DIALOGHI TIMBRICI E NARRAZIONE  AL FESTIVAL FIATI DI NOVARA: BEETHOVEN, BRUCH E ROTA  IN UN CONCERTO DI RAFFINATA BELLEZZA

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Il Festival fiati promosso dal Conservatorio di Novara e giunto ormai alla sua XXIII   edizione, ha proposto ieri sera, 26/03, nella sala dell’Auditorium, il suo quarto concerto, dedicato ad una formazione particolare, il Trio per clarinetto, violoncello e pianoforte.

La serata ha visto protagonisti tre Maestri di eccellente qualità professionale: il clarinettista Gianluigi Caldarola, (n.1986)attualmente primo clarinetto solista presso l’Orchestra Opera Royale de Wallonie di Liegi, con lunga e vasta attività solistica e cameristica in tutta Europa e vincitore del primo premio assoluto di uno dei più prestigiosi concorsi internazionali di clarinetto, il Mercadante di Noci (BA); al violoncello Marco Decimo, anche lui con ormai lunga esperienza concertistica e d’incisione discografica (da segnalare la lunga collaborazione con Ludovico Einaudi) e docente al Conservatorio di Piacenza; al pianoforte, infine, il pianista di origini bielorusse, ma ormai naturalizzato italiano, Ivan Maliboschka, (1997),la cui ormai lunga carriera pianistica ha avuto inizio assai precoce già in Bielorussia.
Attualmente è Direttore artistico del Festival Piacenza Classica. Il concerto dedicato ieri sera al repertorio per trio di clarinetto, violoncello e pianoforte ha offerto un percorso tanto coerente, quanto suggestivo, attraversando tre epoche e tre poetiche profondamente diverse: il classicismo luminoso di un giovane Ludwig van Beethoven, il romanticismo elegiaco di Max Bruch e la cantabilità novecentesca di Nino Rota.  Il programma si è aperto con il Trio in si bemolle maggiore op. 11 di L.v. Beethoven, noto anche come “Gassenhauer”, pagina giovanile (1797/8) che già rivela una sorprendente capacità di dialogo tra gli strumenti. La struttura tripartita, dopo un Allegro tutto sommato ancora convenzionale e avaro di sorprese, ha il suo momento più bello nell’Adagio centrale, dove il trio si è espresso al meglio con un bel suono terso e cantabile, di raffinata delicatezza espressiva. Valida anche l’esecuzione del movimento finale,un brillante Tema con variazioni, costruito su una melodia di Joseph Weigl allora molto popolare. Qui il carattere è spigliato, quasi teatrale, con un pianoforte spesso protagonista, ma sempre in costante interazione con clarinetto e violoncello. L’esecuzione ha messo in luce un equilibrio ben calibrato: Maliboscka ha saputo evitare ogni eccesso di protagonismo, mantenendo trasparenza e leggerezza nel tocco, mentre Caldarola ha sfoggiato un suono nitido e flessibile, capace di fraseggi eleganti e mai manierati. Decimo, dal canto suo, ha fornito una base timbrica calda e ben articolata, sostenendo il discorso con discrezione e musicalità. Con due degli Otto pezzi op. 83 di M. Bruch, (1910), il n.5 Rumanische Melodie (Melodia romena)e il n.6 Nachtgesang (Canto notturno), originariamente previsti per la viola al posto del violoncello, il clima si è fatto più intimo e crepuscolare. Si tratta di brevi quadri caratterizzati da una vena lirica intensa e da una scrittura che privilegia il colore e la fusione timbrica. Bruch, qui lontano dalle grandi architetture sinfoniche, si concentra su una dimensione quasi domestica, fatta di cantabilità e malinconia. Il trio ha colto pienamente questa dimensione: Caldarola ha saputo modulare il suono con grande sensibilità dinamica, rendendo le due miniature un microcosmo espressivo; Decimo ha evidenziato la qualità vocale del violoncello, con un fraseggio ampio e naturale; Maliboscka ha accompagnato con finezza, evitando qualsiasi rigidità ritmica e favorendo il comune ‘respiro’ dell’ensemble. Incantevole in particolare l’interpretazione del pezzo n.6, in cui le soluzioni ritmiche, le dinamiche e l’intreccio dei timbri strumentali hanno saputo evocare con rara suggestione l’aura di mistero notturno, in cui effondeva il suo dolcissimo canto il clarinetto di Caldarola, ripreso, spesso per imitazione, dal violoncello di Decimo, sullo sfondo di un accompagnamento pianistico mirabile con nitidi, ma delicati arpeggi del pianoforte di Maliboschka. La serata si è conclusa con il Trio di N. Rota (1973) pagina meno frequentata, ma di grande fascino, in cui il compositore coniuga la sua inconfondibile vena melodico-lirica con una scrittura cameristica raffinata. Qui emergono echi del linguaggio cinematografico (“Il padrino” è stato appena girato, il ’73 è l’anno di “Amarcord”), ma filtrati attraverso una struttura musicale rigorosa e mai banale. Il trio ha restituito con efficacia questa duplice anima: da un lato la cantabilità immediata, affidata prevalentemente al clarinetto, dall’altro la sottile ironia e il gioco di rimandi interni, con efficaci interazioni dinamiche tra gli strumenti. Caldarola si è distinto per la capacità di colorare ogni frase con una tavolozza timbrica ampia, mentre Decimo ha offerto momenti di intensa espressività, soprattutto nei passaggi più lirici. Maliboschka ha dimostrato grande versatilità, passando con naturalezza da un accompagnamento leggero a momenti di maggiore incisività ritmica.
Nel complesso, ciò che ha reso il concerto particolarmente riuscito è stata la qualità dell’ascolto reciproco tra i tre musicisti. L’intesa cameristica si è tradotta in un fraseggio condiviso, in una gestione attenta delle dinamiche e in una capacità di dare respiro alla forma senza mai perdere il dettaglio. Un’esecuzione che ha saputo valorizzare le peculiarità di ciascun autore, offrendo al pubblico un’esperienza musicale ricca, coerente e profondamente comunicativa, che ha riscosso pieno successo da parte del pubblico, che con i suoi replicati applausi ha ottenuto un bis: le due ultime variazioni del Finale del Trio di Beethoven.