Da Britten a Bach per MiTo, dal Teatro Grassi al Dal Verme

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Due concerti di particolare interesse hanno caratterizzato la giornata del Festival MiTo, con due appuntamenti molto diversi tra loro, ma accomunati dall’alto livello degli interpreti e dalla centralità di due grandi autori della storia della musica: Benjamin Britten e Johann Sebastian Bach.

Nel primo pomeriggio, al Teatro Grassi, la rara esecuzione dei Canticles n. 1, 2 e 3 di Benjamin Britten ha permesso di riscoprire alcune pagine significative della produzione cameristica del grande compositore inglese, del quale ricorrono quest’anno i cinquant’anni dalla morte. Si tratta di un repertorio di particolare raffinatezza, nel quale la scrittura vocale si intreccia con quella strumentale dando vita a un linguaggio estremamente personale, capace di unire intensità espressiva, teatralità e attenzione alla parola.
I tre Canticles sono stati interpretati con notevole partecipazione dal tenore Matthew Swensen, dal mezzosoprano Kelsey Lauritano e dal pianista Brian Zeger, che ha anche svolto il ruolo di presentatore, accompagnando il pubblico nella conoscenza delle diverse pagine. In alcuni brani si è aggiunto il corno di Debora Maffeis, elemento timbrico che ha ulteriormente arricchito la particolare tavolozza sonora dell’ensemble.
Di particolare rilievo il livello interpretativo dei due cantanti, sia nei momenti solistici sia nei numerosi passaggi a due voci. La loro lettura ha messo in evidenza la complessità della scrittura di Britten e, soprattutto, quella sorta di teatralità insita nella sua musica, anche quando non siamo di fronte a un’opera. Il rapporto fra voce, parola e strumento diventa infatti un vero elemento drammaturgico, attraverso un linguaggio sempre riconoscibile e lontano da modelli convenzionali.
A completare il programma, una selezione dalle Folk Songs, nelle quali Britten rielabora con grande libertà melodie della tradizione popolare, ha offerto un volto diverso, ma altrettanto interessante, del compositore. Un appuntamento dunque di particolare valore, anche per la possibilità di ascoltare dal vivo un repertorio non frequentemente proposto nelle sale da concerto.
In serata, nel vicino Teatro Dal Verme, il pianista David Fray è stato invece protagonista di un atteso appuntamento dedicato a Johann Sebastian Bach, con l’esecuzione delle celebri Variazioni Goldberg. La sala, pressoché al completo, ha accolto con grande attenzione una delle opere più impegnative e celebri dell’intero repertorio pianistico.
Fray ha affrontato il capolavoro bachiano con una lettura asciutta, dettagliata e attentamente costruita, nella quale è emersa una particolare cura per l’articolazione delle singole variazioni e per il loro rapporto con il tema iniziale. Le Goldberg, con la loro straordinaria successione di trenta variazioni, richiedono infatti all’interprete non soltanto una notevole padronanza tecnica, ma anche la capacità di costruire un percorso unitario attraverso una struttura musicale estremamente articolata.
È naturalmente difficile stabilire confronti con le numerosissime interpretazioni che nel corso dei decenni sono state offerte di questo capolavoro. Ogni esecuzione può infatti mettere in luce aspetti differenti della complessa architettura bachiana. In questo caso, l’interpretazione di Fray è sembrata acquistare progressivamente intensità nel corso del concerto, costruendo un percorso capace di mantenere viva l’attenzione del pubblico fino alla conclusione.
La ripresa del tema al termine delle trenta variazioni ha così assunto il significato di un ritorno alle origini dell’intero percorso musicale, chiudendo idealmente il lungo itinerario iniziato con l’Aria. Un’esecuzione accolta con grande partecipazione dal pubblico del Dal Verme, che al termine ha tributato a David Fray lunghi e calorosi applausi.