ARMONIE, RITMI E COLORI DI SPAGNA NEL RECITAL DEL CHITARRISTA ALESSANDRO BONASSINA E DEL PIANISTA PIETRO BEGNI

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Oggi 21/02, II programma dei Concerti del Sabato del Conservatorio Cantelli di Novara prevedeva, nella sua prima parte, un recital del chitarrista Alessandro Bonassina, giovane talento del Cantelli, affermatosi in importanti concorsi nazionali e con una ormai consistente esperienza concertistica.

L’impaginato proponeva tre pezzi: la Fantasie Elegiaque op.59 di Fernando Sor (1778-1839), uno dei vertici della musica per chitarra classica, il Rondò op.129di M. Castelnuovo-Tedesco (1895-1968),per concludere con il polacco, esule in Francia, poi in America, Alexandre Tansman (1897-1986)con la sua Berceuse  (una delle tre Trois pièces pour guitare pubblicate per chitarra sola).Nella Fantasie Elegiaque op. 59, Sor esplora il linguaggio espressivo della chitarra nella prima metà dell’Ottocento, intrecciando sentimenti elegiaci con virtuosismi sottili. Il compositore spagnolo, tra i principali artefici dell’affermazione della chitarra come strumento da concerto, utilizza in questo brano una scrittura che alterna melodie cantabili, modulazioni armoniche ricercate e passaggi di grande finezza contrappuntistica, tipici della sua estetica preromantica. La lettura di Bonassina è segnata da un fraseggio naturale e suggestivamente espressivo.
L’articolazione delle linee melodiche, sempre nitida, fa risuonare la struttura interna del pezzo con un equilibrio felice tra pathos e chiarezza formale. Nei momenti più intensi emerge un controllo dinamico che dialoga con le risonanze della chitarra, valorizzando la dimensione elegiaca senza indulgere in sentimentalismi. L’uso accorto del vibrato e delle varianti di tocco crea un senso di continuità lirica anche nei passaggi più complessi, rendendo questo Sor elegante e partecipe. Qualche episodica imperfezione di suono non invalida un’interpretazione complessiva decisamente apprezzabile. Il Rondò op. 129 di Castelnuovo-Tedesco appartiene alla vasta produzione del compositore fiorentino per chitarra sola e riflette la sua padronanza di linguaggio, capace di unire elementi di tradizione classica, melodie coinvolgenti e una scrittura perfettamente calibrata sulle possibilità dello strumento. La forma rondò, con il suo tema ricorrente alternato a episodi contrastanti, permette all’interprete di mostrare varietà di carattere e di colore. Bonassina affronta il Rondò con una visione fresca e vitale: il tema principale risuona con chiarezza e naturalezza, mentre gli episodi intermedi, più briosi o più meditativi, sono delineati con personalità. La sua padronanza tecnica emerge nell’agilità degli abbellimenti e nella sicurezza ritmica, senza mai sacrificare l’architettura della frase o la musicalità e realizzando un sapiente equilibrio tra brillantezza e introspezione, con la ricchezza timbrica che Castelnuovo-Tedesco richiede al solista. La Berceuse di Alexandre Tansman è una pagina di delicata scrittura del Novecento. Sebbene meno nota rispetto ad altre composizioni per chitarra, la Berceuse del compositore polacco mette in gioco una poetica del suono sospeso, con accenti melodici di sapore quasi «orientale» e un uso evocativo delle risonanze della chitarra. Bonassina coglie pienamente il carattere intimo e contemplativo del brano: la sua fine dinamica e l’attenzione alla coloritura timbrica trasformano la semplice linea musicale in un vero affresco di suoni. Il fraseggio è morbido, quasi sospirato, con un controllo impeccabile delle linee lunghe che definiscono l’architettura del pezzo. La scelta dei tempi, mai frettolosa, contribuisce a un senso di sospensione tipico di una «ninna nanna» quasi arabescata. Un recital, questo di Bonassina, che ne ha messo in luce una già apprezzabile maturità stilistica, che sa adattare il proprio linguaggio esecutivo alle esigenze storiche dei brani, dal classicismo soriano all’eleganza novecentesca di Castelnuovo-Tedesco, al colore impressionista/evocativo di Tansman. Il pubblico che riempiva la sala ha suggellato il pieno successo di Bonassina con un prolungato e scrosciante applauso. Non sono stati concessi fuoriprogramma. La seconda parte del concerto vedeva protagonista il pianoforte di Pietro Begni. Formatosi presso il Conservatorio novarese, Begni è uno dei talenti emergenti dell’istituzione e partecipa regolarmente a “I Concerti del Sabato”, sia come solista che in formazioni cameristiche. Il suo repertorio spazia dai classici del Settecento e Ottocento fino alla musica spagnola e impressionista del primo Novecento. Proprio su Debussy