Un breve giro in Cornovaglia ed Inghilterra del sud-ovest.

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Per me è già il terzo viaggio organizzato in Europa, in pullman, da bravo pensionato. In realtà mi è sempre piaciuto viaggiare per conto mio, almeno in Europa, e fino a pochi anni fa guardavo con sufficienza i torpedoni che scaricavano frotte di turisti. E invece adesso, con un po’ di capelli bianchi in testa e qualche giuntura dolorante, penso che dopotutto la cosa abbia i suoi vantaggi, specie sotto ferragosto: niente stress a trovar alberghi, a cercar un buco per parcheggiare (e trovarlo se va bene lontano chilometri), a far code alle biglietterie, a guidare la sera dopo giornate faticose, eccetera. E mettiamoci pure la poco gradevole guida a sinistra. Gli svantaggi sono che devi accettare una disciplina necessaria a convivere con altri, ed un itinerario che non sempre passa dove vorresti tu.

È stato un peccato aver concentrato il clou del viaggio, cioè la Cornovaglia, in un giorno solo, con le due notti. prima e dopo, ad Exeter, che a rigore è nel Devon. Ma tutto sommato, considerando i pochi giorni, i punti di interesse, distanze e tempi, l’itinerario mi è sembrato abbastanza azzeccato.

Purtroppo il gran caldo ci ha tormentati in continuazione: tutta la regione attraversata aveva lo stesso clima, la stessa “arietta frizzante” che in Italia, e la siccità era bene in mostra: la prima cosa che ho notato uscendo dall’aeroporto è stata l’erba gialla nei prati: altro che i leggendari verdissimi tappeti inglesi con la gente sdraiata! Sembrava di aver sbagliato aereo e di esser atterrati in Grecia! Ed il giallo è stato purtroppo il colore dominante nei parchi e nelle campagne, al posto del verde.

Perfino certi alberi erano un po’ ingialliti e per terra c’erano foglie come d’autunno. Insomma quest’estate il clima è stato decisamente anomalo anche da queste parti, e l’Inghilterra è stata tormentata dal sole. Pure l’eclissi (parziale) che abbiamo incontrato nel viaggio è stata coinvolta: il giorno dopo il Daily Mail la salutava come una pausa nell’insolazione, anche se per pochi minuti!

Cominciamo con Londra, inevitabile inizio e fine del viaggio per la presenza degli aeroporti internazionali. Erano trent’anni che non ci mettevo piede, e ho ritrovato tante features tipicamente inglesi: gli autobus a due piani (adesso non sempre rossi, però), le cabine telefoniche rosse (ne hanno conservate molte, ma convertite agli usi più diversi), i taxi neri e tondeggianti (sono nuovi, ma rifatti sul modello tradizionale), e poi le scritte “look left” oppure “look right” per terra negli attraversamenti pedonali delle strade. Mi avevano sorpreso al primo viaggio, e pensavo che dovevano essersi stufati di raccattar pedoni continentali spiaccicati per non essere abituati a guardare dalla parte giusta.

Londra si è però modernizzata in molti luoghi, anche centrali, e qua e là come funghi sono spuntati vari grattacieli e grandi palazzi vetrati, che finora avevo visto solo nei filmati.

È previsto un giro panoramico in pullman con poche soste ed una sola visita; d’altra parte lo scopo del viaggio non era la città. Partiamo dalla zona di Bloomsbury dov’è l’albergo, verso sud per la Kingsway ed il semicerchio di Aldwich, in mezzo a bei palazzi. Dal ponte di Waterloo c’è una bella vista su Westminster e sulla ruota panoramica di fronte, ma ci si deve accontentare di un’occhiata. Passiamo i vivaci quartieri a sud del Tamigi, in gran parte modernizzati, dove spiccano la Tate Modern, ex centrale elettrica riciclata in galleria d’arte, ed il famoso ponte del millennio. Ripassiamo il fiume sul celebre Tower bridge, colossale ponte levatoio vittoriano (1894); la struttura gotica fonde le esigenze della meccanica, per aprire la strada e far passare le navi ancora a vela, e dell’estetica, perché le sue guglie dovevano armonizzarsi con con quelle dell’adiacente Torre. Si può ancora percorrere il passaggio pedonale fisso, a 44 m d’altezza. Una curiosità è che in origine il traffico era regolato da semafori di tipo ferroviario, fra i primi al mondo per l’uso stradale (il primissimo è sempre londinese e risale al 1868, ma è durato poco).

