SEVESO 2076

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All’Università Cattolica, al pianterreno dell’Edificio San Francesco di piazza Sant’Ambrogio 9, a pochi passi dall’ingresso principale dell’ateneo, è possibile visitare gratuitamente – fino al 30 ottobre, dal lunedì al venerdì – un’interessante mostra multimediale dedicata al disastro di Seveso. Il titolo, “Seveso 2076”, si riferisce alle sfide ecologiche e alle possibilità future di tutela dell’ambiente nei prossimi cinquant’anni, quando sarà trascorso un secolo dal disastro. La mostra è stata realizzata da Fondazione Lombardia per l’Ambiente e si sviluppa in cinque sezioni tematiche. Si possono ascoltare testimonianze e interviste, leggere testi di approfondimento, guardare immagini e mappe.

Era il 10 luglio 1976 quando si verificò un guasto a un reattore dello stabilimento chimico svizzero ICMESA di Meda; l’aumento della temperatura e della pressione portò alla rottura di una valvola di sicurezza e al conseguente rilascio di una nube tossica, portata dal vento verso sud-est nella zona della bassa Brianza comprendente Seveso (che ne fu l’epicentro, essendo subito a sud), Meda, Desio, Limbiate e Cesano Maderno.

La nube conteneva TCDD, la 2,3,7,8- tetraclorodibenzodiossina, appartenente al gruppo delle diossine, sostanze cancerogene e velenose, sottoprodotti di combustioni e di lavorazioni industriali che usano il cloro. Nel reattore infatti si stava producendo triclorofenolo, usato per ottenere diserbanti, e la temperatura raggiunta – di circa 250°C, ben 80°C più alta del dovuto – consentì un’imprevista reazione successiva che portò alla sintesi di TCDD.

Odore acre, occhi infiammati, ustioni cutanee, morìe di uccelli e animali domestici furono i primi segnali; ma del disastro si seppe solo, per gravi e colpose inadempienze dei responsabili dell’azienda, una settimana dopo. Tra il 26 luglio e il 2 agosto furono evacuate più di 700 persone dalle zone più colpite. La maggioranza di queste rientrarono nelle loro case tra ottobre e dicembre 1977; ma ben 41 famiglie ebbero le loro abitazioni demolite nell’opera di bonifica e dovettero aspettare la loro ricostruzione. Circa 240 residenti, in particolare bambini, ebbero gravi dermatosi (cloracne).

La vegetazione subì danni gravissimi, in quanto la diossina ha un forte potere diserbante; migliaia di animali da allevamento furono abbattuti. Il terreno fu decorticato fino a una profondità di 80 cm nell’area più inquinata; fu ripristinato un terreno “pulito” proveniente da altre zone, e fu piantumato grazie a un valido progetto di rimboschimento.

Si è così creato il Bosco delle Querce, parco che ha un grande valore sociale, sia dal punto di vista ricreativo che come memoriale: e all’inizio della mostra si incontra un grande pannello “immersivo”, che consente l’ascolto di cinguettii di uccelli e che porta la scritta “Dal veleno…alla bellezza”. Dal 2005 il bosco è Parco Naturale Regionale, e nell’aprile del 2026 ha ricevuto il “Marchio del Patrimonio Europeo” dalla Commissione Europea. All’interno, il visitatore può seguire un itinerario con cartelli informativi su quanto è successo cinquant’anni fa.

Nel 1980 la Hoffman-Laroche, che gestiva l’ICMESA attraverso la multinazionale Givaudan, raggiunse un accordo per il risarcimento dei danni alla Regione Lombardia; e quindi la Givaudan pagò la somma di 103,634 miliardi di lire.

Nel 1982 la Comunità Europea emanò una prima Direttiva “Seveso” che obbligava gli Stati membri a un controllo dei siti a rischio; ne seguirono altre, sulla classificazione delle sostanze pericolose e sui sistemi di gestione della sicurezza ambientale, fondati sulla cultura della prevenzione e sul diritto primario della salute pubblica, non più subordinata ad esigenze produttive.

Il disastro di Seveso ha dunque portato a un’evoluzione più rapida della legislazione in materia di tutela dell’ambiente; ed è anche stato l’innesco di una serie di studi epidemiologici sugli effetti a lungo termine di sostanze tossiche e cancerogene; ha consentito miglioramenti dell’industria chimica, che si è posta i nuovi obiettivi della “Chimica Verde”. Inoltre, il dibattito dell’epoca sui rischi di malformazioni fetali a seguito dell’esposizione alla diossina di donne in stato interessante portò a un’accelerazione della discussione sull’aborto in Italia, che arrivò all’approvazione della Legge 194 nel 1978 (“Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”).

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