LA GRAZIA di Paolo Sorrentino

0
57

Il regista e sceneggiatore napoletano, ma pure scrittore e produttore, pluripremiato – Oscar 2013 per il miglior film straniero con La grande bellezza – Paolo Sorrentino, classe 1970, ha scelto nuovamente, per la sesta volta, il magnifico Toni Servillo come protagonista del suo ultimo film, La grazia (2025).

Servillo, sessantasettenne, è perfetto nei panni di un immaginario Presidente della Repubblica italiana, Mariano De Santis, che sta trascorrendo al Quirinale gli ultimi sei mesi del suo mandato. Vedovo, lo affianca la figlia Dorotea (l’ottima Anna Ferzetti), giurista come il padre, impegnata a limare e modificare una proposta di legge sul diritto all’eutanasia affinché possa essere firmata da lui prima della fine della sua presidenza.

De Santis è infatti molto titubante. Uomo di fede (anche se tende ad addormentarsi mentre prega), sa che la Chiesa è contraria, come gli viene detto esplicitamente dal Papa durante un colloquio privato. Sorrentino è geniale nel proporre un pontefice africano, rasta, con tanto di orecchino, interpretato dall’attore ivoriano Rufin Doh Zeyenouin; si muove in motocicletta nei giardini vaticani, ma tale modernità non prevede tuttavia il superamento di vecchi schemi, compreso il fatto di utilizzare le suore come cameriere…

De Santis dunque temporeggia davanti all’insistenza della figlia, spiegando di essere davanti a un bivio insolubile: “Se non firmo, sono un torturatore, e se firmo, un omicida”. Sarà l’agonia di un cavallo, paradossalmente, a dargli alla fine ulteriori spunti di riflessione per decidere che cosa deve fare.

Un altro tormento è rappresentato dall’ossessionante ricordo della moglie morta, Aurora: ma non è solo il rimpianto di un grande amore perduto. La moglie gli aveva confessato di averlo tradito, quarant’anni prima. Mariano non sa con chi. Crede di individuare nel ministro della Giustizia, Ugo Romani (Massimo Venturiello), che auspica di essere il suo successore alla Presidenza, l’ex amante di Aurora. Chiede continuamente, con rabbia e antica gelosia, a una vecchia amica, la vulcanica e ironica Coco Valori (Milvia Marigliano), di rivelargli il nome che solo lei conosce: un colpo di scena finale incrinerà le sue certezze.

Intanto, tra i molteplici doveri istituzionali (spesso rappresentati in scene simboliche, come quella della visita del presidente portoghese, sotto la pioggia battente), la sofferta ma necessaria valutazione della richiesta di grazia da parte di due condannati per uxoricidio, un uomo e una donna, con storie molto diverse, e piccole trasgressioni ogni tanto (per esempio una sigaretta da fumare sulla terrazza del Quirinale, pur avendo un polmone solo) il tempo trascorre.

Sorrentino indugia in primi piani, a volte rallentando i movimenti, o quasi immobilizzando le espressioni, in tempi palesemente teatrali; fa in modo che lo spettatore possa “entrare” nel pensiero del Presidente, ne colga il senso di impotenza, lo sguardo disincantato sul mondo e su quanto gli accade intorno. Dorotea gli chiede: “Di chi sono i nostri giorni?”, e questa domanda lo lascia turbato, non riesce a darsi una risposta. Neppure la religione gli è di aiuto.

Molto particolare la scena in cui De Santis prova a collegarsi con un astronauta italiano in orbita su un satellite: lo vede, su un grande schermo, galleggiare all’interno della navicella spaziale. Dovrebbero scambiarsi un saluto, ma l’astronauta non sa di essere visto, per un difetto di collegamento: e il Presidente, quasi ipnotizzato davanti al video, lo vede intristirsi e piangere. Una lacrima galleggia a sua volta, spostandosi in modo surreale come una sferetta acquosa, vicino a lui, che alla fine, inaspettatamente, ride. In una scena successiva, De Santis resta sospeso in aria proprio come l’astronauta: senza peso, libero, in un’immagine quasi onirica di leggerezza ideale. Dominante nel film è in effetti l’idea della solitudine, del pesante isolamento che può vivere la più alta carica dello Stato, nelle sale riccamente addobbate e decorate del Palazzo, che finisce più per assomigliare allo spazio di un freddo Museo che a un’accogliente residenza.

Anche la tavolata con gli alpini, i cori, il canto stentoreo di De Santis, il motto “Di qui non si passa” scritto a caratteri cubitali su un muro, simboleggiano in realtà un senso di inquietudine profonda, di una sorta di guerra silenziosa interiore, senza via di uscita o di salvezza. Ma è inutile interrogarsi, tormentarsi, pentirsi delle scelte, rivolgersi al passato.

La frase finale pronunciata da Coco, durante una cena a casa dell’ormai ex Presidente, è forse un messaggio forte, perentorio, secco come una fucilata, che Sorrentino metaforicamente rivolge a se stesso, e a tutti.

Film originale, che affronta con grande intelligenza, mescolando realtà e metafore, temi fondamentali riguardanti il significato della vita e della morte, l’importanza dell’etica, dell’amore, del dubbio. Ispirato, come afferma lo stesso regista, alla vicenda della grazia concessa – in base all’art. 87 della Costituzione italiana – dal Presidente Sergio Mattarella, nel 2025, a un settantasettenne modenese che aveva ucciso nel 2021, soffocandola, la moglie malata terminale, cui era legato da cinquant’anni.

Una curiosità: verso la fine, tra i premiati dal Presidente, compare in un cameo il noto rapper Guè, pseudonimo di Cosimo Fini; la sua canzone Le bimbe piangono viene utilizzata efficacemente nella colonna sonora del film.

Da non perdere.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui