Il 2 aprile del 1873 nasceva uno dei più popolari musicisti russi, il pianista, direttore d’orchestra e compositore Serghej Vasiljevic Rachmaninov.
Rachmaninov morì il 28 marzo 1943. Siamo dunque in un periodo dell’anno le cui date richiamano la memoria del grande musicista russo, il che ha offerto l’occasione al Centro culturale Mir e al Teatro Faraggiana di Novara per celebrare, ieri sera 27/03/2026, al Teatro Faraggiana, il Galà Rachmaninov, un concerto interamente dedicato ad un genere popolarissimo in Russia, ma poco noto da noi, della musica russa dell’800/primo’900, le Romanze per voce e pianoforte. Un po’ tutti i musicisti russi da Glinka in poi ne scrissero, mettendo in musica molto spesso i componimenti poetici dei grandi poeti russi del tempo, da Pushkin a Blok. Ciajkovskij fu forse il più grande autore di Romanze e ne scrisse di meravigliose, certamente influenzando Rachmaninov. Con tutte le differenze del caso, la Romanza russa per voce e pianoforte (in russo Pjesn’) è il corrispondente russo del Lied tedesco e, se vogliamo, della Chanson francese. Questo concerto novarese in onore di Rachmaninov ha offerto l’occasione preziosa per un raro ascolto di un genere musicale affascinante, presentando una ricca antologia di quindici (nel programma di sala erano sedici, ma una, Non essere triste, non è stata eseguita, non sapremmo dire perché) delle settantuno Romanze che i grande autore russo venne componendo tra il 1890 e il 1916 ( è significativo che Rachmaninov non abbia scritto più nulla in questo genere musicale, dopo il suo abbandono definitivo della Russia, divenuta sovietica).
Le romanze di Sergej Rachmaninov costituiscono uno dei vertici della lirica da camera tardo-romantica, in cui la scrittura vocale e pianistica si fondono in un tessuto espressivo di straordinaria densità emotiva e raffinatezza armonica In generale si può dire che Rachmaninov tenda a fare della Romanza una sorta di diario intimo, in cui il pianoforte non è mai un semplice accompagnatore, ma un interlocutore paritetico, spesso protagonista di trame armoniche di estrema complessità. Il programma era affidato ad interpreti di ottimo livello e di profonda conoscenza della prassi esecutiva di questo genere musicale: il contralto russo Irina Volkova, molto attiva in Russia, ove lavora presso il mitico teatro Nemirovic-Dancenko, ma spesso presente in Italia, come l’altra voce solista, il soprano Irina Dubrovskaja, anche lei del formidabile gruppo di cantanti del Nemirovic, e con esibizioni italiane in Teatri italiani di prestigio, come La Fenice, accompagnate al pianoforte dall’ottimo pianista accompagnatore Giovanni Manerba. I tre hanno dato vita ad una serata di musica davvero indimenticabile, un’immersione in un mondo vario e molteplice di suoni, sentimenti, emozioni, visioni che ha tenuto il pubblico inchiodato alle poltrone come afferrato da un incantesimo misterioso. L’esecuzione dei pezzi era intercalata da brevi racconti su episodi della vita di Rachmaninov, narrati dalla Volkova in italiano e illustrati dalla proiezione di immagini e fotografie. Il soprano Irina Dubrovskaja ha dominato la scena, con la sua bellissima voce di grande duttilità e di timbro cristallino, di fiato lungo, capace di ampia estensione della linea melodica, con finezza e sensibilità profonda per le dinamiche, e con uso raffinato del legato, essenziale in Rachmaninov. Sfruttando al meglio la sua tessitura luminosa e flessibile, capace di slanci improvvisi verso l’acuto, senza mai perdere la rotondità del timbro, in Acque di primavera, su testo, splendido, del grande poeta romantico Tjutcev, la sua voce ha mostrato grande brillantezza e agilità, oltre a una notevole resistenza, per sostenere l’impeto quasi sinfonico della scrittura pianistica, esprimendo al meglio il pathos drammatico del pezzo, tra i più alti della serata. Ma la morbidezza dolcissima della voce della Dubrovskaja riusciva impareggiabile anche nell’interpretazione