e sui tre grandi compositori del tardo ‘800-primo ‘900 spagnolo, Albeniz, De Falla, Granados, era concentrato il programma impaginato per l’occasione da Begni, un percorso coerente e affascinante, dove il pianoforte si fa chitarra, percussione, canto popolare e, insieme, strumento di raffinata alchimia timbrica, con un che si fa fonte più di suggestioni che di effetti e sostenuto da un controllo tecnico di alto livello. Estampes (1903) rappresenta uno dei vertici dell’impressionismo pianistico di Debussy: tre “incisioni” sonore dedicate a luoghi reali o immaginati. La soirée dans Grenade non è tanto un quadro realistico della città andalusa, quanto un sogno francese della Spagna, filtrato da habanera, ostinati modali e armonie sospese. Begni affronta il brano con buon respiro espressivo. L’habanera iniziale viene resa con un ritmo trattenuto, quasi allusivo, dove il rubato è calibrato con eleganza. Notevole la gestione dei piani sonori: le figurazioni interne emergono come arabeschi raffinati, mentre le risonanze gravi sono dosate con pedale delicato, evitando ogni impasto eccessivo. Particolarmente convincente è la costruzione dell’arco centrale, dove Begni lavora per sottrazione: niente clangori, niente effetti facili, ma una progressiva rarefazione che rende il finale evanescente, come una notte che si dissolve nella memoria. Il suo Debussy è più evocativo che pittorico, più interiore che sensuale. La Vega (1897), pagina isolata e di ampie proporzioni, è uno dei capolavori meno frequentati di Albéniz. Qui l’idioma pianistico si avvicina già al linguaggio di Iberia: armonie audaci, sovrapposizioni ritmiche, scrittura orchestrale. Begni ne restituisce la monumentalità senza mai appesantirla. L’incipit, con i suoi accordi ampi e sospesi, è scolpito con suono rotondo e profondo, ma sempre controllato. L’aspetto più riuscito dell’interpretazione sta nella gestione delle tensioni armoniche: il pianista evidenzia le dissonanze con chiarezza, lasciandole vibrare senza risolverle troppo presto, così da esaltare il senso di attesa. Nelle sezioni più animate, la tecnica è sicura e brillante, ma ciò che colpisce è l’intelligenza strutturale: Begni mantiene saldo il disegno formale, evitando che la ricchezza figurativa degeneri in dispersione. Il fraseggio è ampio, cantabile, con un uso del pedale che valorizza i colori senza confondere le linee. La Vega emerge così come un poema sinfonico per pianoforte, più narrato che declamato. Composta nel 1919 per Arthur Rubinstein, la Fantasía Baética di Manuel De Falla è una delle prove più ardue del repertorio spagnolo per pianoforte: percussiva, aspra, intrisa dei ritmi del Cante Jondo degli zigani andalusi e di un modernismo tagliente. Qui Begni mostra un volto diverso: incisivo, energico, quasi scabro. L’attacco è secco, il ritmo scolpito con nitida precisione. Le figurazioni rapide sono rese con limpida chiarezza, senza mai perdere il senso della danza sottostante. L’articolazione è asciutta, volutamente priva di compiacimenti lirici. Eppure, anche nei passaggi più martellanti, il pianista evita la brutalità sonora. Il controllo dinamico consente di distinguere i diversi piani ritmici, mettendo in rilievo la complessità polifonica del brano. Nel segmento centrale, più raccolto, Begni introduce un colore più scuro e introspettivo, creando un efficace contrasto con le sezioni estreme. La sua lettura sottolinea la modernità della scrittura di de Falla, restituendone l’essenza quasi primitivista, ma con lucidità analitica. El Pelele, di Granados, tratto dalle Goyescas (1911), è ispirato a un cartone per arazzo di Goya: una scena popolare vivace, in cui alcune ragazze lanciano in aria un fantoccio. Il brano alterna leggerezza virtuosistica e improvvise ombre liriche. Begni ne coglie l’ambivalenza con sensibilità teatrale. L’elemento danzante è reso con brillantezza scintillante, grazie a un tocco leggero e a un controllo impeccabile delle figurazioni rapide. Ma ciò che distingue la sua interpretazione è la capacità di far emergere, sotto la superficie festosa, una vena malinconica. Le sezioni liriche sono cantate con fraseggio morbido, quasi vocale, e con un uso del rubato che non spezza mai la continuità del discorso, mentre il contrasto tra gioco e nostalgia è gestito con equilibrio, evitando sia l’eccesso caricaturale sia l’enfasi romantica. Anche la performance di Pietro Begni ha ottenuto grande successo presso il pubblico dell’Auditorium, che gli ha dedicato un applauso più che meritato, anche in questo caso senza ottenere il bis.Ottimo concerto, quello ascoltato ieri in Conservatorio, tra i migliori della stagione.