Home Musica IL QUARTETTO ADORNO CONCLUDE CON PIENO SUCCESSO L’INTEGRALE DEI QUARTETTI DI BEETHOVEN...

Ieri sera, 17 gennaio, nell’abituale palcoscenico del Teatro Civico, il Viottifestival ha ospitato uno dei più prestigiosi quartetti d’archi del momento in Europa, il Quartetto Adorno, che attualmente è composto da Edoardo Zosi e Liù Pellicciari (violini), Benedetta Bucci (viola), Maria Salvatori (violoncello), tutti e quattro giovani, ma di sorprendente maturità. Questo recital vercellese dell’Adorno è stato l’atto conclusivo di una delle integrali più importanti che il ViottiFestival abbia mai proposto, quella, appunto, dei Quartetti per archi di Beethoven. Quest’ultima ‘puntata’ presentava un programma assai interessante dal punto di vista musicologico: il confronto tra due dei primi sei quartetti di un Beethoven ancor giovane, il n.2 in Sol maggiore e il n.3 in Re maggiore op.18 e quello che apre la serie straordinaria degli ultimi sei quartetti, capolavori stellari del c.d. “terzo stile” del Maestro di Bonn, il n.12 in Mi bem. maggiore op.127. Gli estremi, insomma della parabola creativa di uno dei più grandi geni della musica. Com’è noto, il Quartetto Adorno deve il suo nome ad uno dei giganti del pensiero filosofico del’900, Theodor Wiesengrund Adorno, che fece oggetto della sua ricerca filosofica anche la musica, essendo egli stesso compositore. Assumendone il nome, il Quartetto Adorno esprime una precisa concezione dell’interpretazione musicale, che scavi a fondo, negli strati più nascosti ad un ascolto superficiale, dell’opera d’arte musicale, in particolare quella cameristica, in cui, secondo il filosofo tedesco, più si conserva oggi la dimensione autentica della musica. Questo significa in concreto, anzitutto, una strenua ricerca della perfezione e della bellezza nella musica. Questa ispirazione ‘trascendentale’, come qualcuno l’ha definita, del Quartetto Adorno, affiora già chiaramente nell’esecuzione del Quartetto n.2 op.18, noto come “IL Quartetto dei complimenti”, forse per l’uso frequente di abbellimenti e in generale di movenze settecentesche che ancora qua e là affiorano in questo pezzo giovanile. I quattro strumentisti dell’Adorno danno pieno risalto a questa caratteristica, in tutta la composizione e in particolare nel Finale, con un suono che, nella sua perfetta polifonia e nel dialogo calibratissimo dei quattro archi, eccelle per limpidezza e un disegno melodico dal fraseggio d’intima cantabilità. È questo il fil rouge interpretativo che dà coesione ad un eccentrico e apparentemente frammentario Allegro iniziale, si fa movenza di ammaliante fluidità del primo violino nell’Adagio cantabile, arabescata, nella sezione finale, da scalette, note ribattute e gruppetti, incisi con una limpidezza e una precisione nello svariare della paletta timbrica, che stanno a testimoniare tutta la concentrazione, l’impegno e la bravura tecnica di questa compagine. Il primo violino di Zosi ha in questo quartetto un ruolo protagonistico, pur nella complessità del dialogo strumentale, e davvero è bravissimo Zosi ad interpretare quel che di originalmente eccentrico si ritrova anche nello Scherzo, coi suoi colpi d’arco rapidi e guizzanti, così come nel tempo conclusivo la vivacità trascinante ed estrosa che lo impronta è resa con un’energia e una raffinatezza di suono che suggeriscono la cifra stilistica di questo pezzo: l’equilibrio tra la ricerca di soluzioni nuove ed originali, e una misura ‘classica’ che in Beethoven non verrà mai meno, neanche nella sua fase più rivoluzionaria delle ultime opere. Rigore, energia, grande chiarezza, che sa illuminare, anche nei passaggi più complessi, la struttura del pezzo: queste le qualità che il Quartetto Adorno ha ancora una volta