Prima sosta alla Torre di Londra, e mi va benissimo perché non vi ero mai entrato. È una successione di ambienti fortificati, uno dentro l’altro, con varie torri ed una fortezza centrale. Nei cortili si aggirano i guardiani in costume, i Beefeaters, “mangiatori di manzo”, per il privilegio di cui godevano ai tempi. Ma i personaggi più celebri che popolano la struttura sono i corvi imperiali, molto più grossi dei corvi comuni. Sono legati ad una superstizione, secondo cui se volano via cade la monarchia, un po’ come le scimmie di Gibilterra, per cui li trattano con ogni cura. Vicino alla loro gabbia, che riporta i nomi di ciascuno, c’è il museo della tortura e si possono visitare anche le prigioni e il museo del fuciliere, oltre a fare il giro delle mura: tutte cose per le quali non abbiamo il tempo.

I gioielli della corona, la maggiore attrattiva del luogo, non mi prendono più di tanto; ma trovo interessanti i diamanti, tra cui i famosi Koh-i-Noor e Cullinan, incastonati nelle varie corone o bastoni regali, tutti apparati con la loro precisa funzione e significato. Il pezzo più divertente è il decoratissimo cucchiaione che serve nelle cerimonie d’incoronazione per ungere (di nascosto) le reali teste, petti e mani con un olio speciale prelevato da un’apposita ampolla, pure lei esposta e naturalmente decoratissima.

Una nota di colore alla fine: un po’ in disparte alla base del muro c’è una stele funeraria con alcuni nomi: è la tomba dei corvi della torre, che si sono meritati anche questo trattamento di riguardo.

I vicini St. Katharine Docks sono oggi riciclati in un porticciolo turistico, con pub e altri locali tutt’attorno. Fra le barche c’è lo yacht reale, tutto dorato e decorato: in pratica il Burchiello della corona.

Ripreso il nostro mezzo, sfiliamo la cattedrale di St. Paul, grandiosa e cara ai Londinesi ma poco notevole come architettura: l’enorme cupola è un’imitazione di quella di S. Pietro a Roma e l’insieme tutto sommato non fa effetto. Più giù sul fiume si intravede il Blackfriars bridge, famoso da noi per esservi stato trovato impiccato Roberto Calvi nel 1982. A parte il fatto in sé, che puzza di messinscena lontano un miglio, quello che mi aveva colpito è che da noi il ponte è passato alla storia come quello “dei frati neri”. Qualche giornalista tv aveva pensato bene di usare la traduzione letterale del nome: la trovata è subito piaciuta, e tutti d’allora in poi hanno usato sempre e solo questa dizione. Nessuno si è preoccupato di scoprire che i Blackfriars sono semplicemente i Domenicani.

Continuiamo per Fleet street, la strada dei più prestigiosi giornali, dove mi incuriosiscono un paio di orologi sporgenti in alto dai palazzi e rivolti nel senso della strada, da poter essere visti da lontano malgrado la via sia un po’ stretta. Alla fine, lo scenografico tribunale vittoriano (Royal Courts of Justice) che sembra un castello. Raggiungiamo quindi il Covent Garden, l’animato quartiere attorno al vecchio mercato coperto, oggi tutto negozi e ristoranti. Qui ci si ferma per il pranzo (libero) e il cambio valuta.

Poi tocca inevitabilmente al Buckingham Palace e ai suoi vasti spazi attorno, sempre con un’occhiata da fuori. La folla è meno di quel che pensavo, ma il clima deve aver dissuaso molta gente. Cerco di filmare il cambio della guardia, ma per il caldo, il sole accecante e gli occhiali scuri non riesco a veder bene dove tocco e scopro poi che il filmato non è partito. Ci portiamo quindi a piedi a dare uno sguardo alla vicina Westminster. Si fa sentire anche il Big Ben, che come scopro è la campana e non la torre; e non suona la melodia che si sente ai quarti d’ora (ispirata ad un tema di Händel), ma è la campana più grave che batte le ore. Resto del pomeriggio libero.

La mattina dopo lasciamo Londra verso ovest, e una volta esauriti gli interminabili sobborghi, il paesaggio è animato. La prima sosta è a Stonehenge, ed era inevitabile trovandola sulla strada. Si scende al parcheggio, e poi, fatti i biglietti, se non si vuol fare una discreta passeggiata si deve prendere ancora una navetta prima di arrivare a vedere i monoliti.

Per tutti i dettagli rimando al servizio di Anna Busca: https://www.corrierebit.com/stonehenge/ . Solo un avvertimento: guardate nelle sue foto com’erano i prati attorno, solo pochi mesi fa. Uno spettacolo a sé sono i turisti che si fanno fotografare mentre cercano di sostenere i monoliti: oramai quelli che si affannano a sostenere la torre di Pisa han fatto scuola.

