Al Teatro Grande di Brescia successo per Turandot nella versione incompiuta di Puccini

0
8

Una valida Turandot ha raccolto meritati e calorosi applausi al Teatro Grande di Brescia. L’opera di Giacomo Puccini tornava in scena a dieci anni dall’ultima rappresentazione, nel centenario della prima assoluta, con un nuovo allestimento coprodotto dai teatri di OperaLombardia, dal Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca e dalla Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara.

La recita ascoltata nel pomeriggio di domenica 18 ha proposto la versione originale incompiuta, concludendosi con la morte di Liù, così come Puccini lasciò la partitura prima della sua scomparsa, senza ricorrere al finale successivamente composto da Franco Alfano.
La scelta restituisce al pubblico un epilogo di forte impatto drammatico, che interrompe il percorso verso la tradizionale risoluzione della vicenda e lascia aperti gli interrogativi sul destino dei protagonisti. È proprio attorno a questa sospensione che si sviluppa la lettura registica di Nadir Dal Grande, non appariscente ma originale, responsabile anche di scene e costumi e vincitore, nel team del progetto Under35, indetto da OperaLombardia. Ottimo le luci di Jenny Cappelloni, funzionali alle scelte registiche.
L’allestimento disegna un mondo cupo, apocalittico e spettrale, una Pechino lontana da ogni immagine fiabesca e dominata da un’atmosfera di oppressione e di morte. Le scene essenziali, le tonalità scure, le presenze inquietanti e i costumi dalle cromie prevalentemente nere, grigie e bianche concorrono a delineare un universo in disfacimento, nel quale la crudeltà di Turandot sembra coinvolgere l’intera comunità. In questo quadro, Liù assume un ruolo centrale: la sua dolcezza e il suo sacrificio rappresentano l’unica possibilità di riscatto in una realtà avvelenata dalla violenza. Una visione personale, talvolta volutamente aspra, che trova proprio nella scelta del finale incompiuto la propria più coerente conclusione.
Sul podio dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali, Alessandro D’Agostini ha affrontato una partitura ricca di contrasti, mettendone in evidenza la forza drammatica e alternando sonorità taglienti a momenti di raffinata trasparenza. Ne è risultata un’interpretazione energica, espressiva e pregnante, capace di realizzare un valido equilibrio tra orchestra, voci e coro. Di rilievo la prova dell’orchestra milanese, convincente sia nelle singole sezioni sia nell’insieme.
Nella recita ascoltata, la seconda e ultima, il ruolo della principessa di gelo era affidato a Libby Sokolowski, che fin dal suo ingresso ha evidenziato una voce corposa, intonata e adeguata al personaggio. Eduardo Niave, nei panni di Calaf, ha offerto una prova di decisa intensità drammatica, sostenuta da un’ottima intonazione e da una buona interpretazione del celebre Nessun dorma, all’inizio del terzo atto.
Accanto a loro, Songha Lee è stata una superlativa Liù, sia vocalmente sia scenicamente. Ha caratterizzato il personaggio con grinta, ricchezza di sfumature timbriche e intensità espressiva, come ha dimostrato nel primo atto con Signore, ascolta! e nell’aria Tu che di gel sei cinta, introdotta dal verso «Tanto amore, segreto e inconfessato».
Bene Baopeng Wang nei panni di Timur e Gerardo Dell’Affetto in quelli dell’imperatore Altoum. Paolo Ingrasciotta, Giulio Putrino e Giacomo Leone, nei ruoli dei tre ministri Ping, Pang e Pong, hanno rivelato un’ottima presenza scenica e vocalità intense ed espressive.
Più che adeguata la prova del Coro di OperaLombardia, diretto da Riccardo Bianchi, e del Coro di Voci Bianche del Teatro Sociale di Como, preparato da Davide Dell’Oca. (Foto in alto di Ilaria Sormani, Uff. Stampa Teatro Grande di Brescia)