LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI

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Il titolo originario del film – Left-handed girl – diretto nel 2025 dalla regista taiwanese, naturalizzata statunitense, Shih-Ching Tsou, si riferisce alla protagonista, ossia I-Jing, bimba di 5 anni (interpretata magnificamente dalla piccola e deliziosa Nina Ye, nata in realtà nel 2016, già con un vero curriculum di attrice) e al suo mancinismo, che avrà un ruolo centrale nella vicenda narrata.

I-Jing si ritrova a Taipei con la madre Shu-Fen (Janel Tsai) e con la sorella ventenne I-Ann (Shi-Yuan Ma). Il trasferimento da un’altra città è dovuto a problemi economici: la famiglia vive ai limiti della povertà. Shu-Fen è separata da tempo dal marito, ha avuto la seconda figlia da un altro, di cui non parla mai, e naviga in cattive acque. A Taipei vivono i suoi genitori e le sue sorelle; la città offre prospettive di lavoro, in particolare nei mercati notturni, dove la donna riesce ad aprire un piccolo banco di gastronomia.

Gli affari però non vanno troppo bene, e pure la figlia maggiore, piuttosto scontrosa e insofferente, incontra difficoltà nel negozio-bar in cui è stata assunta part-time. I-Ann ha anche frequenti e frettolosi rapporti con il suo datore di lavoro, che scopre poi essere regolarmente sposato e non separato come le aveva detto. La ragazza si licenzia subito, ma una gravidanza indesiderata complica il tutto.

Intanto l’ex marito di Shu-Fen e padre di I-Ann è ricoverato in ospedale e sta morendo; anche questa situazione non è facile da gestire e porta addirittura a un peggioramento del disagio della famiglia, a causa della generosità di Shu-Fen.

La piccola I-Jing vive tutto ciò con ingenuità infantile ma anche con una buona dose di incredibile autonomia, per una bimba della sua età: la vediamo muoversi disinvolta nel mercato, aiutare la madre con i clienti, fare osservazioni acute su quanto vede accadere, ambientarsi subito nella nuova scuola.

Né i genitori né le sorelle sono d’aiuto a Shu-Fen; anzi, proprio il nonno provoca una sorta di trauma alla piccola I-Jing, obbligandola a usare la mano destra e rimproverandola aspramente per il suo utilizzo della mano sinistra, che le dice essere “la mano del diavolo”. E la bimba comincia a comportarsi di conseguenza… La storia diventa a tratti un po’ surreale (entra in gioco perfino un suricato, tenuto in casa come un animale domestico), e avrà un colpo di scena, davvero inaspettato, durante la festa del 60° compleanno della nonna, personaggio, anche questo, piuttosto singolare.

Film piacevole, a volte ironico e caustico, ma anche amaro, con spunti di riflessione sulle relazioni famigliari e sulla psicologia individuale, dall’infanzia all’età matura, in una Taipei che è perfetta per sottolineare luci e ombre, contraddizioni, oscillazioni tra modernità e conservatorismo, tra sentimenti positivi e atteggiamenti negativi, di una società che potrebbe essere anche la nostra. E, su ogni cosa, il candore dello sguardo di una bimba.