Ripartendo, la campagna all’inizio è un po’ monotona, ma poi si scende nella valle dell’Avon ed il paesaggio si anima decisamente; i boschi, prevalendo sui prati, rendono anche l’ambiente molto più verdeggiante.

Eccoci a Bath. La città è in bella posizione sul fiume ed ha un bel centro storico settecentesco, con palazzi in arenaria beige. Una chicca è il Pulteney Bridge, ispirato al Ponte Vecchio fiorentino, corredato da casette come il più celebre cugino; però non è coperto. Arrivandoci da est non ci si accorge neanche di trovarsi su un ponte, perché le casette sono appiccicate a quelle della via che vi arriva.

Ma la città è famosa per le terme (donde il nome), di epoca romana ed inglobate in un palazzo ottocentesco, proprio davanti alla cattedrale, che presenta una facciata con un finestrone colossale, e che non visitiamo. Mentre si aspetta di entrare alle terme, notiamo che alcune rientranze del palazzo sarebbero ottime per sedersi, ma non si può perché sono irte di spuntoni di ferro. Non è chiaro se questa crudeltà serva contro i piccioni o piuttosto contro le natiche dei turisti. Forse pensano che la gente seduta possa consumare la pietra, come succede a tante statue ritenute portafortuna; e mi viene da pensare al mosaico del toro nel pavimento della galleria Vittorio Emanuele a Milano, dove a causa di una leggenda -del tutto inventata- i turisti fanno letteralmente la coda per fare una piroetta sopra una determinata parte del toro e riceverne non so quale beneficio. Negli anni i milioni di strisciate di scarpe hanno scavato una voragine nel pavimento, che è stato restaurato da poco, reintegrando l’attrezzatura da riproduzione del povero toro. Ma non so quanto potrà durare, vista la mole del turismo ed il perdurare di quell’incrollabile convinzione.

Oggi i bagni termali si fanno altrove, in un complesso moderno; ma l’acqua verdastra a 46° sgorga sempre, e fa impressione vedere i vapori che si levano qua e là fra le rovine e le parti ricostruite, come la grande piscina centrale.

Scendendo si entra nelle rovine romane in una quantità di ambienti fra calidarium, frigidarium, tedipdarium e tutti gli annessi e connessi. L’audioguida spiega coscienziosamente tutti i dettagli, ma soprattutto verso la fine mi dà l’impressione di esagerare nel cercare di ricreare l’atmosfera, con musiche, suoni, rumori e perfino sospiri dei bagnanti, il tutto sincronizzato coi filmati. Mi pare un insieme un po’ hollywoodiano, ma ormai so che si usa così.

Tappa successiva a Bristol. Come tantissime città inglesi (e non solo), è una realtà post-industriale che ha saputo riconvertirsi in un ambiente creativo, grazie all’università e allo spirito anche un po’ ribelle che la anima. Non è in programma una visita della città, ma dopo cena la nostra guida ci porta nei vivaci quartieri del porto, centro brioso della vita cittadina e pieni di locali e di installazioni stravaganti.

La mattina dopo attraversiamo i quartieri occidentali, che trovo piacevolmente mossi per trovarsi in collina, continuamente in salita e discesa. Per un attimo si vede sul muro d’una casa un’opera (Well Hung Lover) del tuttora misterioso artista di strada Banksy; ma non ci si può fermare.

Arriviamo appena fuori città, al Clifton Suspension Bridge, che scavalca una stretta gola a 80 m d’altezza, classicamente sospeso ai piloni come il Golden Gate (ma nel 1864 era una novità), opera del famoso ingegnere I. K. Brunel (1806-59), gloria locale ed autore anche del più celebre Royal Albert bridge (1859) presso Plymouth, e di tanti altri viadotti, oltreché dei primi transatlantici ad elica (Great Britain e Great Eastern) e della compagnia ferroviaria Great Western Railway la cui linea maestra, Londra-Bristol, è oggi addirittura patrimonio dell’umanità! Brunel è anche l’ideatore dello scartamento ferroviario largo (2,14 m; quello normale è di 1,435): questa scelta aveva il vantaggio di dare più stabilità ai treni, ma da subito si è scontrata con la misura standard già diffusa. La guerra degli scartamenti è durata dal 1844 al 1892, ma era persa in partenza e la GWR e associate hanno dovuto convertire, in varie epoche, oltre millesettecento km di linee, gli ultimi 274 nello spazio di un week-end!

