolare nell’asprezza. Particolarmente convincente il modo in cui ha scolpito le frasi del primo movimento Andantino con moto, dosando con intelligenza i respiri e conferendo alla linea un’eleganza discorsiva quasi vocale. Dopo uno Scherzo abbastanza convenzionale, nel terzo tempo, un Adagio raccolto e meditativo, il flautista ha saputo trovare colori crepuscolari, sostenuto da una Gigliola Grassi attentissima alle sfumature dinamiche: il suo pianoforte, mai invadente, ha costruito un tessuto armonico morbido, ma nervoso, capace di evidenziare le improvvise modulazioni che, come sapienti pennellate, lo stile musicale della Bonis introduce nell’architettura armonica del pezzo. Il perfetto equilibrio cameristico tra i due interpreti ha restituito con chiarezza la natura dialogica della pagina, evitando ogni retorica tardoromantica. Il passaggio alla viola ha svelato un volto diverso della compositrice: più introspettivo, venato di malinconie autunnali. I Quattro pezzi – brevi miniature di carattere contrastante – sembrano esplorare le possibilità espressive di uno strumento che, pur non essendo previsto dalla versione originale, Bonis comunque prediligeva per il suo colore elegiaco e ombroso. Marco Giubileo ha affrontato queste pagine con un fraseggio nobile e misurato. Il suo suono, denso e leggermente brunito, ha messo in risalto la componente elegiaca del primo brano Près de ruisseau, mentre nel secondo, Pensées d’automne e nel terzo, Meditation, il violista ha scavato nelle pieghe di una scrittura cromatica non priva di asperità, rivelandone la tensione segreta, per concludere conun accento più leggero e danzante, con la Viennoise finale. Ancora una volta determinante il ruolo di Gigliola Grassi, capace di trasformare il pianoforte in un vero partner drammatico: la sua lettura, ricca di chiaroscuri, mettendo in luce la modernità di certi passaggi armonici, ha dato un contributo di sapiente sensibilità a una bella esecuzione, che ha pienamente restituito la sottile vena emotiva del ciclo. La conclusione del concerto con Scènes de la forêt ha rappresentato il momento più affascinante della serata. In queste pagine, pensate per flauto, viola e pianoforte, Bonis costruisce un vero paesaggio sonoro: fruscii, richiami, ombre notturne, echi misteriosi della presenza di una divinità notturna, Artemis, cui è dedicato il movimento finale, sembrano emergere da una scrittura di sorprendente modernità. Il trio Biocotino-Giubileo-Grassi ha saputo creare un clima di sospensione quasi narrativa. Il flauto di Biocotino, agile nel disegno dei motivi naturalistici, si è intrecciato alla viola di Giubileo in un gioco di echi e riflessi, mentre il pianoforte ha assunto il ruolo di regista segreto, suggerendo prospettive e profondità. Memorabile l’episodio centrale, Invocation, reso con un controllo agogico esemplare, dove i tre interpreti hanno lasciato ‘respirare’ la musica senza forzarne la delicatezza. Questa riuscita interpretazione ha lasciato negli ascoltatori l’impressione generale di un’esecuzione partecipe e stilisticamente consapevole, capace di restituire l’immagine di una Bonis visionaria e al tempo stesso ricca di profonda interiorità. Il concerto ha confermato quanto il repertorio di Mel Bonis meriti di uscire definitivamente dalla dimensione della “riscoperta”.
Grazie alla sensibilità di Gianni Biocotino, Marco Giubileo e Gigliola Grassi, queste pagine hanno parlato con voce viva, rivelando un mondo poetico che non ha nulla di minore rispetto ai più celebri contemporanei. Ne è emerso il ritratto di una compositrice capace di fondere rigore formale e abbandono lirico, tradizione e inquietudine moderna. Un invito a proseguire l’esplorazione di un catalogo ancora in gran parte da conoscere, e la prova che la musica di Mel Bonis, quando trova interpreti così attenti, sa toccare corde profonde del nostro presente. Il pubblico ha accolto la conclusione del concerto con un convinto applauso, suggellandone il pieno successo, consacrato da un fuori programma, la trascrizione per trio di viola, flauto, pianoforte del Pie Iesu, dal Requiem di Fauré, un brano di grande bellezza meditativa, esaltata dall’esecuzione dei tre bravissimi interpreti.