Più di cento opere, provenienti in buona parte da collezioni private, sono esposte nella bellissima mostra di Palazzo Reale – visitabile fino al 14 giugno 2026 – dedicata ai Macchiaioli, fondamentale movimento artistico italiano dell’Ottocento.

Sviluppatosi a Firenze tra il 1850 e il 1860, in particolare nell’ambito di animate riunioni e discussioni tra artisti al Caffè Michelangiolo, si proponeva di partecipare al rinnovamento culturale auspicato dagli intellettuali impegnati politicamente, a sostegno del Risorgimento e dell’Unità d’Italia.

Gli esponenti più importanti furono i toscani Giovanni Fattori (1825 – 1908), Telemaco Signorini (1835 -1901), Raffaello Sernesi (1838 -1866) ed Odoardo Borrani (1834 -1905), cui si aggiunsero il napoletano Giuseppe Abbati (1836 -1868), il romano Nino Costa (1827 -1903), il veronese Vincenzo Cabianca (1827 -1902), nonché il romagnolo Silvestro Lega (1826 – 1895): quest’ultimo è il pittore che più si avvicinò alle problematiche dell’Impressionismo, pur non essendone affatto il movimento dei Macchiaioli un precursore. Emerge infatti una poetica realista: “il vero si vede come un contesto di macchie di colore e di chiaroscuro”; “l’ombra non agisce come un panno, ma come un velo”.

Ogni colore funziona come luce e come ombra, i corpi e gli oggetti sono costituiti da parti illuminate e parti in ombra; il disegno risulta dunque dall’unione di “macchie”, di tocchi decisi: non è il soggetto ad essere disegnato prima e poi colorato, come nella pittura accademica. In natura i contorni non esistono: i pittori macchiaioli semplificano dunque la visione tradizionale, e il linguaggio figurativo diventa così nazional – popolare e manifesto di libertà. La “macchia” non è solo una tecnica pittorica, ma è una concezione del “vedere”: pennellate rapide e compatte disegnano la realtà, insieme a contrasti chiaroscurali che costruiscono lo spazio prospettico dove sono rappresentati momenti di vita militare, in modo anti – retorico, oppure paesaggi campestri, ma anche ritratti e soggetti femminili ripresi nella loro serena quotidianità.

I Macchiaioli riescono dunque a ottenere un’efficace sintesi tra sentimento ed osservazione, entrando nel Verismo italiano e nel Realismo europeo come validissima espressione artistica in contrapposizione sia agli ideali del Neoclassicismo che all’enfasi del Romanticismo.

La critica, in generale, con l’eccezione del fiorentino Diego Martelli (1839 -1896), forte sostenitore del movimento, non apprezzò la “rottura” dei canoni pittorici, arrivando per esempio a giudicare il dipinto Pascoli a Castiglioncello (1861) di Telemaco Signorini “un quadretto” che “un maligno” avrebbe chiamato “una frittata ripiena di vacche in gelatina” (da un articolo di Pietro Ferrigini, sulla Prima Esposizione Nazionale di Firenze del 1861).


I capolavori dei Macchiaioli furono riscoperti dopo la Grande Guerra, grazie ai collezionisti e alle aste in cui furono battuti numerosi dipinti. In mostra è esposto anche un quadro appartenuto ad Arturo Toscanini, La toeletta del mattino (1898) di Telemaco Signorini, da lui acquistato nel 1930 e collocato sopra il suo pianoforte nella casa milanese di via Durini. Il regista Luchino Visconti si ispirò al dipinto per una scena del film Senso (1954).

Tra le opere esposte, In vedetta (1872) di Fattori, conosciuto anche come Il muro bianco, dove una luce accecante ha l’effetto di annullare lo spazio e il tempo in cui si trovano tre soldati a cavallo.

Splendidi Le primizie (1868) e Il 26 aprile 1859 in Firenze (1861) di Borrani, e L’educazione al lavoro (1863) di Lega; di quest’ultimo è presente il magnifico Il pergolato o Un dopo pranzo (1868), in prestito dalla Pinacoteca di Brera.

Ancora di Lega il Ritratto di Giuseppe Garibaldi (1863), Curiosità (1866), Mazzini morente (1872).


Tra i paesaggi, da ammirare Marina a Castiglioncello (1864) di Sernesi e L’Arno a Varlungo (1868) di Borrani. Di Adriano Cecioni sono esposti due bronzi, Bambino con mani alzate (1868) e Bambino col gallo(1871); di Giovanni Bastianini una bellissima terracotta policroma, Ritratto della madre (1865).



Nella prima sala della mostra una significativa opera di Luigi Mussini (1813 -1888), Il trionfo della Verità (1847-48), opera ispirata stilisticamente ai maestri del Quattrocento – di cui Mussini era ammiratore – ma di matrice squisitamente positivistica, in quanto inneggiante alla scienza galileiana. Fu infatti il Positivismo a influenzare Naturalismo e Verismo e a spostare l’attenzione sul reale.

Da non perdere assolutamente.