Wells è famosa per la sua cattedrale. La facciata duecentesca, preceduta da un vasto prato, inevitabilmente giallo, è un misto di stile normanno, con le due torri, e di gotico primitivo, con una quantità di statue entro nicchie: sono quasi 300 e una volta erano circa 400.

Qui siamo accompagnati da simpatiche guide locali che parlano bene l’italiano. L’ingresso è assolutamente peculiare, perché non ti aspetti di venire accolto da un gigantesco drago gonfiabile appeso nella navata centrale, e che la occupa tutta.

E non basta: qua e là ci sono fantasiose installazioni per i bambini. Certamente volevano incoraggiare le giovani generazioni a frequentare la chiesa: è ben vero che Gesù diceva Sinite parvulos venire ad me; ma l’idea di coinvolgerli con questi mezzi hollywoodiani mi lascia perplesso. Ciascuno può comunque fare le sue riflessioni. A parte queste intrusioni, l’interno è quello che ci si aspetta in una cattedrale gotica, con ogni apparato che si conviene: navate altissime, coro intagliato, vetrate multicolori, tombe con baldacchini, orologio astronomico, eccetera.

Ma quel che più mi incuriosisce sono gli archi di rinforzo a forbice, costruiti nella crociera che minacciava di crollare. Gli occhi di alleggerimento ai lati sembrano quelli di un gufo ed il tutto si direbbe moderno; invece è del 1340.

Accanto alla cattedrale c’è il palazzo vescovile, chiuso come una fortezza entro una cerchia di mura con fossato.

La vicina abbazia di Glastonbury (si pronuncia ɡlæst’bri, mannaggia alla lingua inglese) è tutta in rovina, per non essersi voluta adeguare alla religione anglicana di Enrico VIII. I muri rimasti si alzano solitari dal prato (sempre giallo) e ricordano la francese Jumièges, in Normandia, e la nostra S. Galgano, in Toscana. Solo la cucina medievale, isolata, è rimasta intatta.

Sotto l’altare erano stati sepolti i resti presunti di Re Artù e della moglie Ginevra, ma la tomba è andata distrutta.

Si arriva ad Exeter per pernottare; la visiteremo al momento di ripartire, dopo il giro in Cornovaglia.

Eccoci infine in Cornovaglia. La regione è famosa per le vedute sul mare, ma come quasi dappertutto in Europa non c’è una strada litoranea, come da noi l’Aurelia o l’Adriatica: le vie di comunicazione corrono quasi sempre all’interno, e poi si devia per il mare. Perciò non ci si accorge di niente perché la campagna nelle zone interne è all’incirca la stessa che dalle altre parti. Solo quando si arriva sulla costa il panorama cambia completamente.

Prima tappa alla penisola (o isola, dipende dalla marea) di St. Michel’s Mount, che fronteggia sulla riva opposta della Manica il più celebre e vasto Mont-Saint-Michel francese, e ne è il contraltare inglese. Ci si ferma a Marazion, il paese di fronte. C’è la bassa marea e la strada di accesso è praticabile, anche se sdrucciolevole per essere continuamente dentro e fuori dall’acqua; ma non val la pena di entrare nell’isola: c’è poco da vedere e per di più si paga. Meglio godersi la vista dalla spiaggia.

C’è una vera e propria Linea di San Michele, rettilinea, che collega 7 monasteri dedicati all’arcangelo, si dice tracciata con la spada: comincia dallo Skellig Michael in Irlanda, tocca questo in Cornovaglia, poi il Mont-Saint-Michel in Bretagna, la Sacra di San Michele in Piemonte (val di Susa), il Santuario di San Michele in Puglia, i monasteri di San Michele Arcangelo a Panormitis, in Grecia, e di Stella Maris sul Monte Carmelo ad Haifa, in Israele.

Cambiamo versante e siamo a St. Ives, il principale centro turistico della zona, che è anche un paese pittoresco: una specie di Portofino (anche per i prezzi), pur non così raccolto. Gli autobus parcheggiano in alto, e a piedi o con la navetta si scende in paese. Ci arriviamo sempre con la bassa marea e nel porticciolo le barche sono bene in secca. La siccità ha invaso anche il mare!

La cittadina è infestata dai gabbiani: li si sente pigolare dappertutto, ma il vero guaio è che sono specializzati a rubare i panini ai turisti. Ci sono cartelli che avvertono del pericolo con un gioco di parole fra gull (= gabbiano) e gullible (= ingannabile, o forse era gull-able?). Comunque sia, ho visto una ragazza sedersi in panchina con un cono di gelato; subito è piombato l’incursore, sempre in agguato: un frullo d’ali e in un attimo la poverina è rimasta a guardare il cono vuoto. E nei negozi vendono gabbiani di peluche col panino nel becco.