dimostrato a partire dal brano d’esordio del recital. Il carattere dialogico, proprio della forma musicale del quartetto, è pienamente dispiegato nel Quartetto n.3 op.18. Il Quartetto Adorno ne fornisce un’interpretazione di grande equilibrio e compattezza, rimarcandone il denso intreccio polifonico, ma senza che la complessità di un dialogo strumentale condotto con perfetto sincronismo oscuri mai la chiarezza della struttura tematica e armonica del pezzo, con le sue modulazioni all’epoca decisamente sorprendenti. E’ tutto un incantevole gioco di echi, richiami, corrispondenze tra le quattro voci, in particolari negli sviluppi dei tre movimenti su quattro in forma-sonata (solo il terzo, Scherzo, non lo è) con uno sfruttamento magistrale delle combinazioni coloristiche degli strumenti, che tocca il culmine nel secondo tema del Finale Presto, nei vari disegni melodici, frammenti tematici, salti di ottava, trascinati dal ritmo travolgente di una tarantella, che rende frenetica la dialettica degli strumenti. Il momento più suggestivo, diremmo magico, di questa interpretazione si ha nell’Adagio cantabile, da cui i quattro archi dell’Adorno sanno far affiorare il momento di più profonda bellezza di questo capolavoro giovanile di Beethoven, una nota di malinconia che pare provenire da remote, misteriose regioni di una profondità sconosciuta, con quelle note staccate del secondo tema, delicatamente di sussurrate, che sembrano insinuare un non so che d’inquietante nella serenità di fondo dell’insieme. Il recital si concludeva trionfalmente con quel monumento musicale che è il Quartetto n.12 op 127. Un’interpretazione davvero entusiasmante che ha avuto i suoi punti di forza nella vera e propria magia timbrica e nella trasfigurazione incessante delle linee melodiche, secondo quel principio caro al tardo Beethoven del ‘terzo stile’, della ‘variazione integrale, in cui la densità della tessitura contrappuntistica si unisce ad uno scavo sempre più profondo nelle varie idee tematiche, una sorta di esplorazione di un mondo sonoro che a un certo punto, specie nell’Adagio, sembra aprirsi ad una dimensione di sogno. Quasi negli stessi anni il nostro Leopardi definiva il suo “Infinito” “poesia senza nome ancora”. L’interpretazione che il quartetto Adorno ha dato ieri sera dell’op.127 di Beethoven è quella di una musica ‘senza nome’, un mondo sonoro che va aldilà di ogni confine dato da una forma definita e riconoscibile, aperta a prospettiva ancora incognite, le cui potenzialità la musica fino ad oggi non ha del tutto esaurito. Di fronte ad una magistrale esecuzione come questa, vengono in mente le celebri parole di un musicista, tra i più amati e studiati dal filosofo Adorno, G. Mahler: “Tramandare la tradizione significa conservarne non le ceneri, ma il fuoco”. Quel fuoco che la potente energia di suono dei quattro strumenti infondeva nella scrittura di queste pagine immortali, pur nella piena trasparenza della struttura formale e della cantabilità dei momenti di più disteso lirismo, che sa farsi, ancora una volta nell’Adagio, nella presentazione del tema, purissimo, estatico canto. Se oggi in Italia c’è un erede di quello che fu il mitico Quartetto Italiano, ebbene, questo è il Quartetto Adorno: la viola Igino Sderci 1939, appartenuta a Piero Farulli, viola nel Quartetto Italiano e ora suonata da Benedetta Bucci, testimonia, anche materialmente, di una continuità e di un’eredità degnamente raccolta. Grandissimo il successo presso un pubblico al solito assai numeroso, che ha goduto di un fuori programma di lusso, lo Scherzo dal Quartetto di F. Schubert, La morte e la fanciulla, eseguito appassionata veemenza e intenso lirismo, suggellando un concerto senz’altro tra i memorabili del ViottiFestival.