di Lillà, restituendolo in tutto il suo incantevole e sognante lirismo. Un’altra qualità vocale della Dubrovskaja, la fluidità nell’ascesa ad un acuto perfettamente controllato e ‘pieno’, vibrante di passione e sensualità, ha offerto agli ascoltatori una magica interpretazione del celeberrimo Vocalise, il brano più noto del compositore, una melodia infinita senza parole che richiede un controllo del fiato e un legato assoluti. L’esecuzione del bravissimo soprano russo ha creato un intreccio timbrico di rara bellezza, trasformando la voce in uno strumento puro. In Non cantare, o bella, davanti a me, da una famosa poesia di Pushkin, la Dubrovskaja doveva misurarsi con un’interpretazione di riferimento come quella della Netrebko. Diremmo che il modo in cui l’ha cantata non fa per nulla sfigurare la Dubrovskaja che ha sfoggiato un’agilità e un controllo del fiato notevoli su una linea melodica sinuosa, ricca di cromatismi, facendo uscire dalle sue corde vocali un acquerello musicale malinconico e sensuale a un tempo, come deve essere cantato. Il contralto Irina Volkova con la sua voce, dal timbro brunito e profondo, vellutato e con un controllo del fiato fondamentale per sostenere frasi lunghe e sospese, spesso costruite su dinamiche contenute, unito ad un fraseggio che privilegia la continuità e la morbidezza. ha conferito alle romanze più drammatiche un’autorità quasi scultorea. La Volkova ottiene i risultati migliori nel fraseggio del registro grave, capace di trasmettere quella sofferenza interiore tipica del repertorio russo, come ha evidenziato le Romanze Tutto passa, dove la voce della Volkova ha inciso le note con una emozionante gravità declamatoria o Ho mal d’amore, un brano che ha sollecitato la sezione centrale solida e il timbro scuro, per rendere la forza del sentimento descritta nel testo o infine Ti aspetto, vero banco di prova per la morbidezza e il calore del registro contraltile della Volkova.
Il momento più alto della performance della Volkova è stato Nel silenzio della notte misteriosa, tra le Romanze più celebri dell’intera musica russa: la sua esecuzione ha scavato con sensibilità nelle profondità della musica e del testo di Fet ( nome che da noi non dice nulla, ma è stato il più grande poeta del tardo Romanticismo russo), passando dalla morbidezza del sussurro iniziale alla potenza della climax centrale al finale dolcemente cullante, senza perdere l’omogeneità timbrica. Ci siamo limitati alle Romanze che più ci hanno colpito e di maggior celebrità nella cultura musicale russa, ma tutte le altre sono state cantate con grande bravura tecnica e sensibilità per i valori interiori dui questa musica. Se le “due Irine” sono state le protagoniste dello splendido Galà Rachmaninov, nondimeno anche il pianoforte di Manerba è stato importantissimo. Le romanze di Rachmaninov rappresentano una sfida interpretativa di alto livello, non soltanto per le cantanti, ma anche per il pianista, cui è richiesta una padronanza tecnica e musicale tale da trasformare l’accompagnamento in un dialogo vivo e partecipe. Chiamato a gestire partiture che richiedono “acciaio nelle mani e oro nel cuore”, Manerba ha dominato la complessità ritmica e le estensioni tipiche della scrittura di Rachmaninov. La sua capacità di far cantare lo strumento ha garantito il sostegno ideale alle soliste, senza mai coprire le sfumature vocali. Manerba ha mostrato tutta la sua sensibilità e raffinatezza interpretativa e tecnica in Vocalise, costruendo un tappeto armonico di grande raffinatezza, sostenendo e amplificando l’espressione della linea vocale. Alla fine, il concerto ha restituito al pubblico il Rachmaninov più autentico: quello dei sentimenti universali narrati con la precisione di un cesellatore di suoni. Grande il successo di pubblico, che ha tributato alle due cantanti russe e al pianista prolungati applausi, ricompensati col bis, da parte della Dubrovskaja di Acque di primavera. Da ricordare.