Tintagel è una scogliera a picco sul mare, con panorami in quantità: rocce, prati nudi, mare blu e vento sferzante; mancherebbe una bella mareggiata a completare il quadro, ma pazienza.

Le rovine del castello sono a grande altezza, e la visita è agevolata da un moderno ma non ingombrante ponte pedonale che evita faticose salite e discese per raggiungere lo sperone roccioso staccato dalla costa. Tutto il luogo è centrato su Re Artù ed è stato fonte di leggende e ispirazione per letterati e romanzieri: il castello è del XIII secolo ma sorge su rovine che risalgono al VI-VII e possono starci col leggendario personaggio. Naturalmente sulla sommità c’è la statua di Artù che estrae la spada, ma è roba moderna. In basso c’è pure la grotta del mago Merlino, dove si dice che si riconosca la sua effigie; ma la si vede solo con la bassa marea e a quest’ora c’è quella alta. Fatica risparmiata. Anche il mito di Tristano e Isotta è legato a questo luogo.

Un giro serale per Exeter conclude la giornata, e ci si infila in pub per una nota di colore locale: dentro si canta, si suona, si balla e si trinca, e la mise dei suonatori e degli avventori arricchisce l’atmosfera.

Uno strano inconveniente la mattina dopo: in programma c’è la visita della città, ma l’autista infila sicuro la strada per Winchester. Quando nasce qualche sospetto e gli viene ricordato dove dobbiamo andare, cade dal pero: “Ah, veramente?”. Non ci pensava proprio. Ma in fondo la svista ci è costata solo una mezz’ora persa. La cattedrale ha una facciata ornata ma un po’ tozza, non proprio come ci si aspetterebbe da una chiesa gotica; l’interno invece è doverosamente slanciato e anche più sobrio. Ci accontentiamo di un’occhiata, non essendo prevista la visita.

Nei paraggi sorge la più antica chiesa di St. Martin; più in là, la St.Catherine’s Chapel (1457), con accanto le case per i poveri e rovine romane scoperte all’inizio dell’ultima guerra. Dopodiché sono arrivate le bombe e così alle rovine antiche si sono aggiunte le nuove, oggi conservate apposta.

La via principale (High street) presenta delle casette caratteristiche già intraviste ieri sera.

Strada sempre movimentata, e sempre campagna gialla. Ripassiamo vicinissimi a Stonehenge, adesso da sud, godendo di un’ottima vista dal pullman, mentre all’andata il parcheggio era molto lontano. Da questo comodissimo lato però non si può entrare. La gestione del turismo di massa ha costretto ad organizzare gli spazi in un’altra maniera.

A Winchester il pullman riesce a scaricarci vicino alla cattedrale (già celebre per una canzone degli anni ’60), che si visita dopo pranzo ed un giretto nel centro città. Anche questa facciata non sembra slanciata; ma è la chiesa medievale più lunga d’Europa e l’interno è imponente, con l’alta navata, i possenti pilastri, le volte a crociera, il coro intarsiato. Custodisce la tomba della scrittrice Jane Austen, un bel fonte battesimale e vari sepolcri finemente lavorati.

Si rientra a Londra a metà pomeriggio: a rigore ci sarebbe il tempo per un giretto prima di cena, ma con questo clima pochi se la sentono, e molti dovranno partire domattina presto.

L’ultimo giorno non è uguale per tutti: chi torna in pullman (e deve partire all’alba), chi ha l’aereo ad una certa ora, chi ad un’altra; il nostro è alle 15:40 e ci vengono a prendere oltre quattro ore prima! Ma non è una precauzione esagerata: in città il traffico è a livelli demenziali (finora non sembrava; forse partono tutti per il ponte di ferragosto), e l’autista pensa bene di sgattaiolare per stradine di campagna, attraverso i sobborghi, su e giù per le colline. Per guadagnare Gatwick ci sono volute due ore, più di quel che ci mette l’aereo! Forse era meglio così che restare imbottigliati sull’autostrada, e senza sapere per quanto tempo. A me piacciono i percorsi alternativi, lontani dalla monotonia autostradale, e sono stato abbondantemente accontentato.

Grande babilonia all’aeroporto, ma cosa si può pretendere sotto ferragosto? Si decolla con un onesto ritardo, e si ritrova a casa lo stesso clima infame. Se non altro, niente choc termico.