La stagione di musica cameristica promossa dal Conservatorio G. Cantelli di Novara IConcerti del sabato, che vede coinvolti i docenti e i migliori studenti dell’Istituto, presentava ieri, 7/02, un impaginato curioso e di alto interesse, che accostava due mondi musicali tra loro assai lontani: quello della musica russa tardoromantica, in cui si consumano gli ultimi bagliori dell’800 e affiorano i primi fermenti del ‘900, sullo sfondo di una società ormai morente, e quello della musica rivoluzionaria di L. v. Beethoven, immediato precursore degli slanci e delle avventure spirituali dell’Io romantico. A interpretare il primo di questi mondi musicali era chiamato un giovane pianista, attualmente tra i più talentuosi allievi del Cantelli, Edoardo Sacconi. Nel programma che accostava alcuni Études-Tableaux Op. 33 di Sergej Rachmaninov alla Sonata tragica in do minore Op. 39 n.5 di Nikolaj Medtner (1880-1951), Sacconi doveva affrontare due poli espressivi della grande tradizione pianistica russa: da un lato il lirismo visionario e psicologico di Rachmaninov, dall’altro la densità ‘narrativa’ e la ferrea architettura medtneriana. Ora, Sacconi appartiene decisamente ad una categoria di pianisti ‘ a rischio’: i pianisti ‘di forza’. Dotato di una energia di suono decisamente vigorosa, coniugata con un’ottima padronanza tecnica (ma l’uso del pedale di risonanza va affinato), Sacconi affonda i tasti con forza leonina, non sempre curando con la dovuta attenzione i piani dinamici e la timbrica. Ne esce un suono piuttosto monocorde (ecco il rischio!), uniformemente scuro, profondo, povero di sfumature, che può essere accettabile, al limite, per un Medtner, ma molto meno per il Rachmaninov dell’Op.33, con il suo continuo svariare tra slancio eroico e intimismo lirico.
Gli Etudes Tableux scelti per l’impaginato del recital erano il n.1 in si minore, n.2 in do maggiore, n.5 in re minore, n.7 in mi bemolle maggiore, n.8 in sol minore, n.9 in do# minore, sei miniature, ciascuna con uno “spunto “visivo” o emotivo, con un percorso variegato. Con una scelta curiosa, questi pezzi sono stati suonati non tutti quanti di fila, ma i primi quattro prima, gli ultimi due dopo la Sonata di Medtner. Senza ovviamente entrare in analisi particolari dei singoli pezzi, dopo avere indicato quello che secondo noi è il limite attuale di Sacconi, che, siamo certi, maturando, riuscirà a correggere, indichiamo le qualità esecutive che più abbiamo apprezzato in questo suo Rachmaninov: la padronanza tecnica della diteggiatura in velocità e nei passaggi di grande densità ritmico-armonica, con ammirevole virtuosismo, (esemplare il n.7) e, nei numeri di più intensa carica drammatica, come il n.9, una tensione che sa esplodere in modo coinvolgente per l’ascoltatore.
La Sonata tragica di Medtner, in un unico tempo, è un pezzo non molto frequentato del repertorio pianistico e perciò siamo grati a Sacconi di avercela proposta all’ascolto. Scritta negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione dell’ottobre 1917, da cui Medtner, come Rachmaninov, fuggì, è una pagina di scrittura intensa, densa, che riflette un mondo interiore fortemente segnato da contrasti e da un tragico senso del destino. Stilisticamente si caratterizza per elaborazioni contrappuntistiche di grande complessità, e sul piano espressivo oscilla tra momenti di tensione tragica venata di fremiti eroici e momenti di distensione cantabile. Affrontando questa sonata Sacconi ha dato naturalmente il meglio di sé nelle sezioni agogicamente più concitate, dimostrando anche una tensione espressiva di notevole impatto, mentre nelle sezioni più ‘riflessive’ e liriche, l’elemento cantabile è un po’ evaporato. Il pubblico è rimasto colpito dal virtuosismo davvero notevole di Sacconi tributandogli applausi vicini all’ovazione, che hanno strappato un ‘fuori programma’: tanto per non varcare i confini dell’Impero russo, uno Studio di Skrjabin: un ulteriore sfoggio di perizia tecnica e focosa energia di suono. Di Beethoven, nella seconda parte del concerto è stata eseguita una delle primissime opere del suo catalogo, il Trio op 1 n.3 in do minore. La compagine chiamata ad eseguirlo era composta da Valeria Di Crosta (violino): sebbene di formazione milanese, al Conservatorio Verdi, da qualche tempo partecipa ad attività artistiche promosse dal Cantelli; Luisa Dal Molin al violoncello e Koharu Tamura al pianoforte, entrambe impegnate in un percorso di formazione al Conservatorio novarese. A differenza dei due precedenti trii dell’op. 1, questo in do minore, in quattro tempi, si distingue per l’intensità espressiva e l’equilibrio dialogico fra i tre strumenti — caratteristiche che già preannunciano il Beethoven più maturo. Un aspetto spesso delicato nei trii beethoveniani — dove Beethoven, a differenza di altri compositori dell’epoca, attribuisce ruoli paritari a tutti gli strumenti invece che relegare violino e violoncello a ruoli accompagnatori — è proprio il dialogo continuo tra le parti. Nel complesso, l’esecuzione rivela una buona comprensione di questo principio: i tre interpreti cercano costantemente un equilibrio dialogico. Tuttavia, in questo dialogo, ci è parso abbia incontrato qualche difficoltà il violino. Di Crosta è impeccabile nell’intonazione, negli attacchi, nel fraseggio, nelle arcate, ma ha una cavata piuttosto debole, di fragile proiezione, che viene fatalmente ’coperta’ in particolare nei momenti in cui a suonare sono tutti e tre gli strumenti, su dinamiche ‘forti’. Nel complesso, al netto da questo rilievo, l’interpretazione fornita da Di Crosta, Dal Molin e Tamura è stata espressivamente e stilisticamente coerente, presentando un Beethoven di luminosa bellezza ancora settecentesca: decisivo, in questo esito interpretativo il contribuito del violoncello di Dal Molin, con la sua elegante fluidità e, soprattutto, il pianoforte di Tamura, magnifico per la brillante chiarezza del suono, con note sgranate come perle di soave lucentezza e un fraseggio sempre trasparente e preciso, anche nei passaggi in velocità e negli abbellimenti. Degna di apprezzamento anche l’attenzione al colore, con una linea espressiva coerentemente virata su una vena emotiva delicata. Nel complesso, una esecuzione piacevole, che il numeroso pubblico ha mostrato di aver gradito con applausi convinti. Non è stato concesso nessun bis. Non possiamo che esprimere, da parte nostra, il più vivo apprezzamento per giovani di talento molto ben preparati dal punto di vista della tecnica dei rispettivi strumenti, che naturalmente devono ancora raggiungere una piena maturità interpretativa, ma sanno già offrire al pubblico un pomeriggio di buona musica.