Il francese Lucas Debargue alla Società dei Concerti per Liszt, Ravel e Scriabin

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La valida denominazione “Caleidoscopio sonoro”, scelta per la serata organizzata in Conservatorio dalla Società dei Concerti, vedeva il pianista francese trentacinquenne Lucas Debargue tornare in Sala Verdi, per la prima volta per questa società concertistica.

Ha scelto un impaginato corposo e impegnativo, all’insegna di un virtuosismo non facile da dominare, con brani di Franz Liszt, Maurice Ravel e Alexander Scriabin. La visionarietà lisztiana conduceva alle rarefazioni di Ravel per approdare infine alle inquietudini di Skrjabin, in un itinerario capace di far rabbrividire chi non sia abituato a simili impatti sonori.
La prima parte del concerto comprendeva Ballata n. 2 in si minore S.171, Les jeux d’eaux à la Villa d’Este e la monumentale Après une lecture du Dante: Fantasia quasi sonata S. 161/7, rivelandoci un interprete superdotato nel risolvere ogni difficoltà esecutiva e profondamente immerso nell’universo del grande musicista ungherese. L’ottima restituzione, segnata da frangenti di evidente voluminosità timbrica alternati alla sublime melodicità del registro più acuto, ha messo in rilievo una visione completa ed equilibrata del pianista rispetto al grande compositore. Con la musica di Ravel — Sonatine e Jeux d’eau — è mutata la prospettiva sonora, orientandosi verso una maggiore delicatezza e una più sottile rarefazione delle sonorità. Si tratta di un compositore particolarmente caro all’interprete, del quale conosciamo molte altre esecuzioni ascoltate in passato, tutte di alto livello, probabilmente anche per ragioni di affinità culturale.Dopo lo splendido Ravel, Aleksandr Skrjabin chiudeva il percorso riportando il discorso pianistico a una dimensione febbrile e visionaria: un’opera giovanile solo in apparenza, già attraversata da quella tensione mistica e da quell’instabilità armonica che diventeranno cifra inconfondibile del compositore russo. La valida restituzione di Debargue, ben controllata nei sostenuti contrasti dinamici, ha reso efficacemente lo spessore inventivo e personale del grande autore.

Gli applausi fragorosi al termine dell’impaginato ufficiale hanno portato a un bis con un bellissimo brano di Domenico Scarlatti, in una delle sue sonate. Quindi un pezzo completamente improvvisato: ci si attendeva qualcosa di jazzistico, come è solito fare, mentre le sue doti melodico-armoniche ci hanno condotto verso una pagina di stampo classico, ben strutturata, che non sembrava nemmeno improvvisata per la chiarezza dell’architettura formale. Molto bella, accolta ancora da applausi convinti.