L’ELOQUENZA DELLA MUSICA E L’ARTE DEL DIALOGO BAROCCO AL CANTELLI DI NOVARA

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I concerti del sabato al Conservatorio G. Cantelli di Novara, giunti ormai al numero 19, hanno proposto ieri un succoso viaggio attraverso la Sonata barocca italiana post-corelliana per violino e violoncello, nella prima metà del ‘700, quando, accanto ad un virtuosismo sempre più spettacolare, comincia ad affiorare il c.d. ‘stile galante, col suo melodismo limpido e cantabile e le sue ornamentazioni.

Va osservato che nel panorama della musica antica, l’interpretazione non è mai una semplice esecuzione, ma un atto di “retorica sonora”. Questo spirito emerge con forza nel programma presentato da Michele Alziati (violino barocco) e Andrea Alziati (violoncello barocco), coadiuvati da un continuo clavicembalistico di raffinata fattura, affidato a Gioele Cantalovo: tutti studenti o diplomati al Cantelli.
I tre giovani strumentisti hanno fornito una prova quasi stupefacente per maturità tecnica ed espressiva, valorizzando al meglio le caratteristiche sonore, ritmiche, armoniche e in generale compositive dei pezzi in programma, dimostrando di padroneggiare con una sensibilità e un controllo davvero encomiabili le peculiarità tecniche degli strumenti. In particolare, il violino e il violoncello barocchi hanno una voce molto diversa dai loro discendenti moderni, perché le corde di budello, a differenza di quelle metalliche degli archi moderni, producono un suono di proiezione meno potente, ma più trasparente e ricco di armonici, che Michele e Andrea Alziati, con i loro rispettivi strumenti, hanno sfruttato accortamente per raggiungere i più suggestivi effetti espressivi, secondo quella ‘poetica degli affetti’ tipica della musica barocca. Ammirevole anche la loro capacità di ricavare dal timbro “schiacciato” e dolce delle corde di budello un’atmosfera sonora, sicuramente meno brillante rispetto al violino moderno, ma più calda e suadente, eccellendo  nelle sfumature medie, con incantevoli messe di voce, imitando la voce umana che ‘si gonfia e muore’ naturalmente, grazie ad una purezza di suono ottenuta da un uso assai parco del vibrato, anche questo tipicamente barocco e dalla raffinata tecnica, anch’essa  propria del barocco musicale, delle corde vuote, che creano intorno al suono come un alone di indefinite risonanze. In particolare va qui sottolineata la capacità dimostrata da Andrea Alziati di ottenere dal violoncello quel suono così suggestivamente intimo, scuro e ricco di armonici, tipico del violoncello barocco che, privo di puntale, non scarica le vibrazioni a terra. Queste qualità esecutive hanno permesso al pubblico assiepato all’Auditorium del Cantelli di ascoltare un concerto barocco di grande bellezza. Il   percorso proposto dall’impaginato ha attraversato il cuore del XVIII secolo, in una sorta di storia dell’evoluzione della sonata italiana per strumenti ad arco e basso continuo in Italia dopo Corelli. Le Sonate op. 5 n. 2 e n. 5, entrambe in quattro tempi,di Francesco Geminiani (1687-1762, all’epoca considerato il ‘nuovo Corelli’) rappresentano una sfida tecnica e intellettuale. Geminiani sembra comporre per brevi blocchi tematici, tra loro legati da complessi e sottili rapporti armonici, che si succedono in un tessuto musicale di squisita raffinatezza Nella n. 2 in re minore, Andrea Alziati gestisce con bravura questa scrittura densa, dove il violoncello non è solo solista, ma motore armonico. La n. 5 in si bemolle maggiore, qui presentata nella trascrizione d’autore per violino, con il violoncello al basso continuo accanto al clavicembalo, permette a Michele Alziati di evidenziare la flessibilità dello strumento ad arco, mantenendo la profondità espressiva tipica della scuola corelliana, ma con l’aggiunta di ornamentazioni di gusto tipicamente galante tardo-barocco, eseguite con tecnica indiscutibile, superando i limiti posti dal suono poco ‘brillante ‘ dello strumento. Torniamo al violoncello con le quattro Piéces di Salvatore Lanzetti (1710 ca. -1780), di cui Andrea Alziati ha dato ottima prova delle sue risorse interpretative nei due tempi lenti, scavandone in profondità la vena espressiva, e la Sonata in tre movimentiop. 2 n. 3 diCarlo Graziani (di cui si hanno scarsissime notizie, è certa solo la data di morte nel 1787). Qui Andrea Alziati ha mostrato un’ottima padronanza della tecnica e un’agilità quasi violinistica, con frequenti passaggi nelle posizioni alte, doppie corde e un uso sapiente delle arcate e della diteggiatura, in particolare nel brano di Lanzetti, virtuoso del violoncello ai suoi tempi assai stimato, rendendo le figurazioni brillanti, mai meccaniche. La Sonata op. 1 n. 4 in do Maggiore in quattro movimentidi Francesco Maria Veracini, (1690-1768) sposta di nuovo l’attenzione sul violino, mentre il violoncello torna ad accoppiarsi alla tastiera nella funzione di ‘continuista’. Nell’esecuzione di questo pezzo Michele Alziati ha cavato un bel suono solido, ha calibrato un’articolazione netta del fraseggio e ha fatto mostra di una notevole capacità di gestire i contrasti dinamici improvvisi, che caratterizzano lo stile spesso eccentrico e teatrale di Veracini, che rese questo compositore fiorentino addirittura più ammirato di Tartini. Il vertice del programma, per complessità strutturale e profondità interiore del suono è però la Triosonata in sol minore di Giovanni Benedetto Platti (1697-1763). Scoperto solo nel primo ‘900, questo compositore, nonché violoncellista, clavicembalista e tenore padovano, ma vissuto prevalentemente in Germania, viene considerato tra i creatori della ‘forma sonata’ classico-romantica.  In questa pagina, il violino e il violoncello dialogano su un piano di assoluta parità. I due fratelli Alziati hanno mostrato un autentico affiatamento simbiotico con le imitazioni tematiche precise, specie nel fugato e nei successivi sviluppi tematici dell’Allegro in seconda posizione, palette timbriche perfettamente sovrapposte e una gestione delle tensioni armoniche condivisa istante per istante.
Davvero coinvolgenti i due tempi lenti, per intensità espressiva. Nell’introduzione abbiamo illustrato i grandi meriti dei due strumentisti’ in prima linea’, ma non possiamo certo tacere del terzo, bravissimo, protagonista del concerto, Gioele Cantalovo, che in questa serata ha dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno, di essere già qualcosa di più di una promessa, interpretando con sensibilità e bravura il lavoro, richiestogli da queste pagine di musica, di “regia sonora”, in cui la tastiera non deve solo sostenere il basso, ma deve saper improvvisare un accompagnamento che riempia i vuoti armonici, senza mai prevaricare i solisti, in particolare nel Trio, fungendo da collante tra il rigore del violoncello e il volo del violino. In conclusione, questa selezione di brani non è stata solo una dimostrazione di abilità tecnica, ma un viaggio filologico che ha restituito vitalità a un repertorio troppo spesso considerato di nicchia, trasformandolo in un’esperienza d’ascolto coinvolgente e moderna. Pieno e più che meritato il successo di pubblico, che riempiva l’Auditorium del Cantelli, sottolineato da un applauso prolungato e generoso. Niente bis.