Jan Lisiecki per la Società del Quartetto

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Una scelta coraggiosa, quella del pianista trentenne polacco Jan Lisiecki: portare alla serata organizzata dalla Società del Quartetto brani di ben dieci compositori diversi, riuniti sotto il titolo World (of) Dance.

La centralità dei ritmi di danza, con accenti e memorie popolari legate anche alla tradizione folcloristica di molte regioni europee, ha permesso di passare da un autore all’altro senza soluzione di continuità, come in un’ampia suite ideale. L’unica sosta “forzata” è stata quella dell’intervallo, dato l’impegno e la corposità del programma. Ci voleva anche l’ancora giovane età di questo ottimo interprete per affrontare una simile sequenza senza concedersi quel minimo respiro capace di creare una distanza tra una tipologia espressiva e l’altra.
Nell’ottima intenzione progettuale, e nella valida resa complessiva, qualche perplessità è emersa soprattutto in alcuni accostamenti legati alla tradizione romantica, talvolta forzati entro un disegno dominato da ritmi rapidi e virtuosistici.Le Tre danze ceche H 154 di Bohuslav Martinů hanno aperto la serata con una vitalità scattante, quasi nervosa, dove Lisiecki ha privilegiato la chiarezza dell’articolazione e la leggerezza ritmica. Con Manuel de Falla e le Danze spagnole n. 1 e 2 da La vida breve, la scrittura si è fatta più sensuale, trattenuta in un equilibrio sottile tra colore e controllo, mentre le Quattro Danze polacche di Szymanowski hanno trovato nel pianista un interprete capace di alternare eleganza e slancio. Fino a questo punto tutto bene; ma senza un attimo di sosta si è arrivati alle deliziose Sedici Danze tedesche di Schubert, con un salto indietro di un secolo: brevi melodie ben interpretate, certo, ma inevitabilmente lontane per clima da quanto appena ascoltato. Con l’ultima danza schubertiana si è tornati al Novecento: prima le Danze popolari rumene di Bartók, poi le ultraritmiche, volutamente dissonanti — soprattutto la prima e la terza — e vibranti Danzas argentinas op. 2 di Ginastera. Forse i brani più virtuosistici della serata, nei quali è emersa con evidenza la freschezza ritmica dell’interprete. Dopo l’intervallo, colori più marcatamente romantici — quelli di Chopin e di Brahms — hanno modificato in parte il senso dell’impaginato, complice anche la classicità delle scelte. Dal Grande Valse brillante op. 18 si è passati al Valzer op. 39 n. 3 di Brahms, per tornare a Chopin con il Valzer op. 34 n. 1 e poi con il riflessivo Valzer in la minore op. 34 n. 2, probabilmente il miglior Chopin ascoltato da Lisiecki: per la capacità introspettiva, per le pause nel lento andamento, in contrasto con il resto del programma ma di esito pienamente convincente. Si è giunti quindi al celebre Valzer op. 39 n. 15 di Brahms, restituito con equilibrio e misura.
Ritorno alla danza più autentica con Libertango di Piazzolla (nell’arrangiamento di Kuznetsov), quindi con il Tango da España op. 165 di Albéniz e con la notissima Danza rituale del fuoco ancora di de Falla. Meno convincente, forse, l’ulteriore aggiunta chopiniana della Polonaise op. 53, che è parsa eccedere rispetto all’equilibrio complessivo del disegno. Il coraggio della scelta è stato comunque premiato dal successo della serata: il numeroso pubblico intervenuto in Sala Verdi ha tributato calorosissimi applausi. Due i bis concessi, anch’essi molto applauditi: il Minuetto di Paderewski e il celebre Valzer “Minute” di Chopin.